Una Heimat portoghese

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 “Il nonno di Duarte disse: ‘Guarda solo quella veranda, che meraviglia. Lassù ci faccio una biblioteca. Lì un ambulatorio. Non ho bisogno d’altro, Policarpo, fino a quando la morte non verrà a prendermi’ ”. Augusto Mendes ha appena messo radici “in quel piccolo villaggio dal nome di mammifero”, epicentro di Il tuo volto sarà l’ultimo.

 Il 26 marzo del 2015 ebbi la fortuna di assistere, presso il teatro Petruzzelli di Bari, a una lezione tenuta da Edgar Reitz, il creatore di una delle saghe più note e impegnative della storia del cinema, Heimat. L’occasione era la presentazione del quarto capitolo della serie, Cronaca di un sogno, e alla domanda del moderatore Klaus Eder a proposito del significato di heimat, il regista tedesco rispose che vi sono termini intraducibili, innanzitutto non è patria, è più “qualcosa di emotivo, un sentimento di casa”. Anche se la master class è ora disponibile nel cofanetto DVD che contiene, appunto, Cronaca di un sogno, preferisco rileggere dai miei appunti di allora: “Ricordo una risposta di mia nonna, quando le chiesi perchè non chiudesse a chiave la porta di casa. ‘Perchè se chiudessi la porta a chiave, entrerebbero i ladri’, rispose”. A proposito del concetto di Cronaca (Kronik), secondo Reitz questo “dev’essere inteso come un tempo che dura, non come un tempo che termina”.

João Ricardo Pedro, quarantenne ingegnere, reinventatosi scrittore dopo un licenziamento, ha dato origine a una Heimat portoghese. Anche Il tuo volto sarà l’ultimo è una cronaca che si imprime nel cuore di un popolo e di una nazione. Non sterminata come il modello cinematografico di Edgar Reitz, qui si tratta di 200 pagine, ma segnata anch’essa da un respiro epico e da un senso di non-finito, di provvisorio, che potrebbe rimandare ad ulteriori capitoli ed evoluzioni. Altri punti di contatto tra la saga tedesca e Il tuo volto sarà l’ultimo sono la presenza polifonica di vari personaggi, un filone narrativo centrale di matrice prettamente familiare, un contesto di partenza rurale, il continuo intrecciarsi di motivi privati e pubblico-politici, la vocazione dei protagonisti più giovani per l’esercizio dell’arte musicale. Là Hermann Simon – attorno al quale ruota l’intera seconda parte, probabilmente la più riuscita –, qui Duarte Mendes. Musica sperimentata nella sua ambigua veste di benedizione (il dono del talento) e di maledizione (la potenza demoniaca che provoca fughe e smarrimenti). Se nel film di Reitz è l’uso del bianco e nero, “inteso come fonte di luce e non come assenza del colore”, a salvare i personaggi incastrandoli nell’eternità delle immagini, nel romanzo di João Ricardo Pedro i drammi della Storia sono sublimati in un’aura di soffusa e amara ironia. Grazie a un registro oscillante fra incanto e disincanto l’autore si spinge spesso sul versante del realismo magico.

I personaggi di questa cronaca lusitana si stagliano contro un orizzonte di mistero e non si lasciano mai decifrare fino in fondo. Ognuno dimora nei pressi del proprio enigma e tutto appare in attesa di una definizione che si annuncia nella sua incertezza. Nel romanzo di Pedro ci si avvicina sempre alla verità, al nocciolo della vicenda narrata, ma poi le certezze scivolano via, come un puzzle che non si potrebbe pensare completo, come un mosaico la cui ragion d’essere è l‘assenza di alcuni tasselli. E non è forse questa la saudade, ovvero il sentimento di paralisi emotiva, psicofisica, suscitata da una sospensione degli eventi? La saudade portoghese è il vissuto nostalgico di una durata ovvero il sapore di una mancanza. Vera Lúcia de Oliveira, docente di lingua e letterature portoghesi e brasiliana all’Università di Perugia, in un articolo del 2011, scrive che “l’agenzia inglese Today Translations, nel predisporre di recente, dopo aver consultato mille traduttori professionisti, una graduatoria dei vocaboli ritenuti più difficili di tradurre, ha inserito la parola saudade al settimo posto” (http://www.filidaquilone.it/num021deoliveira.html). Saudade è una parola-destino, come Heimat.

“Una cosa sembrava certa: il venticinque aprile del millenovecentosettantaquattro, quando mancava ancora un bel po’ alle sette del mattino, Celestino strinse la cartucciera alla vita, si mise la Browning a tracolla, verificò il tabacco e le cartine, si dimenticò dell’orologio appeso a un chiodo che reggeva anche un calendario e uscì dalla porta. Il cielo cominciava a rischiararsi. O forse non aveva neanche cominciato a rischiararsi. Sopra le due fette di pane duro immerse nel caffellatte, Celestino aveva tracannato, senza sforzi, due sorsi d’acquavite. Il primo, per l’acidità di stomaco. Il secondo, per le paturnie, giacché lui, come del resto tutti i tratti fisiognomici suggerivano, era un uomo dedito a prolungate malinconie”. Questo è l’incipit del romanzo. Titolo del capitolo: L’occhio di vetro.

Uomo senza passato che compare dal nulla nel lontano 1934, ferito ad un occhio, probabilmente inseguito, Celestino non va in chiesa e non ha mai visto una partita di calcio. Viene curato da Augusto Mendes, il medico del paese. Augusto è padre di Antonio, tornato in patria dall’Angola con traumi post-bellici e ricordi che feriscono, e successivamente nonno di Duarte, il pianista geniale che brucia tutti gli spartiti in un rogo di purificazione “per non diventare uguale alla musica che suonava”. Per non perdere la sua umanità, per non ridursi a pura funzione meccanica.

Celestino, invece, muore impallinato – non sappiamo da chi -, il giorno della rivoluzione dei Garofani, e non verrà più citato se non nel capitolo finale. Tutti, dopo aver letto il primo capitolo, si aspetterebbero la centralità di Celestino nel prosieguo della narrazione e invece no, perchè Il tuo volto sarà l’ultimo è una lettura in cui i decentramenti e gli spiazzamenti sono continui, eppure non giocati per puro estetismo. E’ come ammirare lo splendido Monastero dos Jerónimos a Lisbona, dove si trovano tombe di sovrani, quella di Vasco de Gama, del poeta nazionale Camões e quella del grande Fernando Pessoa. Lo stile tardo-gotico portoghese, comunemente noto come manuelino, sembra puntare verso il cielo, come il gotico insegna, ma con un movimento tutto suo, un lento incedere tortuoso non riscontrabile altrove. Lavori di cesello legano lo sguardo e lo sfidano perché si attardi il più possibile sui singoli particolari delle colonne. Così avanza la lettura, tra strappi e movimenti laterali, verso un finale che non è finale.

Il topos degli occhi strappati, le lettere di Policarpo andate perdute, la donna senza una gamba che dipinge il particolare di un quadro di Bruegel in cui è raffigurata una donna senza una gamba identica a lei (chi imita chi?), la fine prematura del giovane pittore Ìndio. La cifra del romanzo, la cui sinossi è impossibile, sta nei segni dei vari olocausti che ognuno si porta dentro, nella reiterazione del sacrificio inevitabile di una parte di sé, spesso della parte migliore, per assumere un ruolo significativo nella partitura delle vite altrui. Tutti i personaggi sono esposti alla sottrazione di sé e colti sul limitare di qualcosa di inesorabile, che poi accade. Siamo al cospetto di una poetica della quotidianità, riflessa nello specchio del vasto mondo.

Qui introduco una breve digressione personale che è un omaggio necessario a Mario Soares,  perché anche il Portogallo ha il suo venticinque Aprile. Più volte incarcerato durante gli anni di Salazar, Soares divenne primo ministro socialista dopo la caduta del regime, riuscendo a incanalare le forze popolari verso una soluzione democratica e a salvare il paese tanto da avventure rivoluzionarie, propugnate dal comunista Cunhal e sostenute dall’Unione Sovietica, quanto da restaurazioni violente in stile Grecia dei Colonnelli. Soares è morto il 7 gennaio scorso e gli sono stati tributati tre giorni di lutto nazionale.

E’ opportuno ricordare che nella rivoluzione del 1974 un ruolo fondamentale fu svolto dai militari, i quali, a differenza dell’esperienza spagnola degli anni Trenta, si orientarono in prevalenza contro la dittatura di destra e ottennero l’appoggio della popolazione. Nel capitolo intitolato Il gatto Joseph, uno dei più riusciti e surreali, compare il tenente colonnello António de Spínola, che, nella Storia, sarebbe diventato governatore di Guinea, golpista in prima linea contro il salazarismo e Presidente della Repubblica (benchè ultraconservatore), ma qui, nelle storie del padre di Duarte, è solo un fantasma di gioventù risalente al periodo trascorso in Angola. Chi non impazzirebbe scoprendo che nella jeep, nel mezzo della foresta tropicale, sotto un acquazzone terrificante, mentre i superiori sono andati a recuperare un commilitone che non vuole scendere da un albero, la cerata è stata tolta per far posto ad un gatto imbalsamato, e chi non si sentirebbe turbato dal fatto che la data di morte del gatto corrisponde alla propria data di nascita?

  • Il tenente colonnello António de Spínola guardò il caporale António Mendes dall’alto in basso e gli chiese di dove fosse.
  • Il caporale António Mendes gli disse il nome del villaggio dove era nato e dove aveva vissuto fino a quando non aveva intrapreso la vita militare.
  • Il tenente colonnello António de Spínola gli chiese dove si trovasse quel posto.
  • Il caporale António Mendes gli rispose che si trovava nel comune di Fundão.
  • Il tenente colonnello António de Spínola gli chiese se si trovava a nord o a sud dei monti di Gardunha.
  • Il caporale António Mendes rispose che si trovava sul versante sud.
  • Il tenente colonnello António de Spínola gli chiese se sapeva quale fosse l’origine e il significato della parola Gardunha.
  • Il caporale António Mendes disse di no, che non sapeva né l’origine né il significato della parola Gardunha.

Ripetizioni e accumulazioni, portate al parossismo, non sono mai nel romanzo inutili barocchismi, quanto, piuttosto, elementi che sottolineano il punto di vista dell’assurdo e segnalano il tentativo di afferrare, con leggerezza calviniana, tutto ciò che vi è di incomprensibile e di ineffabile nella trama che regge le nostre vite. Ogni capitolo è una stanza ipnotica, una storia che può essere letta in autonomia, poichè ogni perla di questa narrazione epica che infila almeno tre generazioni contiene  in sé un’iperbole, un insegnamento dalle sfumature favolistiche, una morale sul dolore umano e sull’insensatezza dell’esistenza che si lega alle altre in una catena complessa di rimandi reciproci.

Nelle battute conclusive Luisa legge sul volto del nipote Duarte l’approssimarsi di una soluzione, un’illuminazione che è anche una promessa di grazia. “Aveva sempre nutrito la speranza che sarebbe arrivato il momento in cui non potessero più capitarle brutte cose, perchè ormai le erano capitate tutte. Luisa sentiva che quel momento era arrivato. Luisa era certa che stava vivendo quel momento mentre guardava il volto di Duarte: la barba di tre giorni, il mento, il naso, le sopracciglia, i primi capelli bianchi, la fronte rugosa. Sul volto di Duarte, pensò Luisa, solo gli occhi erano della madre. Ed erano a tal punto della madre che sembrava gli fossero stati impiantati lì con la forza. O che si fossero conquistati quel posto da soli, con le proprie forze e dopo sanguinose battaglie. E nonostante il passare degli anni, non perdevano la nozione di vivere in un terreno che era loro ostile. Su un volto al quale non appartenevano”.

João Ricardo Pedro è un esponente della nuova letteratura portoghese, della generazione successiva a José Saramago, uno dei giovani autori che le case editrici italiane stanno pubblicando con lungimiranza e coraggio. Accanto a lui, Gonçalo Tavares, il cui Matteo ha perso il lavoro è stato tradotto, di recente, da Nottetempo, e si può anche sottolineare l’ottima resa di un romanzo come La caduta delle consonanti intervocaliche del brasiliano Cristovão Tezza (Fazi editore), centrato sul tema della lingua e in particolare sul fenomeno che nell’undicesimo secolo contribuì alla separazione tra la lingua lusitana e quella spagnola.

Il tuo volto sarà l’ultimo, originariamente pubblicato nel 2012, in patria ha raggiunto lo status di bestseller. L’ingegnere elettronico di Reboleira, come il Matteo di Tavares, ha perso il lavoro, ma in compenso si è rivelato sofisticato scrittore regalandoci uno straordinario condensato di storia portoghese. Ci pare di vederli, uomini e donne attraversati dalla Storia, partecipi di sofferenze universali, mentre prendono il fresco sulla veranda di una magione di campagna o sotto le mani tremolanti di Alcino, seduti sull’ultima poltrona del salone di barbiere ‘Playboy’.

Alessandro Vergari

 Il tuo volto sarà l’ultimo di João Ricardo Pedro (Nutrimenti, 2015)

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