DENIS VILLENEUVE: ARRIVAL

arrival

Tra i cineasti attivi in questo momento, Denis Villeneuve è sicuramente uno di quelli che contano e che vale la pena seguire. Canadese, classe ’67, ha all’attivo otto lungometraggi e attualmente sta girando l’attesissimo sequel di Blade runner, film che probabilmente lo esporrà alle minacce del fandom più efferato. In realtà se qualcuno può riuscire nell’impresa è proprio Villeneuve. In primo luogo per un suo modo molto personale di concepire e rappresentare gli spazi urbani che fanno pensare alla fantascienza come a un immaginario implicito nel suo bagaglio d’autore e poi per un uso coerentissimo della fotografia, sempre a un passo dalla sottoesposizione, tanto che ci viene spontaneo, guardando i suoi film, strizzare gli occhi per meglio mettere a fuoco volti e fisionomie.

Esploso a livello mondiale con La donna che canta, film tratto da una pièce teatrale condotto con virtuosismo e quel tanto d’astuzia necessaria per rendere digeribile anche la più improbabile (e quindi teatrale) delle agnizioni, Villeneuve ha fatto presto armi e bagagli alla volta di Hollywood, dove ha confezionato un matematico thriller di sceneggiatura, Prisoners, che grazie alla sua bravura diventava però anche un thriller di regia e apriva la strada al capolavoro Sicario. Era questo un noir stilizzatissimo, rigoroso e terribile, una storia di frontiera a tratti di insostenibile tensione che chiariva la cifra autoriale del canadese: il mondo come un gioco di maschere e una gabbia dentro cui sopravvivere, a qualunque costo. Nel mezzo c’era stato il tempo per Enemy, un riuscito e per niente scontato adattamento de L’uomo duplicato di Jose Saramago.

Con la sua ultima opera Arrival, già presentata a Venezia, Villeneuve affronta di petto la fantascienza, collocandosi su quella linea di science fiction umanista che ha Ultimatum alla terra di Robert Wise come imprescindibile capostipite e metabolizzando con discrezione decenni di tradizione hollywoodiana (ma non solo).

Se le forme delle astronavi aliene non possono non richiamare alla mente il monolito kubrickiano, il tema della mediazione linguistica e la messa in scena “teorica” della macchina bellica si riannodano allo spielberghiano Incontri ravvicinati del terzo tipo. Il tono scelto da Villeneuve è però naturalmente più serioso del capolavoro di Spielberg.

Arrival inizia molto bene e sfoggia una prima ora assolutamente esemplare. L’invasione aliena è descritta senza retorica, con la giusta dose di stupore e sgomento mentre la macchina da presa di Villeneuve imposta il cerchio come principale refrain visivo del film. D’altra parte è attraverso cerchi, spesso non chiusi e orlati da bordi sfrangiati che comunicano gli alieni, presto battezzati eptapodi (assomigliano a grosse piove con sette tentacoli) e la regia di Villeneuve, in continuità con queste coordinate, è avvolgente e trasversale, come nel bellissimo, sinuoso piano sequenza che ci rivela la prima astronave e chiude sull’accampamento umano.

Amy Adams interpreta una linguista, chiamata dai servizi segreti a decodificare il mistero del linguaggio extraterrestre. Ambiziosissimo, come spesso succede coi film di fantascienza “d’autore”, Arrival alza da subito la posta in gioco. Gli alieni sono venuti a portarci un dono o a portare un dono a qualcuno in particolare (da spettatore non ho ben capito se considerarla un’ingenuità di sceneggiatura o ammettere che doveva essermi sfuggito qualcosa): tutto verte su una concezione del tempo diversa dalla nostra, mutuata in parte dalle intuizioni espresse da Vonnegut nel suo Mattatoio n. 5. Il punto è che tutta la tensione capitalizzata nella prima parte si disperde a causa di un montaggio pasticciato e macchinoso e a un’impostazione visiva che, un flashback dopo l’altro, ci richiama alla mente l’ultimo Terrence Malick, bucolico e predicatorio. Guardando Arrival si avverte bene come uno stile forte rischi di essere l’anticamera della maniera, se non ci si chiama Michael Mann o Martin Scorsese. E comunque la tentazione del sermone domina la seconda parte. Villeneuve, fino a qui regista rigoroso come pochi, si lascia prendere la mano dal suo messaggio umanista e pacifista, di fatto annegando negli occhi pur bellissimi della sua eroina quello che poteva essere una riflessione realmente dolorosa su libero arbitrio e opportunità personali.

Guardando Arrival, ho avuto l’impressione di un compromesso o comunque una regressione rispetto al sottofondo morale che informava i precedenti film del cineasta canadese. Detto questo, penso che Villeneuve sia un artista da cui aspettarsi nuove sorprese e il suo futuro passaggio di testimone con Ridley Scott (lui sì, complessivamente sopravvalutato, e da molto, troppo tempo) un avvenimento che non debba scandalizzare nessuno.

Fabio Orrico

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