A cosa serve la Poesia

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A cosa serve la Poesia? “A infrangere la solida delimitazione dei corpi umani”. Ideale postilla ad un passo di Franz Kafka che denuncia quanto sia spaventosa tale delimitazione, la risposta è inserita da Marco Luppi, come nota, in apertura del volume. Poeta esordiente meritoriamente pubblicato da Eretica Edizioni nel 2016, si va ad aggiungere ad altre voci di alto livello che la casa editrice ha scovato e proposto ai lettori dopo un accurato lavoro di setaccio, come la pregevole Mimma Faliero.

Non si stupisce, Marco Luppi

Dell’arroganza diventata

più contagiosa della tristezza.

Della volgarità del bene

e della mediocrità del male.

Della mancanza di limite

che hanno certe facce.

 

La prima poesia è un lungo cahier de doléances, paradossale, ribaltato, che nella quartina finale rivela il rapporto del poeta con la materia dolente testè elencata.

Ma io non sono io. Non più.

Non posso concedermelo.

La lucidità e il disincanto

ancora non mi appartengono.

La poesia di Marco Luppi è pneuma che soffia tra le pieghe della disillusione. Il poeta denuncia, provoca, resiste al richiamo nichilistico benchè lo abbia toccato e riconosciuto. Non vi aderisce perchè nessun verso che aspiri all’autenticità può vendere l’anima alle bieche ragioni del presente. In opposizione a comodi ripiegamenti nella sfera dell’intimità, è questa una forma di poesia rigorosamente politica, in cui il privato ed il pubblico smarriscono, nel tragitto delle parole, la propria linea di demarcazione. L’impegno, come leggiamo in Di dieci in dieci, lungi dal configurarsi come presa di posizione unilaterale o rivendicazione ideologica, è qui un segno di ricerca, il tentativo di verificare il senso di una presenza distillando pazientemente un sistema di valori, di emozioni, di cose che piacciono o non piacciono all’autore.

Nel mezzo, perdermi nel cercare continuamente

di dare una definizione a tutte le cose:

a gestire parole

con attenzioni solite

delle cose più fragili.

Lavoro difficile, quello del poeta: di cura, di pazienza, di amore, di odio, di rimozione della polvere. Nel tempo della massima saturazione, il poeta cerca i vuoti, i non-detti o gli indicibili, carichi di significati sepolti, per consolidare la possibilità di una vera interazione tra persone e oggetti, tra uomini e donne, tra passato e futuro. Solo nella cornice di uno specchio vuoto si staglia il riflesso di sé, vero nelle sue mancanze.

Dall’orditura incostante

dell’orologio fermo

di luce lacrima

l’occhio prosciugato.

La poesia è un inciampo necessario. In-certezze che rimandano a Paul Celan. Riverberi di un altro Paul, Éluard (citato in epigrafe), si levano dalle pagine, così anche richiami a pause, inquadrature quasi kieslowskiane, sospensioni in cui il verso si infrange sullo scoglio della comprensione, lasciandoci indovinare il punto di caduta della parola. Una sensibilità conclamata per l’indignazione, una partecipazione rivelata nei confronti dei perdenti, perchè “il vincitore è sempre banale […] / Senza sconfitta non c’è talento. / Senza talento non c’è perdono”. Versi che demoliscono certezze ed ovvietà dicendone i limiti, denunciando le contraddizioni dell’accadere o l’ovvietà mortifera delle incrostazioni di senso, fino a far esplodere il significato in cristalli di dura bellezza.

Scrivendo

i Poeti

raschiano

il fondo

della vita

che lasciano.

 Marco Luppi interroga la poesia per giungere alla radice del vero. Tuttavia, la ricerca è una bugia. La grandezza del pensiero poggia sulla consapevolezza di non potersi inoltrare nei campi della comprensione senza essere accecati dal buio. Ciò che è scritto è perduto, ma nello svanire si inverala caducità / diagonale / delle cose”. Così il poeta, riconoscendo la vista altrui più lunga della sua, manifesta la propria inadeguatezza a vivere il verso come semplice rebus solipsistico, “ché il fiore / tiene conto / del minimo / d’ogni vento”, viceversa, il soffio poetico necessita di sguardo plurale, interlocuzione, assenso o diniego.

Scrive Pier Damiano Ori, nell’intensa prefazione, che l’autore utilizza “il gioco di parole o meglio il gioco dei versi a volte quasi enigmistico; l’uso della lirica per esprimere, però, più pensiero che sensazione o sentimento”. In Marco Luppi si avverte il peso di studi filosofici che ne hanno influenzato le dinamiche di percezione del reale, il precipitato di un ragionamento che si solidifica nell’acuto sentire di un animo indagatore. Nel pungolo ficcato nelle carni della vita, nella rivolta opposta alla meccanica della banalità, il poeta preferisce suggerire domande che non abbiano risposta, piuttosto che ascoltare risposte giuste a domande sbagliate. Negli interstizi, nella crepa del non detto, nello spazio in difetto, si insinua lo scandalo della creazione poetica che sconvolge assetti e geometrie consolidate. In questo passo, di lato rispetto ai binari che portano indefettibilmente avanti, troviamo lo scarto della differenza, il mettersi in pari “imparando impari / modi dispari”.

E’ una poesia della rarefazione, che nel suo stesso procedere mira ad un progressivo snellirsi, smagrirsi, ridursi all’osso. Sempre meno stanze, pochi versi asciutti, asciugati, una parola essenziale e incisiva che affonda, come la radice del titolo, nel deserto dei significati per cavarne gocce di splendore, sorgenti liriche di rara potenza incantatrice. Marco Luppi semplifica il discorso lirico assorbendo le ragioni della complessità. Versi che suonano come flauti di vertebre prese dal costato di poeti prediletti, come Vladimir Valdimiroviç Majakovskji e Gesualdo Bufalino, distesi nell’interezza dei propri nomi nel titolo di uno degli ultimi componimenti della raccolta:

Nemmeno un capello bianco

su questo cuore di carta velina,

che sanguina per niente,

come la pelle dei vecchi.

 Marco Luppi si approssima all’haiku, ne richiama l’architettura, sfiora minimalismi carveriani, si innesta nella pupilla tagliata della poesia con la convinzione che “il limite è nella lingua di chi legge / e nella rima degli occhi di chi scrive”. O, per citare ancora una volta l’epigrafe del libro, “chi guarda deve completare l’immagine” (Ignazio Silone). Reciprocamente mancanti, carenti dell’essenziale eppure unici testimoni della sua possibilità, il poeta ed il lettore partecipano della stessa sostanza vitale, delle medesima tensione esistenziale. Così leggiamo che “significante è il ruolo / non significativo”, perchè la posizione di ognuno di noi rispetto ad un campo di indagine non è mai neutrale, ma si nutre delle nostre facoltà percettive, del portato emozionale che l’essere-qui-e-ora ci suscita dentro, del legame con l’ambiente, fino a che la presenza di noi soggetti nella scena diventa ri-scrittura ed incisione mobile dell’evento (si veda anche, a tal proposito, la bellissima riflessione, paradigmatica e fuor di metafora, di John Berger intitolata Sul campo, in Sul guardare, Bruno Mondadori, 2009).

 Poesia, questa di Luppi, che attraversa gli sfaldamenti del valore, le frane piombate su una civiltà smarrita tra i vicoli della solitudine tecnologica, le emorragie dalla sfera dell’umano. Come sottolinea Pier Damiano Ori, la voce del poeta di Guastalla è lucida voce “di ciò che ha deragliato, soprattutto dall’inizio del nuovo millennio”, sentinella a guardia degli ultimi resti di bellezza, guida nel panorama di macerie che si accumulano sopra le nostre teste. Spiazzandoci con continui cambiamenti di prospettiva e sfalsamenti di senso, Marco Luppi ci regala momenti di salutare spaesamento, disponendoci ad un passaggio occluso a “chi non sa vedere”, per il quale, al contrario, “tutto resta uguale”.

 Linguaggio poetico che è ragione dialogica e dialogante, in quanto “il parlare non finisce in ciò che è stato detto. In ciò che è stato detto il parlare resta custodito” (Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio). La parola pronunciata si fa tesoro depositato nel tempio del poeta, cuore/mente accessibile per l’istante di uno svelamento, apertura inevitabile al gesto del furto, al dono, alla cessione di sé. Il destino dei poeti non è forse quello di esser traditi? La vera poesia è sempre scambio ineguale, trasferimento incondizionato, flusso a perdere verso l’oceano dove affondano le rime. O dove le radici si diramano riducendosi a presenza capillare. L’ultima composizione è costituita da un solo verso:

 Adducendo amore.

 Il sentimento è accostato al modo indefinito del gerundio, suggestione di possibilità inespresse e di tensioni in divenire. L’amore, direbbe Niklas Luhmann, è azione che si indirizza verso un’improbabilità che pure accade, “trovare nella felicità dell’altro la sua propria felicità” (Amore come passione). L’amore è addotto come prova, è invocato alla sbarra come ultimo testimone. Il poeta, che ha lasciato dietro di sé i corpi (del reato), compreso il suo, è infine scagionato per aver commesso il fatto.

A cosa serve la Poesia? La poesia, come l’amore, come la morte, incrina la stasi, e la supera. Ogni delimitazione è spezzata. La morte rimette in circolo la vita, perché

Quando un poeta

muore

diventa mare.

Alessandro Vergari

(Marco Luppi, Dalla parte della radice, Eretica edizioni 2016)

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