Il potere e la cattiva coscienza

gogol

«Siamo tutti nati dal cappotto di Gogol’», con questa celebre affermazione Dostoevskij innalza, sulla vetta della letteratura russa dell’800, lo scrittore ucraino, forse per aver dato vita, in primo luogo, alla letteratura degli umili che si sviluppò nella seconda metà del secolo e, inoltre, per essere stato precursore del realismo magico, ovvero intriso di elementi visionari e fantastici.

Pensavo l’altro giorno, mentre sfogliavo e risfogliavo le pagine dell’ispettore generale, col bisogno di ricavarne all’istante ilarità e leggerezza, che mi sarebbe piaciuto condividerle con gli scrittori e i lettori di zona disagio. Sì, perché pensandoci bene, è proprio di un disagio che vorrò parlarvi: di quello del “povero” sindaco che, venuto a conoscenza della visita nel paese dell’ispettore generale mandato dal ministero, diventa per antonomasia il personaggio simbolo della commedia grottesca e, più in generale, del teatro tragi-comico gogoliano.

«Se hai il muso storto non prendertela con lo specchio».

Con questo proverbio popolare, messo come epigrafe a l’Ispettore Generale,  Gogol’ci consegna subito in mano una chiave di lettura molto limpida della commedia. Ossia, non prendertela con il testo che è un semplice specchio, occupati piuttosto del muso storto, ossia della realtà.

Andata in scena per la prima volta il 19 aprile 1836, alla presenza dello zar Nicola I, la commedia riuscì a spaccare fin da subito critica e opinione pubblica: alcuni gridarono subito al capolavoro, altri s’indignarono per la gravità della satira e l’assurdità del soggetto, altri non dando tanto peso la trovarono una spassosissima farsa e niente di più. Gogol’ che seguì molto attentamente e con grande sollecitudine la preparazione dello spettacolo, rimase molto insoddisfatto, deluso, Si aspettava tutt’altra reazione da parte del pubblico, tanto che lasciò per un periodo la Russia e viaggiò per l’Europa. Per questo non è affatto da escludere che il proverbio popolare, seppur messo in epigrafe alla commedia, fu un modo per difendere il principio ispiratore del suo lavoro.

Come si legge dall’introduzione all’opera a cura di Fausto Malcovati per Garzanti, prova di quanto detto ci fu un mese dopo, quando in maggio scrisse l’atto unico «All’uscita del teatro dopo la rappresentazione di una nuova commedia», dove raccolse le critiche diffuse, ascoltate di nascosto da dietro una colonna. «Un’antologia di contumelie per un pubblico abituato a ben altro repertorio». Mancava a loro l’intreccio amoroso, l’azione, la trama dei personaggi che invece rappresentano solo figure caricaturali, utilizzati per deridere la Russia attraverso i cattivi funzionari. Alcuni si chiedevano all’uscita del teatro: «possibile che l’autore non abbia trovato un solo personaggio positivo nella commedia?».  Nella battuta finale dell’atto unico è lo stesso autore a rispondere:

«E se [l’autore] inserisse nella commedia anche un solo personaggio positivo, e lo rappresentasse in tutta la sua attrattiva, gli spettatori, dal primo all’ultimo, passerebbero dalla sua parte,  e dimenticherebbero completamente quelli che adesso li spaventano tanto».

La trama è asciutta, semplice, per certi versi lineare, mira in definitiva alla descrizione dei fatti che avvengano e si consumano in un piccolo distretto di provincia, in un piccolo sobborgo nella Russia zarista di prima metà dell’’800, ma che agli occhi del pubblico o del lettore potrebbero appartenere (guardando al proprio cantuccio di provincia), in forma parossistica, alla realtà di oggi.

In una piccola città è atteso l’arrivo dell’ispettore generale. Le autorità, il sindaco, il provveditore scolastico, l’ufficiale postale, il giudice, il sovrintendente delle opere pie sono allarmati. Ciascuno di loro ha i propri maneggi, le proprie magagne da nascondere, le piccole e grandi corruzioni che ci sembrano comunque connaturate all’esercizio del potere. Presi dal panico, le autorità scambiano un giovane militare, Chlestakov, meschino e millantatore, pieno di debiti contratti al gioco, per l’ispettore che con severità vaglierà il loro operato. Per ingraziarselo, lo compiacciono e lo coprono di attenzioni, di gentilezze, di regali, ma soprattutto di denaro. Al presunto ispettore il sindaco promette addirittura la figlia in sposa e già si vede generale a Pietroburgo, in compagnia dell’ambiziosa moglie Anna Andreevna.

Si legge ancora nell’introduzione al testo curato da Garzanti: «Tutti sanno e tutti approvano, per così dire accettano. Basta riuscire a far credere all’ispettore che tutto funzioni: poi tutto tornerà come prima, con buona pace di ispettori e funzionari. Dunque l’ispettore è un incidente a cui bisogna far fronte con misure di d’emergenza: l’intollerabile sfascio della vita pubblica non viene mai messo in discussione, nemmeno per un istante. Come dire: guardate “il muso storto” della realtà in cui vivete. E’ qui che viene fuori tutta la grandezza e il genio di Gogol, nel cui intento è palese l’idea di smascherare con la commedia, non proprio il tentativo di raggirare l’ispettore, ma il generale consenso che sta alla radice della convivenza con la menzogna, la truffa e la corruzione, che è subito visibile nella prima scena del primo atto dell’opera».

Sindaco: Vi ho riuniti, signori, per comunicarvi una notizia estremamente spiacevole. Sta per arrivare un ispettore.

Ammos Fedorovic (il giudice): Come un ispettore?

Artemj Filippovic (ufficiale postale): Che ispettore?

Sindaco: Un ispettore di Pietroburgo. In incognito. E per di più in missione segreta.

Ammos Fedorovic (il giudice): Senti un pò!

Artemj Filippovic (ufficiale postale): Come se non avessimo abbastanza grattacapi!

Luka Lukic (Ispettore scolastico): Dio mio! E per di più in missione segreta!

 

Sono molte le figure retoriche e allegoriche che nella Russia della prima metà dell’ottocento escono fuori dalla penna irriverente e calibrata degli scrittori di quel tempo. Da Puskin a Tolstoj , passando per Turgenev, Bulgakov, Cechov, finendo a Dostojevskij, il romanzo russo dell’800 è stato la più grande e mirabile produzione letteraria di tutti i tempi. Parlare di Gogol non si può che pensare  Il Cappotto, Il Naso, più in generale ai racconti pietroburghesi  o ad Anime Morte, però l’ispettore generale, non c’è niente da fare, è l’opera che a tatto senti più sulla tua pelle. E’ l’opera che più delle altre ha che fare con il realismo del presente: l’eterno gioco del potere fa sfilare uno dietro l’altro tutti i clichè del male, del nostro vivere quotidiano, da complici  lobotomizzati dentro le istituzioni, dentro il sistema. E ridere dei nostri peccati ce li rende quasi più sporchi e ininfluenti, ce li rende come dei feticci di cui ben volentieri ce ne nutriamo, e ad ogni occasione utile li vomitiamo e, così facendo, li confessiamo, a noi e agli altri, pensando di poter raggiungere una forma condivisa  di beatitudine, purificatrice di ogni peccato.

Sarebbe fin troppo facile parlare di gioco degli specchi: la realtà che non cambia. L’uomo che rimane se stesso. L’ “Io” dialettico che prende forma e, nell’agire, si materializza, diventa sostanza. Tutto ciò appartiene a noi stessi e a questo mondo, i cui tratti malefici, come mantra, ci avvolgono in una nube tossica e ci proiettano in una dimensione surreale e, allo stesso tempo, iperrealistica.  D’altronde, respiriamo la stessa aria, sotto lo stesso cielo, e ci nutriamo, portiamo i segni, i deliri, e perché no!, anche  le ribellioni addosso: c’è chi scappa, chi trattiene il respiro, chi per convenienza sembra non volersene mai accorgere. E’ difficile scrollarsi tutto di dosso, liberarsi una volta per tutte dalle malefatte, essere coscienziosi e consapevoli di fronte a questo mondo, diventa invece più facile prendere tempo, trovarsi spesso imbrattati nella mischia, finendo poi annacquati nel mare torbido. Per quanto possiamo fino in fondo sforzarci, adoperarci nell’andare controvento, viaggiando “in direzione ostinata e contraria” direbbe qualcuno, siamo pur sempre umani, vulnerabili, deboli e impotenti.

Insomma, sto solo cercando di invitarvi comunque a portare un po’ di rispetto o almeno un pizzichino di pazienza, che ne so essere un tantino solidali di fronte al disagio di un “povero” uomo che, nel miglior cammino della sua vita, si trova all’improvviso stretto nelle maglie del potere che, essendone parte attiva, quale anello d’ingranaggio, addirittura lui stesso alimenta. Chiunque potrebbe all’istante immedesimarsi nella parte del sindaco, d’altronde il mondo di oggi non si discosta da questi fatti e né tanto meno l’uomo, che vi abitata, è avvezzo a trasformarsi nel più comune saltimbanco politicante da fiera.  E’ chiaro che noi ponendo lo sguardo da una visuale più distaccata e tranquilla, ci torna utile rilevare l’intimo ed estremo bisogno che in quell’istante potrebbe avere qualunque uomo di scomparire, specie se preso dal panico e  posto in quella situazione. Questo e non altro rappresenterebbe l’istinto primordiale, diciamo rivoluzionario, che trasforma l’uomo-autoritario in umile plebeo: stracciarsi le vesti ingombranti che, da Sindaco, l’uomo fino a quel momento disinibito portava con orgoglio addosso. E non tanto per farla franca ma per la paura che venisse messo a nudo e posto agonizzante sul banco della pubblica gogna.

Eh si… pensate un po’ voi a quel poveraccio!, quale sorte maligna potrebbe capitargli se venisse ad un tratto smascherato: sanzionato,  irriso, immolato, anche di fronte a magagne non sue, ma che rappresentano sempre le sue responsabilità, il suo modus operandi consueto nel gestire “allegramente” e ” bonariamente”, con la sua ristretta cerchia compiacente, il potere. “La maggioranza sta come una abitudine, come un’asfissia, come una malattia”, direbbe sempre qualcuno. Ovvio che è così. Ma c’è molto di più: rendere omaggio al nostro “super-io”, al nostro sogno subconscio di grandezza, di maestosità che per forza di cose, magari per la necessità di difendere i privilegi acquisiti, ci porta a barattare la propria intimità, la propria dignità, a costo di trasformarci in luridi insetti parassiti, diciamolo pure e con dovuto rispetto: in scarabei.

Che importa se il povero e vagabondo Chlestakov, il presunto ispettore generale, gli sposa la figlia al sindaco o se la fa con la moglie? Nulla, in confronto ai piccoli privilegi che il gretto e provincialotto Sindaco potrà beneficiare in futuro, con i suoi avanzi di carriera.

Chlestakov: E’ vero. Ho proprio chiesto la sua mano. Ne sono innamorato.

Il Sindaco: vostra eccellenza non posso crederci.

Chlestakov: No sto affatto scherzando. Per amore di sua figlia potrei commettere qualunque follia.

Il Sindaco: Non oso crederci, non sono degno di un simile onore. […] Vogliate fare come aggrada a vostra grazia! Che Dio vi benedica.

Chlestakov scambia un bacio con Mar’ia Antonovna (la figlia).

Il Sindaco(li guarda): Che diavolo …ma…E’ proprio vero! (si stropiccia gli occhi) Si baciano. Ah, santi del Paradiso, si baciano! Si è proprio fidanzato! (Saltano di gioia).

 

Ciò che qui risalta è il sottile sconfinamento o, meglio,  il degradante sbilanciamento e lo scricchiolio del potere dell’uomo-Sindaco, di cui Gogol’ con i bisturi della penna ne opera un feroce e radicale squartamento.  A farne le spese, con sogghigno sarcastico, sono tutti i personaggi messi in scena che rappresentano bene le varie classi sociali dell’ epoca in cui nessuno, dal più titolato al più umile, è esente da peccatucci e magagne. Dai notabili ai funzionari in pensione, dal commissario di polizia ai poliziotti, dall’ispettore scolastico al medico distrettuale, al giudice, finendo all’ufficiale postale. Tutti sono coinvolti, tutti guardano gli altri compiaciuti e sospettosi perché in realtà  guardano dentro i loro comportamenti, le loro abitudini, le loro consolidate azioni.

Lo stesso Chlestokov, mentendo e tenendosi il ruolo che la comunità gli ha attribuito, si crea come un personaggio altro da sé, e lo fa con una certa leggerezza, con una certa semplicità, facilità, addirittura con una invettiva davvero straordinaria, seguendo con maestria e attenta furbizia le indicazione che gli vengono dall’esterno: lo si vuole potente funzionario pietroburghese? Ebbene sia: vien fuori senza volerlo un truce, un implacabile burocrate che atterrisce tutti. Come dire non è l’uomo di per sé ad essere malvagio ma è la società che lo rende tale. Chlestokov mente perché il mondo intorno a lui questo gli chiede.

Ecco poi, nel momento del più bello, nel sodalizio dell’estasi raggiunta, subentra  lo smascheramento finale, l’avvento del vero ispettore che lascia tutti i personaggi basiti (un minuto e mezzo in silenzio) e preoccupati a doversi ricostruire di nuovo la fama di impeccabili falsi superuomini. L’avvento del vero ispettore sulla scena del teatro gogoliano, in verità taglia di netto la realtà costruitasi artificiosamente attraverso la menzogna, che è servita fino a quel momento a far luccicare di nascosto la connivenza meschina dei personaggi, la loro vita pubblica fatta di truffa e corruzione.

Nel sistema etico gogoliano, apertamente descritto dallo stesso autore dieci anni dopo nello «scioglimento dell’ispettore generale», mentre Chlestokov rappresenta la frivola e cattiva coscienza mondana, ingannevole e corrotta,  l’avvento del vero ispettore dovrebbe rappresentare la nostra coscienza finalmente libera e scevra di ipocrisia, quella coscienza che ci costringe improvvisamente a guardare dentro noi stessi con gli occhi ben sbarrati al fine di spaventarcene  per davvero.

Mi scuserete se a margine troverò ancora motivo per insistere: se avrete bisogno di guadagnare, in ogni momento della vita, ilarità, leggerezza e, più in generale, benessere interiore, diventa quanto mai imprescindibile tuffarsi nella lettura dell’ispettore generale ma anche degli straordinari i Racconti di Pietroburgo, per scoprire o riscoprire l’infinito universo artistico, letterario e magico di Gogol’.  D’altronde, come lo stesso autore, nel  Il giornale del pazzo, scriveva: «condividere i propri pensieri, i propri sentimenti e le proprie impressioni con un altro essere è una delle più grandi consolazioni al mondo» .

Filippo Violi

 

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