MARTIN SCORSESE: SILENCE

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Il cinema di Martin Scorsese racconta da sempre un’oscura necessità di trascendenza che, non di rado e in accordo con le intenzioni autobiografiche del regista, si accompagna a una mistica della violenza con il suo baricentro nella strada: è così per Mean street, Taxi driver, Toro scatenato e per l’endiadi Quei bravi ragazzi / Casino. Ma anche opere non riconducibili alle forme del gangster movie come Re per una notte e Fuori orario e persino il whartoniano L’età dell’innocenza con le sue crudeltà rituali e di classe, pulsano della stessa ossessione. Poi, parallelamente, è come se il cineasta italoamericano avesse tentato attraverso la sua filmografia di coagulare la sua formazione di cattolico in un kolossal religioso, dal controverso e potente L’ultima tentazione di Cristo al più irrisolto Kundun. Dai vangeli al Dalai Lama, sempre con un punto di vista eccentrico e trasversale. Autore colto e intelligente, Scorsese mostra di preferire la bestemmia e l’esplorazione alla resa porno-naturalistica cara a Mel Gibson (ma è assurdo anche solo il paragone).

Oggi, dopo tre decenni di tentativi (e rivoluzioni di casting: inizialmente anche De Niro e Keitel dovevano essere della partita) Scorsese riesce a tradurre in cinema il romanzo di Shusaku Endo sulle persecuzioni dei cristiani in Giappone e ci consegna il suo Cuore di tenebra.

La struttura narrativa di stampo conradiano si esplicita fin dall’uso delle lettere, dei diari e delle voci fuori campo. La prima voce che udiamo, su un panorama da inferno dantesco, è quella di Ferreira, il gesuita portoghese scomparso interpretato da Liam Neeson, cornice su cui si innesta la voce di Rodrigues (Andrew Garfield), uno dei due searchers spintosi in Giappone sulle sue tracce (l’altro, Garupe, ha il volto incisivo di Adam Driver) per poi lasciare spazio al diario di un mercante olandese, del quale a stento riconosciamo la fisionomia, e che ci riferisce gli ultimi anni di vita di Rodrigues. Continua insomma l’alternarsi anarchico e idiosincratico delle voci che già Scorsese padroneggiava magistralmente in Casino e in The wolf of Wall Street. E se queste due pellicole erano costantemente accompagnate, oltre che dalle voci off, anche da una colonna sonora martellante, Silence ha come costante contrappunto i suoni della natura, resi via via più minacciosi da un sound design che riduce il mondo a un basso continuo, spettrale e avvolgente.

Non stupisce che, nella Hollywood contemporanea dei cinecomix, Scorsese abbia faticato tanto per girare questo film. Silence ragiona su temi non facili: coraggio, fede e apostasia, concetti con cui tutti i suoi protagonisti devono fare i conti. Soprattutto racconta la fede in un Dio che, come unica manifestazione della sua presenza sceglie il silenzio e l’indifferenza. Impossibile non pensare a La sottile linea rossa di Malick, coi suoi soldatini schiacciati dalla magnificenza di una natura leopardianamente distante. Il conflitto messo in scena da Scorsese però è, se possibile, ancora più privato e interiore; si gioca negli sguardi terrorizzati e feriti di un uomo che, a un passo dalla follia, coglie nel suo riflesso in una pozza d’acqua, il cristo di El Greco. Ma, aldilà del suo protagonista, la figura centrale e in qualche misura rivelatrice di Silence, è il giapponese Kichijiro. Guida dei due gesuiti, convertito al cristianesimo ma anche primo a rinnegarlo per sfuggire alle persecuzioni. Nel corso del film lo vediamo altre tre volte calpestare immagini sacre sollecitato dagli ordini degli scherani dello Shogun, nonché ricevere gli archetipici trenta denari per aver consegnato Rodrigues all’inquisitore. Personaggio secondario ma dirompente e risolutivo, come il Basini de Il giovane Torless, anche Kichijiro si fa sintesi di tutte le contraddizioni della storia raccontata. In fondo è sua la vera via crucis del film, è lui a subire l’umiliazione di essere riconosciuto traditore. Il punto di vista di Rodrigues, a ben pensare, è quello di un testimone passivo. Osserva il martirio dei giapponesi cristiani nascosto tra le canne in riva al mare e in seguito dietro le sbarre di una prigione. Prima ancora che sul suo corpo è sul suo sguardo che agisce la prepotenza poliziesca. Rodrigues non fa che guardare, per tutto il film e da ultimo posa il sguardo, prima incredulo poi rassegnato, su Padre Ferreira, il Kurtz nascosto fra le pieghe di un paese ostile, ma soprattutto il suo maestro che ha abiurato la fede con lui condivisa. E il finale di Silence, sembra suggerirci che ogni resistenza è soprattutto una trincea interiore, personale, impossibile da affidare ad altrui mediazioni che non siano, paradossalmente, quelle delle negazione e del segreto.

Fabio Orrico

 

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