Un tentativo di ordinare il caos

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Aaronson, Ashley, Baumann, Boiman, Camer, Cohen, Diamond, Einhorn, Glasser, Goldberg, Goldstein, Gottlieb, Grenberg, Greenfield, Helsel, Holzberg, Hornick, Horowitz, Indictor, Kashine, Kessler, Klein, Koen, Levi e Matteo. Questi i nomi dei protagonisti del romanzo dello scrittore portoghese Tavares, uscito nel 2010 con il titolo originale Matteo perdeu o emprego e recentemente pubblicato in Italia da Nottetempo.

Non sempre Aaronson era stato un morto. Per un periodo Aaronson era stato davvero, senza esagerare, un essere vivente. Tra i ventisette e i trent’anni Aaronson girava – esasperato come un insetto – intorno a una rotonda. Tutte le mattine, tra le sette e le sette e mezza, si vedeva un uomo percorrere il perimetro della rotonda principale della città, rotonda in cui si riversava il sessanta per cento del traffico.

Libro surreale, sospeso tra interrogazione filosofica e satira sociale, Matteo ha perso il lavoro si compone di venticinque brevi capitoli, uno per personaggio, disposti e concatenati in rigoroso ordine alfabetico. Lo stesso autore del romanzo, in una postfazione nella quale illustra le sue intenzioni e che assume anche le caratteristiche del diario di lavorazione, ci spiega le ragioni sottese alla struttura narrativa:

Questo importa: l’alfabeto come gerarchia, elemento aleatorio che ci dà un ordine che ci sembra sensato. Un miracolo. […] I collegamenti tra i vari eventi di Matteo. Di fatto il collegamento non è tra a e b, il collegamento esiste nel mondo concreto degli eventi; gli eventi si legano fra loro,i personaggi si incrociano – e l’alfabeto è solo un ordine esterno. E’ come se esistesse una serie di eventi e, invece di contarli (1,2,3…), dessimo loro dei nomi. I nomi dei personaggi sono in tal caso nomi di eventi. Dare un nome di persona a qualcosa che succede nel mondo è un modo di umanizzare il mostruoso e l’informe che non capiamo.

Lo scrittore lusitano ingabbia l’assurdo dentro un sistema provvisto di punti di riferimento, appronta una logica per fissare la realtà ad un filo conduttore che ne rappresenti una minima cornice di senso. Aaronson, ad esempio, muore il giorno in cui decide di cambiare il verso della sua corsa, ovvero in direzione contraria rispetto al senso di marcia delle automobili. Ashley, il secondo protagonista del romanzo, è l’autista che lo investe e lo uccide. Il secondo capitolo vede quindi Ashley, artista plastico, intento a consegnare un pacco al signor Baumann, il numero tre della lista, il quale però abita in una strada dove tutti i palazzi hanno lo stesso numero civico, il 217… Sarà poi Boiman (il numero quattro) a scoprire la vera finalità del lavoro di Baumann, consistente nel recuperare i rifuti organici e inorganici gettati nella spazzatura, ripulirli come un restauratore di quadri antichi e infine riportarli al supermercato o nel negozio da cui originariamente erano stati acquistati. Baumann cercava di rimettere in circolazione quei prodotti. Come se il ciclo potesse ricominciare così, a forza.

Ogni capitolo di Matteo ha perso il lavoro si apre con la foto di un manichino. Girata la pagina, la foto è associata a quella del manichino/personaggio successivo, fino a comporre una catena di ventisei figure. Nedermeyer, l’ultimo nome, citato nel capitolo finale dedicato a Matteo, è solo introdotto ma non sviluppato, segno che il romanzo è volutamente non concluso e aperto verso nuovi sviluppi potenzialmente infiniti.

Tavares, attraverso il valore simbolico dei grotteschi manichini, emblemi di icasticità (un topos psicologico e letterario che è presente non casualmente anche in Zero K di Don DeLillo), indica la condizione dell’uomo medio contemporaneo, bloccato nel solco di gesti reiterati, inchiodato a nevrosi imbarazzanti, vincolato a comportamenti in bilico tra imprevedibilità e grettezza consuetudinaria, di cui spesso sfuggono le ragioni. Sottile è il confine tra malattia ed espressione autentica, difficile dire cosa nasconda la crosta della mania. Ciò che disorienta è l’aspetto di normalità che aleggia sulle vicende narrate, perchè la bizzarria non è mai stigmatizzata. In fondo, molti protagonisti non fanno che eleggere a regola di vita una propria stranezza, altri vi incappano per caso, mettendo benzina nel motore degli eventi.

Tavares porta le situazioni all’assurdo, filosoficamente, per dimostrare che dietro uno qualunque dei personaggi ci potrebbe essere il lettore, uno di noi, preso per nome (o cognome). Chi è il prossimo della lista? Quale dei nostri tic, delle fissazioni cui siamo inclini, è degna di essere trasfigurata nella posa plastica di un manichino?

Tavares, accostato dal New Yorker a mostri sacri quali Kafka e a Beckett, è un autore che potrebbe piacere al più stralunato dei nostri performer teatrali, Antonio Rezza. Come negli spettacoli di Rezza, lo sguardo è qui puntato sulla dimensione privata, benchè deformata in maschere grottesche, la società non è in primo piano – semmai è vista in controluce dalla prospettiva dei singoli – e la sfera del politico non riesce ad emergere compiutamente perchè inghiottita dalle pulsioni individuali, onnivore e totalizzanti. Ogni soggetto è nodo/snodo di una rete e, muovendo dalla propria posizione, può innescare avvenimenti non compresi negli intendimenti iniziali. Matteo ha perso il lavoro è un romanzo della complessità, opera che si rivela tempestiva nell’era di internet diffuso, del “data mining” pervasivo e della liquidità dei rapporti umani.

Indictor, membro dell’équipe dell’archeologo Horowitz, rientra nella lista dei personaggi solo per aver visto cosa faceva il giovane Kashine, che però, a sua volta, sarà decisivo, suo malgrado, per la vita di Kessler.

Kashine, il ragazzetto di sedici anni di cui sopra, di fatto decise quanto segue: spargere il no al proprio passaggio. Questa piccola parola, semplicemente, senza nessun commento: no. Sui manifesti che annunciavano una stella del teatro, Kashine scrisse no. Sul muro che divideva due proprietà, Kashine scrisse no. Su una serie di volantini che pubblicizzavano prodotti alimentari e detersivi con i rispettivi prezzi, Kashine scrisse no.

Non sappiamo se il NO di Kashine sia di natura ideologica, o se sia un mero tag, di quelli che i graffitari urbani lasciano dietro di sé come “marchio di fabbrica”. Tuttavia…

I vari no che Kashine, il giovane adolescente Kashine, sparse per la città e su diversi documenti causarono innumerevoli inconvenienti. Ci furono cambiamenti politici, legislativi, sociologici (un no sopra a un insieme di statistiche provocò una lunga discussione e le dimissioni del capo del dipartimento). Ci fu, addirittura, un divorzio, dato che la moglie, vedendo sulle spalle del marito, di nome Kessler, un enorme NO, pensò che quel no volesse trasmettere un messaggio chiaro.

Il caso genera caos. Tavares mette in scena un castello di destini incrociati, un gioco di specchi nel quale ognuno tira i fili delle vite altrui, e può essere alternativamente puparo o marionetta. Come scrive l’autore, il suo romanzo potrebbe iniziare da un punto qualsiasi. Tuttavia l’ordine, affinchè abbia una possibilità di riuscita contro la confusione, deve essere riconosciuto come reale, ovvero non fittizio, inventato o supposto, perchè nessuno con un nome che inizia con la lettera F può essere riscattato dopo che è stata segnata la presenza di Goldstein. L’architettura degli eventi necessita, nella sua solidità ontologica, di riconoscimento. I protagonisti non sono soggetti anarchici, nonostante l’apparente follia che li pervade, ma espressioni di vitalità repressa o deformata, tentativi umani di essere-nel-mondo, di comprendere la realtà, persone che cercano un varco nella foresta della complessità. La libertà, suggerisce l’autore portoghese, non sta certamente nel poter fare tutto ciò che si desidera fare, ma nel sollevarsi dalle turbolenze del caos,  riconoscendo il limite dei propri passi, afferando le ragioni della sopravvivenza tenendole strette, come avviene per Glasser, il cliente del bordello a cui è stato trapiantato un pesantissimo e ingombrante cuore esterno (!). Glasser esibisce la sua mortalità esibendo l’ultimo collegamento, che consiste in un filo che ovviamente non deve mai spezzarsi, pena la morte immediata. Di fatto, ecco cos’è che tutti cercano di fare: localizzare la propria batteria ultima e capire come ricaricarla.

I protagonisti di Matteo ha perso il lavoro fanno affiorare, involontariamente, nei tagli del disagio personale, materiale archetipico spesso appartenente al substrato delle fiabe popolari, tanto che uno psicologo potrebbe ricavarne letture interessanti, soprattutto di derivazione junghiana o lacaniana. In alcuni episodi già citati, ricorre il simbolo del cerchio, che torna anche nel capitolo intitolato Holzberg e la seconda rotonda, centrato sulla passione talmente smodata di un urbanista per le rotonde stradali, che lo porta ad inventarne una quadrata, per costringere gli automobilisti ad indovinare la circonferenza perfetta girando attorno alle pericolose punte della piazzola, così da eseguire il percorso intuitivamente… Nel destino di Holzberg e Hornick, invece, compare il labirinto, simbolo borgesiano per eccellenza, nelle forme di un’attrazione turistica, in cui si inoltrano gettando per terra, come Pollicino, pezzi di pane per segnalare il tragitto, finchè bambini affamati non li seguono per mangiare quelle molliche, sbarrando loro così la strada per il ritorno (un ribaltamento irriverente della fiaba classica). I due malcapitati vengono salvati dal gigantesco Horowitz, archeologo, pingue ed obeso, dal passo lentissimo, tant’è che seguirlo verso l’uscita risulta un’impresa sfiancante e quasi più insopportabile dell’angoscia di essersi persi. C’è poi la tavola periodica, che il vecchio Goldstein, anziano miliardario cieco con il mito di Mendeleev, fa tatuare sulla schiena del suo amante Gottlieb, con l’elemento raro scandio, che lo ossessiona, in rilievo. E ci sono anche gli scarafaggi che Helsel “alleva” in un deposito, per il gusto (o il bisogno?) di calcolarne il numero esatto con dei sensori di rilevazione… finchè la morte del padre non fa impazzire, o meglio rinsavire, il ricercatore, aprendogli gli occhi sull’assurdità di quel progetto.

Storia dopo storia la scrittura ammiccante di Tavares compone un tessuto di fatti, allaccia trame che si concludono (provvisoriamente, come detto) nell’esperienza di Matteo, padre di famiglia disoccupato che risponde ad un’inserzione di lavoro e che viene accolto al colloquio da una donna giovane e avvenente, ma, particolare non contenuto nell’annuncio letto sul giornale, priva di entrambe le braccia, manichino umano nel quale vede riflessa la sua infelicità personale, l’impossibilità di lavorare senza rinunciare a qualcosa di sé. L’impiego  che successivamente, come recita il titolo del capitolo e dell’intero romanzo, Matteo perde, consiste nel “farle da compagnia”, anche sessuale…  Ma l’episodio sarebbe meno provocatorio senza il parallelo tra la silhouette della donna, immagine della privazione forzata, dell’involuzione dei gesti e delle possibilità umane, e quella della scimmia di proprietà di Guzi, l’amico calzolaio che riceve sempre meno commesse a causa della crisi economica e scivola progressivamente nell’indigenza. La scimmia, il nostro parente più prossimo nella scala dell’evoluzione, simbolo di animalità e vitalità incondizionata, è insidiata da Guzi, ridotto alla fame, che però muore senza avere il tempo, o il coraggio, di mangiarsi la scimmia. Matteo la prende con sé prima che soccomba all’inedia per venderla al mercato, per rimetterla in circolo, ancora una volta.

Gonçalo Tavares affronta ironicamente la nostra epoca, segnata dal costante tentativo del potere tecnologico di isolarci in bolle di dati e di stamparci in volto un destino di consumatori, trasformandoci in manichini depotenziati, appesi alle regole della cyber-economia. Se la libertà digitale è la chiave di una prigione al silicio, i populismi sono la diffusione di un veleno sociale venduto come prodotto politico. Le tavole periodiche dove Goldstein incornicia il suo agognato elemento, da tramandare sulla carne, riecheggiano la necessità di nuove tavole di valori, nuove modalità di porle e sottoporle ai nostri interlocutori, a partire dai rispettivi vissuti personali, sconvolti da incubi e graffiati da paure che vogliamo ascoltare senza soccombere, vincere e non eludere. Ogni deviazione, dietro il velo della stranezza, è in realtà un segno di vita, un disperato desiderio di comprendere gli eventi e di imporre una testimonianza, per non lasciarsi sfuggire di mano ciò che accade.

Chi vince, infine, il confronto tra caso e caos? E’ questo un dilemma della scienza e della filosofia contemporanea. Così scrisse David Ruelle, padre della teoria del caos:

Nella vita di tutti i giorni troviamo numerosi esempi in cui il nostro principale, un nostro congiunto o il nostro governo tentano di manipolarci. Essi ci propongono un gioco sotto forma di scelta fra varie possibilità, di cui una appare chiaramente preferibile. Noi la scegliamo, dopo di che ci viene proposto un nuovo gioco, e così di seguito. Abbastanza rapidamente, da una scelta razionale all’altra, ci troviamo in una situazione che non ci piace per niente: siamo in trappola. Per evitare questa conclusione, è bene ricordarsi di agire un po’ a caso, in modo variabile e imprevedibile, che è forse la miglior strategia. Ciò che si perde in fatto di scelte ottimali, lo si riguadagna largamente conservando un po’ di libertà (David Ruelle, Caso e caos, Bollati Boringhieri, 2013).

Alessandro Vergari

(Gonçalo M. Tavares, Matteo ha perso il lavoro, Nottetempo 2016)

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