Nel gioco della grande letteratura

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Capita in alcuni momenti della storia della letteratura che venga  pubblicato un romanzo capace di sovvertire ogni canone, che sia messo alle stampe un libro che stupisce, incanta, stabilisce nuovi paradigmi narrativi, ribalta il concetto di “scrittura/lettura in stato di grazia”, che diventa pietra miliare di rinnovato confronto: che si pone, in definitiva, a nuovo archetipo, diventando così Il Libro.

Ricade tra questi preziosi libri-cardine senza ombra di dubbio uno dei più straordinari romanzi della letteratura mondiale del Secondo Novecento: Il gioco del mondo (Rayuela, nell’originale) dello scrittore argentino Julio Cortázar.

Uscito nel 1966 e ora in libreria nei Super ET di Einaudi nella bella traduzione di Irene Buonafalce, Il gioco del mondo è opera di bellezza vertiginosa che contiene in sé almeno un altro romanzo. E’ l’autore stesso che invita a leggerlo due volte: seguendo l’ordine numerico tradizionale, in prima battuta; a seguire, alternando i capitoli su una traccia da lui indicata, che non solo amplia e ispessisce l’orizzonte del romanzo con capitoli aggiuntivi ma sovverte la narrazione e ci consegna un libro diverso.

Se due sono le letture suggerite, possiamo però percorrere anche una nostra personale Rayuela, – quel gioco di infanzie lontane che vuole il tracciare per terra uno schema a croce diviso in caselle, da “terra” a “cielo”, da affrontare (o evitare con destrezza, come nella vita) a piè pari o su di una gamba sola-  : dei capitoli di questo libro, e qui sta la rivoluzione, abbiamo anche la possibilità di scegliere noi stessi l’ordine che più sentiamo nostro e partecipare così a una sua terza stesura e ricomposizione dei frammenti in cui la trama esplode e si raddensa.

Non se ne avrebbe a male Cortázar se imprimiamo al suo romanzo una nostra volontà: è lui stesso che ci invita a spezzare spazio, tempo e convenzioni, che percepisce come necessario un forte bisogno di disordine, unico modo di cogliere una realtà disgregata in frammenti: “Un racconto è una struttura – scrive all’amico Jean Barnabé nel giugno del 1959 – ma ora ho bisogno di destrutturarmi per tentare di raggiungere, non so come, un’altra struttura più reale e veritiera; un racconto è un sistema chiuso e perfetto, un serpente che si morde la coda; e io voglio farla finita con i sistemi e i meccanismi di precisione per riuscire a addentrarmi nel laboratorio centrale e lavorare, se ne ho la forza, sulla radice che prescinde da ogni ordine e sistema.”

Una dichiarazione programmatica pienamente rispettata seppur, a rigore, non in forma di “racconto”.  Rayuela si fa narrazione e gioco letterario ed esplode in una opera fino ad allora impensabile, che si fa invito alla scomposizione e reinterpretazione di vicende umane di amplissimi orizzonti: 580 pagine per una vicenda che pur rimanendo la stessa si sdoppia in fili e rivoli a cadere  perfetti in senso e forma verso un duplice, giustificato, epilogo.

Protagonista de Il gioco del mondo è Horacio Oliveira, studente argentino ampiamente fuoricorso che nella prima parte del romanzo si ritrova nel Vecchio continente, in una Parigi dal fascino cerebrale e al contempo di straripante sensualità: è qui che con amici a lui affini, ognuno in una sua personale deriva esistenziale (costruiti anche questi magistralmente a tutto tondo da Cortázar: straordinaria la figura di una patetica pianista di nullo successo) creerà  il Club del Serpente, spazio di infinite  discussioni teoriche su arte, musica, l’immancabile letteratura in accenti di  metaromanzo.

In controcanto, a bilanciare il vorticare di sole parole, la fisicità di Lucia, la Maga, donna che insegue  in un perenne balletto di attrazione e rifiuto, tra incontri solo all’apparenza casuali: “Avrei incontrato la Maga? Tante volte mi era bastato affacciarmi, arrivando da rue de Seine, all’arco che dà sul quai de Conti, e appena la luce di cenere e di olivo sospesa sul fiume mi lasciava distinguere le forme, subito la sua figurina sottile si disegnava sul Pont des Arts, qualche volta muovendosi da una parte all’altra, qualche altra ferma contro la ringhiera di ferro, china sull’acqua.

Ed era così naturale attraversare la strada, salire i gradini del ponte, penetrare nella sua sottile vita ed avvicinarmi alla Maga, che sorrideva senza sorpresa, convinta quanto me che incontrarsi per caso non era un caso nelle nostre vite, e che la gente che si dà appuntamenti precisi è la medesima che ha bisogno del foglio a righe per scriversi o che preme dal basso il tubetto del dentifricio. […] (noi) preferivamo incontrarci sul ponte, al tavolino di un caffè, in un cineforum o curvi su un gatto in un qualsiasi cortile del quartiere latino.
Camminavamo senza cercarci pur sapendo che camminavamo per incontrarci.”

Una relazione complessa, segnata da pesanti vuoti comunicativi, in cui l’uomo non risparmia di sottolineare con durezza inattesa le tante lacune intellettuali che lei cerca con spiazzante ingenuità di colmare a modo suo.

Ma sebbene inconsapevolmente la Maga è molto più vicina a raggiungere la verità, la pienezza di vita, di quanto non ci si possa aspettare: lo scopriremo nell’avanzare del romanzo, nel suo costruirsi e disfarsi.

E’ nel pellegrinare  tra boîtes, tra appartamenti fumosi con “odore molle di minestra”,  negli androni bui complici di effusioni di amanti immersi in baci interminabili, che Horacio percorre il suo gioco del mondo dalla casella della terra a salire a quella del cielo nella ricerca di ciò che definisce “il Centro”, la vita vera. Una quest infinita a cui sacrificherà la Maga, abbandonandola per poi ricercarla con disperazione nella seconda parte del libro, “il mondo da questa parte”, i capitoli ambientati nell’Argentina dell’autore.

A Buenos Aires, in cerca della compagna perduta, Horacio ritroverà persone del suo passato tra cui l’amico Traveler e la moglie Talita, coppia frutta di altro percorso ma chiaro doppio speculare di Oliveira e della Maga. I confini fisici si fanno permeabili, attraversabili con leggera facilità: Horacio si sente attratto da Talita solo perché la sua figura si sovrappone a quella della donna amata che pure resta sottesa, in filigrana, presenza eterna, potente.

Esaurita con i capitoli argentini una prima lettura, possiamo aprirne una seconda per il tramite del piano sovvertitore di Cortázar:  così come l’autore non cede alla tentazione della scrittura  facile, anche noi, sempre se vogliamo, potremmo seguire stavolta il proposto ordine-disordine di una lettura fisicamente non scorrevole, forzando il gesto nell’andare avanti e indietro, dalle prime pagine alle ultime, dove Cortázar ha inserito i nuovi capitoli (“accessori”) nella trama. Ne varrà la pena: ci troveremo così di fronte a un racconto simile al primo e dissimile al tempo stesso, in una vertigine se possibile ancor più densa, un precipitare vischioso, ineluttabile.

Il gioco letterario, splendido, raffinato, stabilisce un modello di romanzo “contro-romanzo”: ma non è la sola innovazione strutturale a dover assorbire la totale attenzione del lettore: che il Punto di Svolta della costruzione non metta in ombra la grandezza della scrittura di Cortázar, la capacità straordinaria di mantenere alti controllo della parola e tensione narrativa. E si goda appieno della delicatezza descrittiva in pagine come queste: Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.”

O ci si immerga in una Parigi anni Sessanta ma eterna, cara all’immaginario collettivo come un’idea di città dell’amore e di libertà,  percorsa dalla musica, dal jazz, dal  “blues with a feeling, e quasi non si balla, si sta in piedi soltanto, dondolandosi, e tutto è torbido, e sporco e canagliesco e ogni uomo vorrebbe strappare quei reggipetto tiepidi mentre le mani accarezzano una schiena e le ragazze stanno a bocca socchiusa e si abbandonano a poco a poco alla paura deliziosa e alla notte”.

Si giunga infine alla conclusione della nostra personale ricerca del centro, della pienezza, del significato, che per Horacio Oliveira deve essere accessibile a tutti: “Il problema consisteva nell’afferrare la propria unità senza essere un eroe, senza essere un santo, senza essere un criminale, senza essere un campione di pugilato, senza essere un personaggio, senza essere un pastore”.

E non solo frequentando “caffè tristi dove sta bene”, non solo nelle alte letture d’obbligo, nella cerebralità, nelle parole asciutte: “…con tanta scienza [comprendere il ] desiderio di aver compassione di qualcosa, e che piova qui dentro, che finalmente cominci a piovere, a sapere di terra, di cose vive, sì, finalmente di cose vive.”

(“Chiunque non legga Cortázar è condannato”: Pablo Neruda)

Anna Vallerugo

 

 

 

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