KLEBER MENDONÇA FILHO: AQUARIUS

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Aquarius è principalmente la storia di un assedio: Clara, scrittrice e critico musicale, vive sola in un palazzo abbandonato (il condominio “Aquarius” che dà il titolo alla pellicola) di proprietà di un’impresa di costruzioni intenzionata ad acquistare anche il suo appartamento e così poter abbattere l’intero edificio per poterne costruire uno nuovo al suo posto. Le fanno offerte generose, ma lei non ha intenzione di vendere. Perché? Probabilmente perché quell’appartamento è troppo carico di ricordi, di memoria, di oggetti che, anche solo sfiorati, si aprono come scatole cinesi per rivelare frammenti di vita, epifanie e dolori. Come vediamo nella prima bellissima scena ambientata all’inizio degli anni 80. L’appartamento ospita la festa di compleanno per una zia. Mentre nipotini e parenti recitano le loro filastrocche di augurio lo sguardo della donna si perde, intercetta un grosso comò e, nel tempo di un taglio di montaggio, siamo precipitati nel suo passato. Lei, giovanissima, che, issata su quel mobile, fa l’amore col suo uomo. È solo un istante poi la donna sorride e torna a guardare i suoi famigliari. Ovviamente, intorno a lei, nessuno ha fatto caso al suo attimo di distrazione e la festa continua. È un momento splendido e acutissimo che, con poco, ci rivela che labirinto sia la vita e come in ogni singolo istante siamo abitati dai fantasmi di altre persone, di come, forse, viviamo mille altre esistenze mentre conduciamo la nostra, quotidianamente. Ci rivela come la nostra vita scorra tutta insieme su un unico nastro trasportatore, con alcuni frammenti più luminosi di altri, o semplicemente più invadenti.

Le due ore e venti minuti di Aquarius sono raccontate con questa disinvoltura; un istinto narrativo che segue i pensieri dei personaggi e soprattutto della sua protagonista. In effetti senza Sonia Braga, bellissima, bravissima e magnetica nella parte di Clara, Aquarius sarebbe stato un altro film, non sappiamo se migliore o peggiore ma sicuramente diverso. Kleber Mendonça Filho, qui al suo secondo lungometraggio, costruisce il suo racconto sul personaggio di Clara rendendola il baricentro di emotività, gioie e dolori.

Donna estremamente carnale, fisica, Clara è soprattutto col corpo che ci racconta la sua biografia, a cominciare dalla mutilazione del seno, che ci viene mostrata naturalmente, mentre si spoglia prima di farsi una doccia. Lo sguardo di Mendonça Filho ha un tono documentaristico e la fisionomia di Sonia Braga, insistentemente indagata dalla macchina da presa del regista ci riporta alla mente certe intuizioni truffautiane, come la consapevolezza che un film finisce per essere fatalmente un documentario sui suoi interpreti.

Aquarius è anche una riflessione sul concetto di famiglia: Clara si muove in un mondo di amicizie ed affetti molto preciso. Personaggio connotato da subito come solitario e autosufficiente, non subisce nessuna contraddizione quando la vediamo immersa nel contesto più familiare, accanto ai figli e ai nipoti. Raccontando queste scene domestiche, il regista ci mostra in modo estremamente concreto, tattile, lo scorrere del tempo, l’avvicendarsi delle generazioni e il misterioso magnetismo che gli oggetti vanno a ricoprire nella vita delle persone. La casa di Clara è foderata da librerie colme di vinili e uno dei suoi gesti tipici è quello di guardare vecchie fotografie. Pur non disprezzando le nuove tecnologie e il digitale (lo dichiara in un’intervista concessa a una giovane collega), Clara è dichiaratamente una donna del novecento e si muove in una dimensione analogica, dolorosamente concreta.

Grande opera sui ricordi, Aquarius riesce a gestire questa dimensione senza pietismi e qui trova la sua forza. Clara sembra dire che si può onorare il proprio passato, assumerlo come parte strutturale della propria personalità, senza per questo correre il rischio di ripiegarsi su di esso e di chiudersi al mondo. Di fronte a lei c’è la spiaggia di Recife, praticamente il set principale del film. In fondo  Mendonça Filho ci comunica anche un’idea di Brasile e la storia di un luogo. Non a caso sceglie di aprire il suo film con alcune cartoline in bianco e nero della città, documentandone il cambiamento urbano e antropologico.

Il film è prodotto dall’influente Walter Salles, sorta di Tornatore carioca, autore di film da esportazione brutti e retorici, che finalmente compie un’opera buona. Chi scrive, per suo limite, conosce poco del cinema brasiliano, a parte grandi autori come Glauber Rocha e Julio Bressane o il folle Jose Mojica Marins. Aquarius trasmette l’idea di un cinema capace di parlare a ogni pubblico ma senza semplificazioni di linguaggio, anzi adottando una narrazione decisamente idiosincratica e personalissima. Vogliamo altro cinema così, Mendonça Filho!

Fabio Orrico

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