Mai l’ora fu così incerta

mimma

Le Edizioni Eretica hanno il pregio di distinguersi per la cura prodigata nel selezionare autori nuovi, emergenti, incuranti delle mode del momento. Ho avuto modo di leggere, recentemente, due poeti che hanno il coraggio di inchiodare il presente alle proprie responsabilità, spogliandosi di pudori e reticenze. Marco Luppi, esordiente, nella sua raffinata raccolta Dalla parte della radice fa esplodere il non-senso della nostra epoca in versi di rara precisione e potenza filosofica, Mimma Faliero, autrice pugliese di Gioia del Colle, torna a pubblicare, dopo Amore in dissolvenza, con rinnovata spudoratezza di intenti.

Il nuovo libro della poetessa si articola in tre sezioni, “Non chiedetemi l’ora”, “Poesia quasi d’amore” e “Le stanze del rovescio”, ed è una collezione di versi che affondano come artigli nel ventre dell’essere, poesie che graffiano l’anima scorticandola. Se mettiamo le dita nel solco dolorante, potremmo sentire un soffio che diventa urlo, “ché il vivere a volte / fa più male alla vita / della vita stessa”.

Non chiedetemi l’ora è un libro di interrogazioni senza approdo, di dubbi aperti sul proprio tempo che vacilla. Le poesie di Mimma Faliero si nutrono di sottrazioni, danzano sui chiaroscuri, negano le certezze affermandone l’impermanenza. Non temono di inverarsi nel dubbio, paradossale bussola del vagare sui sentieri dell’incantamento poetico.

Scivola lenta

l’ora sottratta alla vita

come l’andare dell’acqua

che non trova il suo estuario.

Cerco in silenzio Parole

lungo un sentiero d’inchiostro

che sia liquida cura.

Ma il verso

non giunge a una sponda

sottratto a se stesso

cerca un approdo

e sospinto nel vento

si sperde

nella curva del niente.

Questi versi, che aprono la prima sezione, sono rappresentativi della cifra creativa e della matrice autoriale di Mimma Faliero, poetessa che si pone in ascolto dell’ambiente e ne riflette i riverberi, i frammenti incoerenti, le presenze assenti, sublimando il processo poietico in verità che si sfaldano appena pronunciate. Chiedere l’ora è possibile, impossibile è restituire una risposta univoca e certa.

Perché nell’anatomia del dolore

non c’è piano sagittale

che ne tagli la carne

e nella dittatura del falso

un alito di Vero

è l’ossimoro del nostro vivere.

Mimma Faliero non si chiude nel recinto dello struggimento privato. La sofferenza del disincanto, più che un muto dolore, è colore emotivo che si spande su una terra desolata, nota che risuona nelle caverne di uno spazio pubblico svuotato e silente, è impressione che diventa  testimonianza, cippo piantato nello scontento di una civiltà disorientata. Condannati a vivere secondo le regole imposte dalla “dittatura del falso” (che sia questo l’unico modo autentico di indicare la post-verità, di cui tanti, troppi, sproloquiano negli ultimi tempi?), possiamo concederci di respirare brevi momenti di felicità, sorrisi abbozzati all’approssimarsi di uno strangolamento, pressati dall’immanenza di eventi terribili.

Dovremmo imparare a

correggere

ciò che sembra giusto

riscattandoci nell’errore.

Nei versi della poetessa pugliese si avverte il gusto del paradosso e della contraddizione esistenziale consapevolmente avvertita. Esporsi alla vita significa impegnarsi e attendere, sulla propria pelle, la forza salvifica dell’errore, significa accettare la ferita inferta dalle carezze, per restituire il colpo, reagendo alla caduta, replicando innanzitutto a se stessi. Come un esule si afferra sul ciglio del proprio destino, così l’autrice tenta di vincere l’inesorabile peso del nulla che la trascina lontano da sé. Chi ha condannato chi? Nello sforzo della scrittura sta il senso della battaglia, nelle parole si infrange la cruda visione del mascheramento oramai insopportabile.

Ed io

convertendo l’inganno

in restituzione di castigo

accolgo la pochezza

della mia esclusione

svuotando i granai

di mal riposte domande.

E’ questa la sincerità della vera poesia. Mimma Faliero non dipinge paesaggi idilliaci, non abusa di metafore che occultino la realtà. La poetessa si immerge con ostinazione negli angoli bui dell’esistenza, nella convinzione che “talvolta / giunge una voce / un inno incosciente / un richiamo / che fa eco al silenzio di esistere”. Piccole percezioni che scavano la pietra, segni sottili che mimano la figura nascosta tra la grezza materia, scarti interiori che sfidano il caos immobile della quotidianità.

Poesia che si apre al tu della persona amata nella sezione centrale del libro, dagli echi quasi orientali, se non arabi, quando il tu Cercato giunge “come un dolce sterminio di petali / e come un damasco regale”. Poesia che reclama una verità-vi-prego-sull-amore, anche in questo caso percepita ed an-negata nell’assenza, virata nella luce di un passato irraggiungibile, quando “lo scirocco trascinò via / anche il profumo della tua pelle”, franata nell’eccesso di pienezza, perchè “troppo cielo può annegare per sempre”. Tormento erotico, passione che più si eleva verso l’Amato più inciampa nel proprio limite, irrestibile richiamo di eros a thanatos, “la vita chiede Ordine / ma io non so obbedirle”, finché l’abito del desiderio si rivela mera impalcatura di menzogne, narrazione autoimposta “di un progetto solo immaginato, / trappola d’inganno di un deposto re”. Dove sta il confine tra verità e falsità? E’ la grammatica dell’Amore a i-scrivere il poeta nel suo delirio, è la passione ad incrociare i piani ontologici, a legare le coppie “in un sonno senza radici”, a fornire stimolo all’immaginazione e a suggellare la nuda immanenza del tempo. Un materiale onirico ma credibile, fluttuante eppure palpabile, che con-fonde le menti e i corpi degli amanti.

Ne “Le stanze del rovescio”, ultima tappa del viaggio poetico di questa raccolta, emerge con lancinante chiarezza cioraniana la presunzione di esistere, il dilemma posto dalla tragedia della nascita: ha senso restare in vita? E per chi? La risposta è spietata: la malattia mortale è sempre in agguato, pertanto all’uomo, o alla donna, non resta che riconoscerne le sembianze e familiarizzare con l’ombra dei giorni, venendo a patti con l’esperienza della transitorietà.

E’ una malattia subdola

nascere uomini

una presunzione di esistere mal riposta

che invano attende uno sguardo

se non quello di una affollata e altera solitudine.

Scrive Nicola Vacca nella prefazione che l’Autrice si muove nel sottosuolo delle parole e ne riporta in luce una domanda di senso. Ogni verso di questa raccolta è un azzardo che tende a decostruire i non luoghi che oggi abitiamo. Questa dimensione politica e sociologica si innesta in una forma di sensibilità femminile che rimanda a quanto affermava Anne Sexton, meravigliosa voce interprete del disagio, in una sua poesia, L’arte della magia nera (in La Zavorra dell’eterno, Crocetti, 2016).

Una donna che scrive sente troppo,

quante estasi e portenti!

Come se cicli, bambini e isole

non fossero abbastanza; come se lutti e chiacchiere

e verdure non fossero abbastanza.

Crede di poter mettere in guardia le stelle.

Chi scrive è in fondo una spia.

Amore mio, quella sono io.

Mimma Faliero sente, assorbe, filtra le storie pubbliche e private, spia l’assurdo dei nostri anni infelici e ne traduce il codice, disseppellendo enigmi dalla polvere del tempo, “ché a volte / dalle cose rimorte / senti l’odore di una pacata risurrezione”.

Dire la vita è impossibile, ingabbiarla in concetti è vano, lasciarla fluire è necessario. Così, ci riconosciamo in transitoria sospensione, condizione che si declina nel

Confondersi

tra le ombre ed un senza

annegando nello zenith

dell’inconsistenza.

In questo deserto di oasi mancate, esiste infine un (non)luogo “dei peccati giusti”, in cui “l’amore si consuma lieve / gravitando in un’orbita non più aguzzina”, transito esistenziale che ricorda l’ammonimento del filosofo Zygmunt Bauman, da poco scomparso, a non perdere di vista l’integrità del proprio essere e quindi la cura di sé, perchè, in una stanza perfettamente rovesciata, “l’amore di sé potrebbe ribellarsi al perpetuarsi della vita. L’amore di sé potrebbe spingerci ad ambire il pericolo e a ricercare la minaccia” (Amore Liquido). Perchè impiccarsi alle ragioni dell’altro, nella ricerca di un’illusoria purezza, produce disgusto e rifiuto dell’immagine di se stessi davanti allo specchio, e a quel punto la vita, riprendendo la poesia della Faliero, degenera in un “terreno di gogna”. Se è vero che solo l’abbraccio disinteressato può rassicurarci e garantirci nella nostra sfera di dignità, allora il poeta si fa sentinella della nudità del cuore, vigile sguardo all’altezza di un’epoca disintegrata e disgregrante, in cui  la regola è assassina dell’eccezione e chi dice normalità cerca solo di ingannarti.

La poesia di Mimma Faliero è il tentativo estremo di restare in equilibrio al margine di una guerra subdola e totale, “senza appellarsi a simboli e significati / perchè gli idiomi a volte subiscono / lo stesso declino degli imperi”, dove “occorre vincere il pudore del limite” e restare nei pressi di una domanda, ammettendo, anzi scommettendo, sulla “nostra complicità al nulla”. Mai l’ora fu così incerta.

Alessandro Vergari

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