Strand, il poeta nella terra di nessuno

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Strand è uno dei più grandi poeti contemporanei (1934 – 2014). Nei suoi versi  le tracce del nichilismo sono solcate da uno scavo profondo e sentito dove sono collegate le cose della vita con le loro derive.

Poeta del pensiero sempre attivo si muove dentro le cose del quotidiano scruta con disillusione efficace tutti i desolanti paesaggi della vita.

Il paesaggio è per Strand lo spazio poetico in cui agire. La sua poesia è un infinito teatro del disincanto in un cui ogni cosa è spogliata del suo intimo significato per diventare un vocabolo di quella disumana insensatezza dove tutto appare per scomparire.

Nel 2011 Mondadori manda in libreria L’uomo che cammina un passo davanti al buio. Un volume curato e tradotto da Damiano Albeni che raccoglie l’attività poetica di Strand dal 1964 al 2006. Peccato che questo volume non sia più reperibile.

Quasi invisibile (Mondadori) è l’ultimo libro pubblicato in vita. Quasi un testamento che racchiude il senso di tutta la poesia di Mark Strand: una filosofia dello svanire con la sua meditazione sempre sospesa tra le assenze  e le disillusioni di una « malinconia ermetica» sempre vicina all’assurdo e allo stupore.

Strand sceglie la forma del poemetto in prosa per cercare di venire a capo dei frammenti dispersi della quotidianità che oscillano tra routine e insensatezza.

Nelle sue riflessioni il poeta ancora una volta si mostra disincantato ma non smette mai di stupirsi. Tra malinconia ermetica ed eternità provvisoria Strand si muove nelle ore vuote di un assurdo quotidiano, dove tutti siamo in viaggio verso un confine, essendo consapevoli di non sapere quale confine stiamo cercando.

In una condizione sempre al limite del vuoto e del nulla, Mark Strand è il poeta viaggiatore, l’uomo che cammina un passo davanti al buio fissando le pagine vuote della vita, lasciando sempre che la semplicità penetri l’occhio, semplicità come un tavolo su cui non è apparecchiato niente, come un tavolo che non è ancora un tavolo.

Come se il tempo fosse scandito da una clessidra nietszschiana, il pensiero del poeta viene trascinato dalla luce del giorno nei corridoi bronzei del crepuscolo e da lì nella promessa del buio in cui il futuro  è mera illusione. Quel quasi invisibile in cui si consuma «la congiunzione luminosa di niente e di tutto».

La poesia di Mark Strand si compie nell’immanenza di un quotidiano di cui noi tutti siamo chiamati a essere il coro.

Come nei quadri di Edward Hopper, nei versi del poeta canadese la complessa fisicità del reale trova la sua dimora nel insoddisfazione quieta e dominante di paesaggi tenebrosi in cui gli esseri umani fanno i conti con le loro ferite personali e l’insensatezza di una condizione esistenziale in cui la lotta non porta a niente. Perché il cuore vuoto non può eseguire gli ordini della mente.

Mark Strand è il poeta dell’assenza che nel disincanto è pronto ancora a stupirsi nella speranza di cogliere l’ultimo atto della coscienza: abitare fino all’ultimo la terra di nessuno prima che il gelo spenga ogni cosa.

Nicola Vacca

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