JIM JARMUSCH: PATERSON

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La poesia al cinema è sempre stata una brutta bestia: dall’inguardabile biopic su Allen Ginsberg (scusate, nemmeno mi ricordo il titolo) alla volenterosa ma modesta docufiction di Marina Spada su Antonia Pozzi (il titolo me lo ricordo: Poesia che mi guardi) i tentativi di dar corpo (nonché luce, spazio, tempo) alla parola poetica sembrano essere destinati a un generale fallimento. Ma Jim Jarmusch, cineasta libero e trasversale, non deve essersi posto il problema scrivendo e girando il suo Paterson, film tenero, inquieto e bellissimo che ci racconta una settimana di vita di Paterson, residente nella città omonima, autista di autobus e poeta. Non è facile parlare dell’ultima opera di Jarmusch, forse perché la sua semplicità di scrittura e messa in scena risulta disarmante ma anche un po’ ingannevole. Se infatti si ripensa a quello che abbiamo visto, una volta che i titoli di coda sono terminati, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un arazzo complesso e variegato. Nemmeno per un istante però ci sfiora il sospetto del compiacimento intellettuale, perché Paterson è una storia di uomini, donne e cani, piena di umorismo e calore, di dolcezza e profonda ma trattenuta disperazione.

La ripetizione sembra essere il centro propulsore del film, la sua figura retorica principe. Adam Driver, che già nel cognome ripete la professione del suo personaggio, si sveglia ogni mattina, controlla l’ora sul suo orologio, bacia leggermente sua moglie Laura (l’iraniana Golshifteh Farahani: meravigliosa), sorta di fatina casalinga, che si crogiola nel tepore delle lenzuola come una gatta, e poi comincia la sua giornata. La passeggiata fino al lavoro; il lavoro; la pausa pranzo su una panchina di fronte a un fiume che scorre impassibile; il ritorno a casa; gli improbabili progetti di Laura, dall’aprire una pasticceria a sfondare come cantante country; la passeggiata serale col cane Marvin, destinata immancabilmente a finire con una birra al pub gestito dal michaelmanniano Barry Shabaka Henley. E in mezzo a tutto questo le poesie che Paterson scrive sul suo taccuino “segreto”, in ogni pausa consentitagli.

Quando vediamo i due protagonisti per la prima volta, inquadrati da una macchina da presa in posizione zenitale, Laura racconta a Paterson di aver sognato di partorire due gemelli. Le sue parole anticipano la lunga serie di coppie identiche che Paterson incontra sulla sua strada nel corso del film. Si sdoppiano le persone, si sdoppiano le situazioni o, se preferite, si ripetono. Paterson è testimone passivo ma intimamente partecipe. Mentre guida l’autobus ascolta le conversazioni dei passeggeri, operai che si fanno confidenze sui propri incontri galanti o studenti che parlano di Gaetano Bresci, cittadino proprio di quest’angolo d’America prima di tornare in Italia e attentare con successo alla vita di Re Umberto I.

È sublime Adam Driver, quando passa dalla sua imperturbabile, keatoniana fissità di sguardo alla luce di un sorriso. Jarmusch ci racconta un uomo qualunque, anzi, non esattamente qualunque, un brav’uomo che si preoccupa per le persone che lo circondano, senza esibizionismi ma con la meticolosità di chi non potrebbe fare altro. Un uomo che fa sempre le stesse cose con variazioni minime, ma assolutamente significative. Del tutto specularmente, Laura esce raramente di casa ma la sua attività è continua, irradiante e pervasiva. L’arredamento come il suo guardaroba portano il segno della sua creatività e anche il pranzo che prepara quotidianamente per il marito non sfugge a questa regola. I loro dialoghi quotidiani, sul divano che Paterson occupa con postura rigida ed eretta complementare alle pose dolcemente scomposte della moglie, sono osservati dal cane Marvin. Non certo una presenza passiva, come dimostrano i piani d’ascolto che Jarmusch gli dedica di continuo. Marvin è l’agente del caos. Scopriremo che è lui il responsabile del piccolo giallo che attraversa il film ed è lui a causare l’unica svolta di sceneggiatura, il gesto che apre all’incontro finale tra Paterson e il poeta giapponese. Scena splendida che si conclude col regalo al protagonista di un nuovo taccuino, le cui pagine bianche, sfogliate con noncuranza e gratitudine, sembrano alludere alla possibilità di qualsiasi storia, di qualsiasi cambiamento.

Viene naturale individuare in Yasujiro Ozu il nume tutelare di questa storia ma è anche vero che, dall’esordio Permanent vacation in poi, Jarmusch, pur partito da suggestioni wendersiane, assomiglia soprattutto a sé stesso. Negli ultimi due decenni si è preso la soddisfazione di reinventare generi ultra codificati, dal western cui ha dedicato lo spettrale Dead man al film di vampiri con il recente Solo gli amanti sopravvivono, passando per Ghost Dog, personalissima rilettura de Le samourai di Jean Pierre Melville.

Paterson è un approdo clamoroso per il regista americano, perché è un film che si prefigge (riuscendoci) di raccontare la vita e lo fa nel modo giusto, alternando stupore e stasi, malinconia e bellezza e le sue scene d’amore, quotidiane e pacate, riescono a essere deflagranti come una sparatoria filmata da Walter Hill.

Fabio Orrico

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