Ilaria Boffa e la poesia dei non luoghi

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Nella poesia tutte le condizioni del sentire dovrebbero trovare una casa anche se senza finestre e senza porte.

Versi come punti di domanda necessari per esplorare gli smarrimenti dei rapporti umani.

Al margine delle periferie esistenziali si muove la poesia di Ilaria Boffa che si tuffa nel precipizio dei non luoghi per annotare ai confini del vissuto lo stato di sonno profondo del tempo che viviamo.

Periferie (Samuele editore, pagine 132, 12 euro) è il titolo della seconda raccolta della poetessa veneta. Attraverso la periferia, che è consapevolezza fisica di discontinuità, nei versi di Ilaria Boffa prende corpo lo spaesamento di una filosofia immanente dello svanire che ci coinvolge in un processo irreversibile di decadenza.

Solitudini e disorientamenti osservati dal punto di vista di tutte le periferie del vivere umano e disumano dove il tempo non si ferma e tutto verosimilmente si dissolverà.

La poesia deve osservare il mondo dalle periferie senza mai essere egocentrica e autoreferenziale.

Ilaria Boffa fa della periferia la condizione del sentire della sua poesia. La parola netta nella sua naturale precisione denuda il verso. Il risultato è ottimo perché  qui i  versi non sono mai tradimenti della realtà.

Come lei stessa scrive nella poesia Il canto decadente del silenzio e dei cavi «la vita è passata su uno schermo bianco / nel silenzio del teatro / abbiamo perso il suono dei nostri respiri».

Se vogliamo avere ancora la possibilità di darci un domani dovremmo guardare al « mondo minimale» delle periferie: «Perché la periferia è un non luogo, un passaggio attraverso / che mantiene il bordo mentre ogni cosa converge».

Perché tutto quello che le periferie rivelano i poeti lo devono raccontare. Ilaria Boffa si  è persa nella geografia discontinua delle periferia e ogni frammento incompleto della sua quotidianità disagiata è stato colto da una poesia che sa parlare con una lingua che è «vertigine di essere vivi» a  quella fine del mondo sempre più apocalittica che minaccia le nostre esistenze.

Nicola Vacca

 

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