Guardare è un atto politico

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“Sto disegnando alcuni iris che crescono lungo il muro meridionale della casa. Sono alti circa un metro, ma, quasi in piena fioritura, sembrano curvarsi sotto il peso dei fiori. Quattro per stelo. Il sole splende. E’ maggio. Sotto i millecinquecento metri non resta traccia di neve”.

John Berger è morto a Parigi pochi giorni fa, dopo aver trascorso gli ultimi quarant’anni di vita a Quincy, tra i monti dell’Alta Savoia. Artista poliedrico, critico d’arte, romanziere, sceneggiatore, militante politico, teorico dell’immagine, saggista, disegnatore, etno-antropologo, studioso attento di filosofia e sociologia, John Berger è stato un protagonista della cultura europea del Novecento, scrittore prolifico, eclettico e difficilmente classificabile. Sul guardare (Bruno Mondadori, 2003) e Capire una fotografia (Contrasto, 2014) sono i suoi libri che, personalmente, mi hanno introdotto a quella parte di pensiero inerente le tematiche dello sguardo e della visione.

Formatosi nel solco dell’umanesimo marxista, produttore negli Anni Settanta di una serie televisiva per la BBC, Ways of seeing, ispirata a Walter Benjamin, autore aperto a collaborazioni con artisti afferenti a varie discipline (basti ricordare le ricerche sociali sulle popolazioni contadine costrette all’emigrazione, dove i suoi saggi si accompagnano alle fotografie del fido collaboratore Jean Mohr), vincitore nel 1972 del prestigioso Booker Prize con il romanzo G. (pubblicato da Neri Pozza nel 2012), John Berger ha contribuito, nel corso degli anni, alla strutturazione, se non di una disciplina, quantomeno di un metodo d’indagine della realtà rigoroso e versatile. La sua eredità principale è legata al tema dell’immagine nella società contemporanea, alla riflessione critica sullo sguardo come facoltà tipica dell’uomo. Il lavoro teorico e pratico di Berger è stato un tentativo costante di analisi e ricostruzione dei nostri atti di visione, creativi o di mera fruizione, alla scoperta di costellazioni di senso, di significati nascosti dietro le forme storiche o naturali, di gestalt inedite, epifanie che squarcino il velo delle nostre false convinzioni, ribaltamenti dialettici che sovvertano la fissità dei punti di osservazione dati dalla consuetudine o assegnati dal potere.

“All’inizio interroghi il modello (i sette iris) per scoprire le linee, le forme, i toni che puoi tracciare sul foglio. Il disegno accumula le risposte. Naturalmente, via via che metti in discussione le prime risposte, accumula anche correzioni. Disegnare è correggere. Adesso comincio a utilizzare i fogli di carta cinese: i tratti a inchiostro si trasformano in vene”.

Queste citazioni, dalle sfumature quasi leonardesche, sono tratte da uno degli ultimi libri di John Berger, Bento’s Sketchbook, Il taccuino di Bento. L’antefatto, come spiega l’autore, riguarda il ritrovamento impossibile del quaderno di Baruch Spinoza (Benedetto, o Bento, appunto), sul quale il grande filosofo probabilmente amava esercitarsi sviluppando l’arte del disegno, una delle sue passioni meno note. E’ possibile, secondo fonti coeve a Spinoza, che Baruch portasse sempre con sé una sorta di taccuino, poi andato perduto, in cui le fulminanti intuizioni del suo pensiero venivano stilizzate sotto forma di bozzetti o schizzi improvvisati. E’ quasi certo che lui e Rembrandt si conoscessero personalmente. Universalmente nota è la professione di Bento, a cui era stato destinato dalla comunità ebraica, ovvero il mestiere di ottico. Ecco che lettura filosofica del mondo, sguardo, prassi e disegno convergono in un’unica attitudine esplorativa, l’esame della realtà a partire da un esercizio consapevole di visione.

“Se si è fortunati, a un certo punto l’accumulazione diventa un’immagine, smette cioè di essere un cumulo di segni e si trasforma in presenza. Grossolana, ma presenza. E’ lì che il tuo modo di osservare cambia. Cominci a interrogare la presenza tanto quanto il modello”.

John Berger interroga le forme visibili per indovinare una prospettiva, per solleticare una presenza nascosta sotto i segni, per fissare i tratti originariamente confusi dell’immagine, portandoli ad un punto di chiarezza storica e dialettica che l’autore scopre progressivamente, aggiungendo e sottraendo. La matita è uno strumento d’indagine che non può prescindere dall’occhio di chi guarda, né può escludere il destinatario. Il pennello in questo caso disegna un dono che finirà accanto al feretro di una persona morta. Anche un funerale può essere un orizzonte, per l’artista.

“Noi che disegniamo lo facciamo non solo per rendere visibile qualcosa agli altri, ma anche per accompagnare qualcosa di invisibile alla sua incalcolabile destinazione”.

E’ il concetto di aura, dell’irripetibile nell’arte ai tempi dell’infinita riproducibilità delle opere, in un secolo, il ventunesimo, che spinge le potenzialità della tecnica ben oltre gli effetti che Benjamin poteva vedere attorno a sé. Ma con “incalcolabile destinazione” John Berger si rivolge soprattutto all’eternità spinozianamente intesa, laddove la nostra finitudine viene riscattata grazie all’onnicomprensività di uno schema immanente, segno di vittoria filosofica sulla precarietà del vivente. Le forme rimandano ad un disegno che solo gli occhi della mente possono conoscere. L’artista nell’opera ricrea lo specchio di una verità superiore, unica sostanza rintracciabile in tutte le manifestazioni umane. John Berger estende questo assunto a qualsiasi esperienza.

“Per anni sono stato affascinato da un certo parallelismo tra l’atto di pilotare una moto e l’atto di disegnare. E’ un parallelo che mi affascina, perché può rivelare un segreto. A che proposito? A proposito di movimento e visione”.

Leggere un libro di John Berger significa abbandonarsi ad analogie e similitudini che portano lontano, in terre incognite.

“Guardare avvicina […] Una moto la piloti con gli occhi, con i polsi e con l’inclinazione del corpo. Gli occhi sono i più importuni dei tre. La moto segue e vira verso tutto ciò su cui si fissano. Segue il tuo sguardo, non le tue idee”.

Come si lega tutto questo con la pratica del disegno?

“Da disegnatore, quando lo strumento con cui disegni entra in contatto con la carta, valuti quanto essa sia assorbente, liscia, resistente, docile o intrattabile, e disegni di conseguenza, modificando la pressione, la durata dei tocchi, la quantità d’inchiostro, la durezza del carboncino, la quantità di saliva, eccetera. E da pilota, osservi o valuti in modo non dissimile la superficie della strada o il percorso”.

E cosa c’entra questo ragionamento con l’Etica di Spinoza? E’ presto detto. John Berger richiama la proposizione 7 della Parte II, dove il filosofo olandese postula l’unicità della sostanza, in particolare afferma “che la sostanza pensante e la sostanza estesa sono una sola e medesima sostanza, che è compresa ora sotto questo, ora sotto quell’attributo”.

Il disegnatore, sulla carta, affronta “il contorno di ciò che è estensivo”. Il suo atto di disegnare è tormentato dalla sua stessa esigenza di libertà, perché sotto il tratto di matita o di pennello grava il peso della verità ontologica, sotto il segno riposa il significato che rimanda all’infinito. Così, anche il pilota di moto, come ogni ente in movimento, sfida la pressione dei corpi, percorre le curve della ragione, affronta la strada restando in equilibrio sul filo del proprio destino, già scritto nell’immanenza degli eventi. La sostanza, che vivifica di senso il creato e che attribuisce a ciascuno di noi direzione, valore, peso e tensione verso l’assoluto, fornisce l’intima chiave di comprensione ai nostri gesti, a patto che gli uomini si riconoscano sub specie aeternitatis, unica garanzia di essere autenticamente liberi. “Siete in sella a un disegno”, conclude John Berger.

“Studiate i volti dei nuovi tiranni. […] Le loro facce da profittatori hanno molti tratti in comune”.

John Berger non ha mai fatto sconti ai detentori del potere reale. Il suo anticapitalismo è sempre stato fermo e alieno da compromessi. Tuttavia, ne ha ricercato i tratti fenomenologici principalmente nelle pieghe, nelle fessure, in quei varchi che si aprono nelle sovrastrutture politico-economiche e che filosoficamente definiamo contraddizioni.

“Se si esaminano i loro lineamenti, si ha l’impressione che non abbiano appetiti fisici pronunciati, e tanto meno eccessivi, a parte un’insaziabile brama di controllo. Tutt’altro che mostruosi, i loro volti, benché un po’ tesi, paiono quasi insipidi. Sulla fronte hanno numerose rughe orizzontali. Non si tratta di solchi scavati dal pensiero, ma di linee che trasmettono informazioni non stop. Occhi piccoli, pronti, che esaminano tutto e non contemplano nulla. Orecchie capienti come banche dati, ma incapaci di ascoltare”.

Di fronte a questo ritratto impietoso di un establishment mondiale disumano, alienante, cibernetico, Spinoza è l’ancora di salvataggio per non affondare nell’irrazionalità e nella disperazione. La comprensione, ancora una volta, significa possibilità di salvezza.

“Tu hai spiegato che le forme del conoscere sono tre. Una forma confusa basata su dicerie e impressioni e mai riferita a una visione d’insieme. Una conoscenza che si serve di idee adeguate, riguardante la proprietà delle cose. E, in terzo luogo, una conoscenza che concerne la sostanza delle cose riassunta in Dio”. Come si collocano i nuovi tiranni nel quadro della conoscenza, delineato da Baruch/Bento Spinoza? “Non sanno niente di niente, né della proprietà né dell’essenza delle cose. Conoscono bene solo le loro impressioni sui loro racket. Da qui la loro paranoia e, generata dalla paranoia, la loro energia ripetitiva. Il loro reiterato articolo di fede è: Non c’è alternativa”.

Il guardare è un apprendimento che necessita studio, spontaneità, ironia, empatia, capacità di individuare e decostruire logiche di dominio. Saper guardare è pertanto un presupposto cognitivo, funzionale allo smascheramento dell’esercizio di potere. A ideale epitaffio, sulla sua tomba, non sarebbero fuori luogo queste parole di Leonardo da Vinci, scritte a proposito del trauma della perdita della vista: “chi li perde [gli occhi] lascia essa anima in un’oscura prigione, dove si perde ogni speranza di rivedere il sole, luce di tutto il mondo”.

Come un artista del Rinascimento, John Berger ha puntato tutto sulla visione, sullo sguardo, sul ritorno alla misura, sulla ricerca di nuove armonie tra il micro e il macro, tra il sopra e il sotto. Perché guardare, in sintesi, è un atto politico, è un gesto di libertà che mira all’essenza dell’uomo. Il tentativo di trovare corrispondenze organiche tra esperienza e ragione, il bisogno di riportare la vita individuale e collettiva a forme sostenibili, a principi di qualità: questi i tavoli dove si giocano le scommesse di una società alternativa, di un presente non tirannico e di un’estetica che sappia riprendere il sentiero interrotto della bellezza.

Alessandro Vergari

Il taccuino di Bento di John Berger (Neri Pozza, 2014)

 

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