Derek Walcott e tutte le voci della poesia

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Iosif  Brodskij  scrisse a proposito della poesia di Derek Walcott: «La sua versatilità, nella metrica e nei generi, è invidiabile. Nell’insieme, però, questo poeta tende a un monologo lirico e  a un discorso narrativo.Tutto questo, e la propensione a scrivere per cicli, come pure le pièces in versi,fanno di nuovo  pensare a una vena epica, e  forse è tempo di considerare Walcott in questa luce».

Il poeta caraibico, insignito del premio Nobel nel 1992, è immenso per aver portato l’epica nella nostra odissea quotidiana.

Tutto il mondo nei suoi versi prende il senso dell’infinito. Da molti anni Walcott è divenuto il cantore dello stare nelle cose della vita.

Le sue elegie  raccontano gli individui nella loro umana singolarità . Ogni fatto nella sua poesia è un pretesto   per  mettere nero su bianco  con desolante precisione  la nuda consistenza della realtà. Un’ ampia e nuova selezione della sua opera è uscita qualche anno fa da Adelphi.  «Isole» (a cura di  Matteo Campagnoli,  pagine  605,  euro 34) è un volume  importante che consente al lettore di avventurarsi nei labirinti di una delle voci più alte della poesia.

Un’occasione utile per orientarsi, e magari perdersi , nell’arcipelago di poesie di Walcott e di leggere  per la prima volta poesie inedite. Interessante, in proposito,  la selezione tratta dalla raccolta «Un’altra vita».

Con questo libro, alla maniera di Dante, Walcott segna il corso della sua avventura letteraria. La dedizione totale alla poesia è la sua ragione di vita . La poesia è l’unica arma che Walcott possiede per sentire il dolore della storia. È l’unica cosa  che intende lasciare in eredità. Davanti alle cose che sbiadiscono, l’epilogo di tutto non ci può trovare impreparati. Davanti all’infinità  immensa del suo oceano, il poeta si tuffa nel nulla, perché sa che la poesia  significa dare alle cose il loro nome. Nel deserto del mondo basta un gesto da dedicare all’altro per capire  che agli angoli del sorriso c’è il perdono.

Le parole semplici di Walcott banchettano con la vita: «Mangia /Amerai di nuovo l’estraneo che era te./Offri vino.Offri pane.Rendi il cuore / a se stesso, all’estraneo che ti ha amato/per tutta la vita,che hai ignorato/per un altro, che ti conosce a memoria».

Il poeta è nel mare della storia consapevole di essere nessuno e una nazione. In tutto questo il cosmo prende vita sotto la lente dell’osservatore che si dedica  con tutto se stesso alla poesia, il luogo paradossale dell’istante in cui ogni sfaccettatura della condizione umana  è colta nella sua ambiguità.

«La grande poesia riguarda qualcosa che si trova al di là della nozione di mortalità. Al di là di ciò che è effimero.  La poesia è ritmo, incantagione. È un’articolazione della parola  che si può addirittura pensare come fondamento della religione, perché viene prima per così dire della religione stessa».

Cosi Walcott concepisce la poesia. Il suo realismo metafisico la pensa come la grande consolatrice dell’umanità intera  che scorge la bellezza in mezzo a questo niente che il presente semina con la sua inconsistenza.

Anche se la parola è insensata e la trama è assurda, la poesia di Derek Walcott è una grande luce che illumina il caos del globo.

Nel 2015 Adelphi ha dato alle stampe Egrette bianche, il quattordicesimo libro del poeta caraibico. Ancora una volta l’epica incontra lo stupore. In un forte richiamo di immagini le parole di Walcott scavano trincee autentiche di significati fissando le linee di un linguaggio esemplare che disegna le mappe del nuovo mondo.

«La poesia di Walcott – scrive ancora Brodskij – è adamitica nel senso che lui  e il suo mondo  sono usciti dal paradiso,  lui per aver assaggiato il frutto della conoscenza; il suo mondo, per ragioni storiche e politiche».

Il grande poeta si dona incondizionatamente perché «un cranio deve sfregare la sua memoria con la cenere, / una mente deve acquattarsi urlando nella polvere, / una mano deve strisciare a raccogliere i vostri rifiuti , / qualcuno deve pur scrivere le vostre poesie».

Nicola Vacca

 

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