PONT MIRABEAU

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Parigi, e tu sai tutto. Parigi e l’amore se ne va barcollando sulle rare increspature che la luna azzanna. La Senna sorniona finge di non sapere, ma è figlia di una città: i dolori, in famiglia, non sono mai un segreto.

Parigi, e tu sai tutto. Ti sporgi oltre le braccia tese di due amanti in pietra, il fiume scorre sotto un arco perfetto ma, pur volendo, senti che niente ti appartiene più, nemmeno quella malinconia nei versi di Apollinaire, Vienne la nuit sonne l’heure. Les jours s’en vont je demeure, che da quel ponte scrisse di un suo naufragio.

Non sporgerti troppo, Paul. Sii attento, viene la notte, suona l’ora, i giorni se ne vanno, tu resta ancora. Perché solo una cosa ti appartiene, tuttavia, e si chiama memoria, ma cosa si fa? La si fugge o la si artiglia? Cos’è più salvifico?

Vale la pena, forse, ingannare questo tempo difettoso, come si conviene agli ultimi frangenti di una qualsiasi vita, specie la tua. Sia l’apoteosi del nichilismo, dunque, sia adesso, tra le nutrie e le stelle. Siano i ricordi più affilati a scorrerti dentro. Sia “La sabbia delle urne”.

Troppe deportazioni hai visto, troppe ne hai vissute, ti schizzano da una tempia all’altra, maledetti nazisti, e questo padre che non sa andarsene malgrado il tifo. Dittature pubbliche e private che ti squarciano l’identità. Ma tu sei Celan, tu sei un poeta, e hai un compito che si comprime tutto nell’autodemolizione. Verdemuffa è la casa dell’oblio, scrivi, fratturando la dimenticanza, innalzando un altro te ascoltatore a cui consegnare l’epilogo. Ricordi e non ricordi per precauzione, imbastisci un tango sulla lingua del ponte. Tango, tangere, tangere, tangere questo passato che si pianta davanti come un tir a cui prima o poi qualcuno toglierà il freno.

Non ti sporgere, Paul, aspetta ancora, la Senna impazza, la Venere liquida non è ancora pronta. Giocammo a carte, io persi le pupille; mi prestasti i tuoi capelli, li persi, ci stese. Uscì per la porta, la pioggia lo segue. Eravamo morti e potevamo respirare. Componi i tuoi ultimi fiati e manda a cagare Guillaume, non pensare a niente, raccogli tutto il tuo tragitto. Sanguinò via da me l’autunno, madre, mi scottò la neve: cercai il mio cuore perché piangesse, trovai il fiato ahi l’estate, era come te. Mi venne la lacrima. Tessei quel telo.

Dimmi, com’è la brezza francese quando cade la sera? No no, dimmi. Lo so quanto i treni e tutte quelle persone affastellate nei vagoni come sarmenti da focolare ti facciano male, ma per quanto gli scenari da dopoguerra implichino una resurrezione ignorante, con te non funziona. La nuova società, sentenziano, deve nascere dal travalicare l’orrore, come se non fosse accaduto, come se non ci fosse mai stato il male, e questo sì, ti uccide un’altra volta. Conosco tutte le tue morti da vivo, mentre fai l’equilibrista sul ciglio di due amanti di pietra che non vogliono farti cadere nell’acqua. Io lo so che non avresti mai voluto pubblicare le tue bozze adolescenziali che sputasti e baciasti, su cui vomitasti salvo poi ripulire per l’editore.

Sono qui ora, e il tuo ciglio non differisce dal mio. Sai, ci sono mille definizioni che vorrebbero abbracciare la poesia, ci sono torme di soldati disarmati pronti a spogliarsi della divisa per far mostra dei capezzoli in rima. Ma tu, Paul, sei Celan, e dopo Auschwitz, dicesti che non ci sarebbe più stata assonanza, spaccasti tutto, come un randagio capitato per sbaglio in un simposio borghese. Io questo me lo pigliai a manifesto.

Facciamo un bagno?

Va bene, una bella barca è la bara, intagliata nel legno dei sentimenti… va bene, ci siamo capiti. La vedi quella schiuma improvvisa nella quiete del fiume? Adesso ti affacci oltremodo, la tua mandibola glabra si bagna già, sei bello anche senza poesia, tra le frecce lunari. Non abbiamo bisogno di niente, davvero, se non di alcuni tasti del pianoforte. Le vedi azzoppate le vele della memoria, eppure sfidano la corrente, ti senti gemello finalmente, gemello di un qualcosa che sempre ti è stato accanto, tuo malgrado. Puttana memoria, vergine senza collant, il vento si alza e tu non sai fare altro che seguirla. Le urne sono un collier galleggiante. Adesso puoi, adesso puoi perdere aderenza con tutto l’infame che ti ha seviziato.

Sei un poeta, Paul, sei Celan, e ti è concesso un navigare a tuo modo. Vai, un mare ti avrà, un mare che solo tu sceglierai. Senti sabbia? È un concerto di secche che non vogliono accettare la tua scelta. Come si può spiegare agli altri che un poeta, quando decide di morire, sa di essere in costante combutta con l’eterno? Lasciali stare. Non meritano. Non merito.

Giuseppe Cristaldi

 

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