D. MACKENZIE: HELL OR HIGH WATER

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Due fratelli, un padre divorziato (non per sua scelta, intuiamo) e un ex detenuto un po’ folle, organizzano una serie di rapine ai danni del gruppo bancario che vuole togliergli la fattoria di famiglia. Un anziano sceriffo, prossimo alla pensione si mette sulle loro tracce. Il panorama è quello scabro, orizzontale del Texas. La storia è ambientata ai giorni nostri ma potrebbe svolgersi negli anni 30 del secolo scorso, gli anni bui della grande depressione, o addirittura potremmo retrocedere alla fine dell’800 e non cambierebbe nulla, il che la dice lunga sull’ideologia dell’opera.

Abbiamo già visto film così? Sì. Siamo stanchi di vedere film così? No, proprio per niente, anzi, ne vogliamo ancora. E ancora.

Hell or high water sembra uscito dritto dagli anni 70. Un film di genere  (in realtà di tanti generi, dal noir al western passando per il road movie e il dramma famigliare di stampo steinbeckiano) senza fronzoli, ruvido, diretto, pessimista, con improvvisi squarci lirici che sarebbero piaciuti al mai troppo rimpianto Cimino. Non ci sono gli ammiccamenti cinefili di Tarantino o i cromatismi di Wes Anderson ed è diretto da un regista che, aldilà di questo sorprendente exploit, non ha la metà del talento dei colleghi sopra citati. Parliamo di David Mackenzie,autore britannico non particolarmente memorabile che trasferitosi negli USA mostra un insospettato senso per il paesaggio. Dalla sua ha la sceneggiatura, bella come un romanzo, di Taylor Sheridan. Questo signore, attore nelle prime due stagioni della serie-cult Sons of anarchy (una mia personale dipendenza) ha al suo attivo anche lo script di Sicario di Denis Villeneuve, uno dei film più belli degli ultimi anni. Ma Mackenzie non si limita a fornirgli una messa in scena di pura routine. L’intelaiatura visiva del film, grammaticalmente rigorosa, è pulsante di vita e dolore, abilissima nell’orchestrare sequenze di azione, come la fuga tra le rocce di Ben Foster, il fratello galeotto, che richiama alla memoria il finale di Una pallottola per Roy, e straordinariamente acuta nel restituire l’interiorità dei personaggi. Il regista sfrutta il paesaggio come ulteriore protagonista e non rinuncia a valorizzare i tempi morti, le pause estatiche dei due fratelli lungo il loro percorso di violenza. Sono scelte estetiche che pagano perché riescono, nell’arco di una durata standard come i 90 minuti, a tratteggiare tutto un mondo, interiore come esteriore.

Ma il film ha due valori aggiunti non da poco: il primo è la colonna sonora discreta e ipnotica firmata da Nick Cave con il sodale Warren Ellis. Il cantautore australiano sceglie con cura i progetti a cui collaborare e, in effetti, il filo rosso che lega opere tra l’oro diversissime seppur idealmente consonanti come The proposal o L’assassinio di Jesse James da parte del codardo Robert Ford, è evidente.

Il secondo, e più importante, è Jeff Bridges che veste ovviamente il ruolo del vecchio sceriffo, un uomo solitario, visibilmente stanco e disilluso, impegnato nell’ultimo caso prima della pensione. Al suo fianco, un collega nativo americano, bersaglio paziente delle sue insistite battute razziste.

Attore tanto consapevole dei suoi mezzi quanto parco ed efficacissimo nel metterli in opera, Bridges ha attraversato quarant’anni di cinema americano con la serietà e l’umiltà del professionista. Poco appariscente negli anni del trionfo del metodo, ha avuto la sua incoronazione-cult interpretando il magnifico dropout de Il grande Lebowski ma aveva già un carnet più che blasonato. Solo nella prima metà degli anni 70 aveva battezzato l’esordio di Michael Cimino, Una calibro 20 per lo specialista, era stato il protagonista de L’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich e aveva dato vita a una splendida figura di giovane pugile votato alla sconfitta in Città amara, capolavoro della maturità di John Huston. Pur non essendone all’altezza, Hell or high water respira lo stesso clima morale ed emotivo dei tre film che ho citato. Caribù, Il giovane delinquente del film di Cimino, se non morisse alla fine del film, potrebbe essere lo stesso personaggio raccontato da Mackenzie e Sheridan. Un ragazzo che cerca i suoi sogni (o, chissà, cerca la sua visione, come gli indiani per accedere alla propria maturità) perdendosi nel paesaggio statunitense. Poi all’improvviso mette la testa a posto o, come il Pat Garret di Sam Peckinpah, semplicemente decide di vendere sé stesso  in cambio di una vecchiaia tranquilla, e passa dall’altro lato della barricata.

Hell or High water si chiude sotto una veranda. Jeff Bridges e Chris Pine sono i sopravvissuti alla storia di morte e denaro che abbiamo appena visto e si dichiarano la propria ostilità. Lo fanno a bassa voce, sorseggiando una birra. Visti da lontano sembrerebbero soltanto due vecchi amici che chiacchierano. Potrebbero spezzare il rito della violenza, se solo lo volessero, tornarsene alle rispettive solitudini e dimenticare tutto. In quel momento tornano a casa l’ex moglie e i figli di Chris Pine, praticamente la ragione per cui lui ha fatto quello che ha fatto. Adesso la sua famiglia ha un tetto sopra la testa. Il suo compito di uomo, non più reclamato né dalla sua donna né dai suoi figli, è giunto al termine. Lo sceriffo si congeda dal fuorilegge dandogli appuntamento per un futuro prossimo. Su questa nota cupa termina la loro vicenda, con un finale languido e reticente che sembra volerci dire come sangue chiama sangue, sempre, in ogni luogo e in ogni angolo della Storia, oggi come ieri.

Fabio Orrico

 

 

 

 

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