Canfora e i limiti della rivoluzione

marat

Luciano Canfora, professore emerito di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari, ha concluso domenica 18 dicembre il ciclo di sei incontri intitolato “La Storia nell’Arte. Lezioni di Storia”, promosso dagli Editori Laterza e tenutosi nel capoluogo pugliese presso il Teatro Petruzzelli. Gli autori invitati – Alessandro Barbero, Maurizio Viroli, Maria Giuseppina Muzzarelli, Franco Cardini, Alberto Mario Banti e appunto Luciano Canfora -, a partire da quadri e dipinti famosi (nel caso di Cardini, invece, si trattava dell’architettura di Castel del Monte), hanno esposto la propria lezione, strutturata con metodo, attorno ai concetti che le opere prese in esame richiamano o agli aspetti storico-sociali in esse rappresentati, davanti ad un pubblico numeroso e coinvolto, segno che l’arte e la storia, se sapientemente divulgate, possono muovere le persone fuori dalle proprie case, anche nelle mattinate domenicali generalmente sacrificate ad altre faccende, soprattutto al Sud…

Il quadro di riferimento della lezione del professor Canfora è stato, principalmente, La morte di Marat di Jacques-Louis David (1793), conservato nel Museo reale delle belle arti del Belgio di Bruxelles. Opera celeberrima, ci consente di afferrare subito un aspetto peculiare di ogni rivoluzione, ovvero il loro essere “punteggiate di attentati”, la costante della violenza e contemporaneamente la presenza del raggiro e della menzogna, l’impossibilità di essere al sicuro perfino tra le mura di casa.

Troviamo nel dipinto di David due protagonisti, uno visibile, centrale, l’eroe rivoluzionario  che esala l’ultimo respiro, Jean-Paul Marat, pugnalato a morte nella sua vasca da bagno, e uno invisibile, Charlotte Corday, la giovane filo-monarchica giunta a Parigi appositamente per assassinare colui che Chateubriand aveva definito “un Caligola da trivio”.

La lettura delle opere d’arte consente una decifrazione del tempo storico entro cui sono calate. Alcuni dettagli de La morte di Marat sono illuminanti, a partire dalla compresenza dei due calendari nella parte inferiore del quadro, particolare che ci consente di dare all’opera una collocazione precisa, siamo cioè nell’anno secondo della Repubblica, “un tempo che si immaginava dovesse essere lunghissimo”, corrispondente all’Ottobre del 1793, momento di consegna dell’opera. Altri dettagli significativi sono le due lettere entrambe leggibili ed il loro contenuto, una in primo piano, vicino al calamaio ed alla penna, autentica richiesta d’aiuto da parte di una persona in difficoltà, segno dell’importanza politica del deputato alla Convenzione; la seconda nelle mani di Marat, promessa di rivelazione di presunti nomi di complottardi in Normandia, cavallo di Troia di cui si servì la Corday per introdursi  in casa con l’obiettivo di ammazzarlo. David, sottolinea Luciano Canfora, “sublima l’immagine di Marat, eternando la scena dell’omicidio”, dipingendogli in volto un serafico sorriso. Sono i canoni del neoclassicismo, cari al pittore parigino.

Il limite di Marat

Marat incontra il limite alla propria esistenza nella lama di coltello di una venticinquenne fanatica vissuta in un convento prima che venisse soppresso. Medico illuminato, contestato da Voltaire ma apprezzato da Diderot, nel 1789 fonda un giornale di ispirazione radicale, L’Ami du Peuple, dalle cui colonne martella i giacobini sul tema dei diritti sociali, naturale compimento dei diritti politici parzialmente acquisiti dalle masse popolari con la Costituzione del 1791. Marat sta dalle parte del quarto Stato, del popolo di cui si sente voce ed espressione. Dopo l’arresto del re, avvenuto il 10 agosto 1792, assume posizioni sempre più estremiste, vicine alla Comune parigina, vero contrappeso politico della Convenzione allora controllata dai girondini. Canfora nella sua lezione si è preoccupato di evidenziare il ruolo di Marat, favorevole all’assassinio del Re, è predominante nei fatti del giugno 1793, durante le giornate rivoluzionarie che decretano la fine traumatica della Gironda, e successivamente nei massacri delle carceri perpetrati a danno di chiunque fosse sospettato di connivenza con il nemico, nel settembre dello stesso anno. I girondini intanto, riorganizzatisi nelle regioni lontane dalla Capitale, si legano ad istanze neomonarchiche o apertamente reazionarie come l’insurrezione vandeana. Non è un caso che, ha sottolineato Canfora, da un territorio periferico come la Normandia giunga Charlotte Corday, desiderosa di vendicare il tradimento del cristianesimo e l’esecuzione del Re. La separazione tra città e campagna, tra centro e periferia, è un topos dell’analisi sociologica dalla rivoluzione industriale in avanti. Ed è un limite, aggiungo, al quale noi stessi, ancora nel ventunesimo secolo siamo sottoposti e di cui ci accorgiamo tutte le volte che, analizzando i flussi di voto, verifichiamo la differenza tra voto conservatore e voto progressista, il primo tendenzialmente più forte nelle zone rurali, il secondo, viceversa, nei centri urbani. La Parigi in sommossa permanente era un corpo estraneo rispetto a gran parte del territorio francese, e questo fu uno dei limiti principali della Rivoluzione.

Il limite di David

Pittore politico per eccellenza, definito il coreografo della Rivoluzione, anch’egli, come Marat, è eletto alla Convenzione nel 1792, tra i Montagnardi. Jacques-Louis David supera il suo primo limite da giovane, si libera dal gusto rococò ed abbraccia il neoclassicismo grazie ad un soggiorno di cinque anni in Italia a seguito del Prix de Rome, vinto nel 1775.  Lo studio dei modelli greci e romani orienta il giovane artista verso uno stile celebrativo, in cui i temi classici sono adottati ed utilizzati secondo intenti trasfigurativi, al fine di innalzare la Rivoluzione al rango di evento “storico” degno di essere ricordato in eterno, imperituro perchè ricalcalcato sui modelli del repubblicanesimo antico. Nel 1791 dipinge Il giuramento della Pallacorda, poi una tela (andata perduta) commissionata dalla Convenzione avente come soggetto l’assassinio di Louis-Michel Lepellettier, deputato assassinato da monarchici, definita da Luciano Canfora l’opera gemella de La Morte di Marat per il crudo realismo, che -secondo le fonti più accreditate- accomunava la prima alla seconda. Amico personale di Robespierre, viene abbandonato dalla moglie di fede monarchica e dopo Termidoro è colpito da persecuzione, anche per aver votato a favore dell’esecuzione di Luigi XVI. Tornerà in auge, com’è noto solo con Napoleone Bonaparte, dal quale verrà nominato “primo pittore dell’Impero”. Nella lezione di Luciano Canfora emerge con schiettezza il limite, inevitabile, di “un’arte didattica” tesa a rappresentare la politica direttamente o per metafora, ideata “per parlare alla massa”, e allo stesso tempo il rigore di uomo che mai si pentì delle proprie scelte e che fu costretto a portare con sé, in esilio, alcune delle opere più compromettenti, tra cui la stessa Morte di Marat. Della sua arte si può dire, come di ogni realismo, che soggiace alle leggi e ai destini della politica, della sua persona però, ha detto con enfasi Canfora, “si deve avere il massimo rispetto”, perchè, se il suo nome compare nel Dizionario dei giacobini ancora in vita, pubblicato ad Amburgo nel 1799, ove viene apostrofato “tiranno dell’arte”, non se ne trova invece alcuna traccia nel Dictionnaire des Girouettes (Dizionario delle Banderuole), datato agosto 1815, che contiene i nomi di tutti coloro che nei venticinque anni più tumultuosi della storia di Francia cambiarono “bandiera”. Il professor Canfora ha suggerito, a questo proposito, di dare un’occhiata all’attuale Parlamento italiano per capire l’attualità di tale proposta editoriale.

Il limite della rivoluzione

La già ricordata rivolta, o reazione, della Vandea è uno dei principali capitoli-limite indagati dal dibattito storiografico recente e meno recente per interrogare il senso complessivo della Rivoluzione Francese. Come ha ricordato Luciano Canfora, più di una causa scatenò la rabbia popolare: la violenza perpetrata dai rivoluzionari nei confronti della Chiesa, elemento cardine della vita delle plebi rurali; la condanna a morte del Sovrano, il quale, è bene ricordarlo, era considerato emanazione diretta di Dio sia nella pubblicistica politica ufficiale sia nella scienza del diritto dell’epoca; i soprusi patiti dagli eserciti repubblicani, incapaci di stabilire contatti pacifici con la popolazione del luogo, e quindi percepiti come invasori; la coscrizione obbligatoria, che significava perdita di braccia per coltivare i campi, nonché alta probabilità di decesso nel corso di battaglie combattute in territori sconosciuti contro un nemico totalmente altro, in nome di valori non compresi e non sentiti. D’altronde, il professor Canfora ha evidenziato il diverso destino di altre rivolte reazionarie, come, ad esempio, quella del Cardinale Ruffo, mai riscattata né riscattabile da alcun revisionismo. C’è qualcosa di visceralmente più profondo in tutta la storiografia francese, un tentativo di autoanalisi che si attaglia al carattere specifico del popolo, a partire dal bellissimo romanzo citato da Canfora, il Novantatré di Victor Hugo, che nel 1874 trattava problematicamente il tema vandeano senza dare risposte univoche o assolute. I francesi, in altri termini, si interrogano su se stessi sempre e comunque, a prescindere dalla posizione di partenza, come ha fatto, in anni più recenti, Francois Furet, uno storico chiaramente conservatore che pure, nel suo libro Pensare la Rivoluzione Francese del 1978, ammette una periodizzazione del tempo rivoluzionario estesa fino all’epoca del governo di Vichy, come se la Francia fosse una nazione naturalmente esposta ad una legge del pendolo, a spinte in avanti e controbilanciamenti che solo un evento di portata radicale come quello del 1789 può aver iniettato nella sua costituzione.

“Ogni rivoluzione ha la sua Vandea”.

“Le rivoluzioni sono fatti inerenti e pertinenti alla storia del Paese in cui si producono”.

“I limiti della rivoluzione sono la portata innovativa che ogni rivoluzione lascia nella storia di quella nazione”.

Il limite, secondo la lettura di Luciano Canfora, è quindi, in definitiva, l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro, ontologico e necessario, di ogni concreta innovazione del tessuto storico, che non può che suscitare eccitazione in alcuni ed avversione in altri. Le rivoluzioni spaccano le epoche. Ogni periodo, a seconda dei mutamenti politici internazionali, ha aperto la strada a riabilitazioni storiografiche o ad omissioni che hanno riguardato soprattutto le figure più importanti della Rivoluzione, anche a seconda di bieche convenienze del momento. Oggi, ha ammesso Canfora, nessun luogo pubblico di Parigi è dedicato a Robespierre, a differenza di Danton, ma ciò non toglie che dopo il 1917 ed il trionfo del bolscevismo cominciò un fase “robespierrista”, seguita, dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1989, da un periodo neotradizionalista, se non cattolico oltranzista, di cui ricordiamo pubblicazioni estreme come Il libro nero della Rivoluzione Francese (Editions du Cerf), in cui l’evento è declassato a “devianza aberrante della storia” e condannato senza appello. Il revisionismo, ha aggiunto Canfora, è un esercizio facile, perchè si limita a verificare i costi mettendo in dubbio la portata dei benefici. La rivoluzione, comunque la si guardi, è un fatto duro e mai completamente estirpabile. Più che ragionare sul concetto di necessità storica, un gioco di pensiero spesso ideologico, uno studioso dovrebbe constatare che quando uno stravolgimento epocale accade, questo modifica i tratti di un popolo segnandone in profondità il destino e la politica degli anni a venire, ed è su queste trasformazioni che ci si dovrebbe concentrare.

Se sul momento iniziale, sulle cause profonde e sulla scintilla d’innesco ci sono pochi dubbi, nessuno potrà mai dire con certezza quando la vera Rivoluzione francese sia finita. La Storia, francese, europea e mondiale è diventata altra dopo le vicende del 1789. “La restaurazione,  nonostante tutti i suoi sforzi, non potè ristabilire lo stato delle cose precedenti e dunque tornare all’Ancien Régime”. La struttura portante della Francia moderna, ha ribadito Luciano Canfora, è quella nata dalla Rivoluzione. Non resta che prepararsi al 2017, anno in cui si celebra un centenario afferente ad un altro evento storico di portata rivoluzionaria, che sicuramente non passerà inosservato e che scatenerà partiti contrapposti ed anche “un profluvio di facili banalità”. Si assisterà ad un gran girare di banderuole, probabilmente.

Alessandro Vergari

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...