La tragedia umana dei tempi difficili

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Cominciamo col dire: “Tempi difficili”, il romanzo di Charles Dickens che meglio di altre opere esalta la sua generosa rabbia, pubblicato nel 1854 e ambientato nella città di fantasia Coketown (la citta del coke, del carbone), diviso in tre parti (la semina, il raccolto, l’ammasso), s’ispira alle osservazioni fatte dall’autore sulle condizioni di vita operaie e gli scioperi scoppiati nella cittadina di Preston, nei pressi di Manchester , che durarono all’incirca otto mesi.

Fatta premessa, possiamo ora senza mezzi termini affermare: è un romanzo di denuncia sociale e di critica radicale al presente storico, la cui trama, di decisiva vena anti-utilitarista, smonta pezzo per pezzo tutte le fondamenta del pensiero borghese anglosassone-occidentale ( da cui dipendiamo ancor oggi), condito da una strisciante e repressiva forma educativa di valori imbevuti di morale vittoriana, e smonta quindi le costruzioni assolutistiche reazionarie e ideologiche (classiche, neoclassiche e marginaliste),  che  rappresentano il laissez-faire del pensiero neo-liberista, di cui oggi se ne fa carico l’austriaco professore della scuola di Chicago Friedrich Von Hayek e il suo seguace allievo Freedman.

Al centro della vicenda il credo  che incarna “l’etica protestante e lo spirito capitalistico” di Thomas Gradgrind, un industriale, freddo e calcolatore, proprietario di una scuola e membro del parlamento, che educa di conseguenza i suoi due figli, Louisa e Tom, reprimendo, con metodo, ogni loro lato fantasioso e idealistico, secondo i principi che nella vita conterrebbero solo i fatti, senza lasciare posto all’immaginazione e ai sentimenti.

Ora, quel che voglio sono Fatti. Solo Fatti dovete insegnare a questi ragazzi. Nella vita non c’è bisogno che di Fatti. Piantate Fatti e sradicate tutto il resto. La mente d’un animale che ragiona si può plasmare solo coi Fatti; null’altro gli sarà mai di alcuna utilità. Con questo principio educo i miei figli e con lo stesso principio educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, signore!”

La figlia, difatti, finisce per essere data in sposa a un altro avido capitalista della cittadina, Josiah Bounderby, un vero e proprio impostore, un anziano banchiere di ben trent’anni più grande di lei, proprietario di case e di una fabbrica, orgoglioso di essersi fatto da sé ma che si rivelerà un crudele padrone verso i suoi dipendenti.  Mentre Louisa soffrirà in silenzio, cominceranno i primi scioperi degli operai contro i padroni.  Lei accetta, fino all’amaro epilogo, quando, ritornata dal padre, questi si renderà conto della follia del suo sistema educativo.

“Come avete potuto darmi la vita e insieme privarmi di tutte quelle piccole cose che la distinguono da uno stato di morte cosciente? Dove sono le virtú della mia anima? E i moti del cuore? Che ne avete fatto, padre, del giardino che avrebbe dovuto fiorire in mezzo a questo deserto?

[…]

Se quel giardino fosse mai esistito, sarebbero bastate le sue ceneri a salvarmi dal vuoto in cui sprofonda la mia vita. Non volevo dire questo; ma, padre, rammentate l’ultima conversazione che avemmo in questa stanza?

[…]

Quel che m’è salito alle labbra adesso, l’avrei detto anche allora, se solo per un attimo mi aveste aiutata. Non vi rimprovero, padre. Quel che non avete coltivato in me, non l’avete coltivato neppure in voi stesso. Oh, se solo l’aveste fatto tanto tempo fa, oppure mi aveste trascurata, oggi sarei di certo una creatura migliore, e piú felice!”

Il figlio Tom, detto il botolo, per molti versi ribelle, e per questo alquanto dissoluto, ebbe per così dire lo stesso destino in quanto divenne dipendente al servizio del vecchio Bounderby (come lui stesso amava chiamarlo) con il ruolo di addetto al controllo presso la banca di sua proprietà, che poi ne fu l’artefice scassinatore. La sofferenza di Louisa (ragazza  intelligente, riflessiva e taciturna) viene morbosamente e ossessivamente posta all’attenzione del lettore attraverso i continui sberleffi e le ripetute maldicenze del fratello Tom (sublime rapporto tra i due) che trova sempre l’occasione per rimarcare, in modo riprovevole, il carattere ottuso, sicuro, rigido, assolutistico e tracotante del cognato-padrone Bounderby. Salvo poi biasimarlo, assecondarlo col solo fine di derubarlo.

“Mi piacerebbe raccogliere tutti Fatti di cui tanto ci parlano”, disse Tom, stringendo sprezzante i denti, “e tutti i Numeri, e tutte le persone che li hanno scoperti e studiati; e mi piacerebbe metterci sotto mille barili di polvere da sparo, e farli saltare tutti! Ma quando andrò a stare con il vecchio Bounderby, mi prenderò la rivincita”

Sono molti i personaggi bizzarri e controversi che escono fuori come pezzi di mosaico nel romanzo, come calibrati ornamenti di una società totalizzante, reazionaria e avvolgente, che regala privilegi solo dopo aver provveduto a selezionare ferocemente: la signora Sparsit, la badante di casa Bounderby, , la ragazza adottiva Juppe, la piccola Sissy, il girovago spietato affarista Harthouse, fino alla figura emblematica dell’operaio Stephen Blackpool.

In effetti, proprio sullo sfondo narrante di una società classista, moralista, bigotta, le cui contraddizioni economiche risaltano in maniere evidente, in uno scenario che descrive un Paese in pieno fermento sociale, attraversato dalle lotte operaie, viene fuori l’infelice figura di Stephen Blackpool, che lavora nella fabbrica dell’avido impostore e industriale Bounderby,  di cui Dickens, parlandone, ci illustrerà le tristi condizioni di vita delle classi povere del paese. Stephen isolato tra compagni e datore di lavoro, quando rifiuterà di spiare i colleghi operai verrà licenziato e partirà lontano dalla città, per altre mete, alla ricerca di un altro mondo. Di questa figura Dickens si servirà anche dopo quando, dopo il furto avvenuto in banca, verrà accusato dal vecchio Bounderby, quasi come a volerlo immolare nella gogna borghese, quale ladro scassinatore. E Stephen Blackpool non troverà nemmeno la solidarietà degli stessi operai che pur di non andare contro il padrone lo condanneranno senza sapere altre ragioni. La sola Rachael, operaia tessile, precaria, povera,  si batterà fino alla fine per far cambiare idea al padrone e alla comunità borghese.

Quello che ne esce fuori di “Tempi difficili” è un capolavoro storico-politico e di critica economica e sociale che abbraccia in toto e si porta a spasso i nostri tempi. Diventa un manifesto sociale di lotta contro i potenti della terra, un meraviglioso affresco sull’Inghilterra Vittoriana, attraversata da una pesante crisi economica,  di cui Dickens oltre ad esserne materialmente coinvolto (nonostante avesse all’attivo numerosi romanzi fra cui Il circolo Pickwick, Oliver Twist, David Copperfield)  ne fu testimone oculare schierandosi dalla parte dei deboli, dei poveri, degli sfruttati.  La disparità tra ricchi e poveri, nell’Inghilterra di metà ottocento, risulta quanto mai evidente, in “Tempi difficili” trasuda dai vicoli dei quartieri operai, dalle ciminiere, dai macchinari, dall’aria irrespirabile per lo smog, dalle cave in attività e quelle abbandonate e il tutto contrasta nettamente con l’avidità, la ripugnanza e l’edonismo feticista e utilitarista della classe medio-alta borghese, proprietaria dei mezzi di produzione e, quindi,  di tutti i mezzi di controllo sociale. E i lavoratori, chiamati “The Hands” in Hard Times, invece costretti com’erano, stavano a lavorare per lunghe ore a basse retribuzioni in anguste e fuligginose fabbriche per lo più pericolose. Poiché non avevano le competenze di istruzione e di lavoro, questi lavoratori avevano poche opzioni per migliorare la loro vita terribile così come le loro condizioni di lavoro, ridotte in regime di semi-schiavitù.

“Tempi difficili” è un romanzo che mette di fronte al lettore le radici storiche del capitalismo in piena evoluzione post-industriale, nella sua piena maturazione e funzione economico-sociale, quale sistema autoregolante i rapporti, gli scambi e le relazioni nella società occidentale. Tempi difficile è un romanzo inchiesta sulla condizione di vita delle working poor  dell’Inghilterra di metà ‘800 e, più in generale, delle classi povere del Paese. Dickens alla stregua di Friedrich Engels, il più grande scienziato sociale delll’800 che nove anni prima, nel 1845,  pubblicava “la situazione della classe operaia in Inghilterra”, rivela gli orrori del primo capitalismo industriale: la schiavitù delle macchine e la spietatezza dei padroni, la competizione come modello imposto per la sopravvivenza degli operai, il lavoro malsano femminile e minorile con il loro seguito di malattie e mutilazioni. Tale per cui, come diceva lo stesso Engels, questa moderna classe operaia è spesso simile “a un esercito che torna da qualche campagna militare”.

Il sistema pannottico ideato da Jemery  Bentham a metà del XVIII secolo (in piena riforma dei penitenziari e in epoca pre-idustriale), diventa nell’opera di Charles Dickens ciò che Micheal Foucault definiva come: la visibile trappola della modernità nella sua funzione tecnica di fabbrica sociale post-industriale, ossia la creazione, attraverso l’umanizzazione della pena (Cesare Beccaria) e il recupero dei deviati, di quell’ esercito industriale di riserva docile e utile allo stesso tempo agli ingranaggi della macchina di produzione industriale . Il romanzo descrive infatti come nel diciannovesimo secolo l’Inghilterra abbia trasformato la fabbrica in un complesso marchingegno dove la classe media occuperà ogni spazio della vita politica, economica e sociale col solo scopo utilitaristico di realizzare profitto nel modo più efficiente e pratico possibile. Un idea per niente distante dai  nostri tempi. Anzi, se si vorrà capire l’Europa di oggi al lettore basterà immergersi nelle pieghe delle pagine di questo splendido capolavoro di Charles Dickens, dove la letteratura si mette a servizio dell’indagine storica. La condanna morale degli operai verso Stephen Blackpool e a difesa del padrone la dice tutte sulla omologazione dell’operaio massa  e della società che pian piano  ne stava uscendo fuori.

La bellezza  dell’opera “Tempi difficili” sta proprio nella capacità di Dickens, attraverso una satira a volte esilarante a volte  pungente,  di mescolare e far vivere allo stesso istante la tragedia umana delle condizioni delle “working poor” nell’Inghilterra di metà ottocento, gli aspetti rigidi, disciplinari e reazionari di una società moralista, utilitarista, classista e il melodramma sentimentale della giovane Louisa Gradgrind, incapsulata nel sistema e costretta a seguire quell’atroce destino, di cui la renderà, inconsapevolmente, vittima sacrificale e protagonista dolente dell’opera.  Il tutto scritto con penna asciutta, sempre affilata, umile, schietta e servile, in una forma limpida, scorrevole, in un linguaggio mai ricercato, rivolto a quelle classi sociali più deboli, più vulnerabili, private a suo tempo dell’apprendimento scolastico.  Per questo, riletto oggi, il romanzo di Charles Dickens “Tempi difficili”, può essere definito come un albero secolare dalle forti radici storiche, dirompenti, le quali si vedono fuoriuscire dal sottosuolo e invadere la crosta terrestre. Un’opera gigante, dissacrante, rivelatrice, un urticante e rivoluzionario abecedario dedicato agli umili, ai deboli, ai poveri e, più in generale, a tutto quel reticolo di forze oppresse che non indietreggiano di un sol centimetro, non demordono  e lottano quotidianamente.

Filippo Violi

 

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