X. DOLAN: È SOLO LA FINE DEL MONDO

15591739_10210303468854626_1391629153_n

Giunto al sesto film Xavier Dolan continua dritto per la sua strada, impermeabile a mode e tendenze. Non c’è bisogno di aspettare, fellinianamente, altri due film e mezzo per avere un referto accurato della sua biografia visto che anche questo É solo la fine del mondo, seppure tratto da una piece del 1990 di Jean Luc Lagarce, diventa tessera di quel personalissimo mosaico che è il cinema dell’autore canadese.

Una delle cose che stupisce del suo ultimo film è come, a soli 27 anni, Dolan riesca a consegnarci una riflessione così lancinante sui temi della morte  e della separazione. Per la capacità di sporgersi oltre il buco nero che si spalanca al termine della nostra esistenza mi è tornato alla mente l’antico capolavoro di Kurosawa Vivere e all’epoca il maestro giapponese aveva solo quarantadue anni. Ma continuare a battere il tasto della giovinezza del regista, esordiente nel 2008 a diciannove anni con l’ustorio J’ai tuè ma mère (di cui il più celebrato Mommy è una sorta di remake) è puerile oltre che inutile. Anche se la giovane età ci comunica l’idea di un talento sorgivo e selvaggio, del tutto estraneo a qualsiasi intenzione cinefila, portatore di una concezione di stile ambiziosa e spontanea (ambiziosa perché spontanea). E comunque, dopo l’impulsivo esordio la sua poetica si è coerentemente fissata sulla famiglia come teatro privilegiato di scontro, (mancata) crescita e abuso. È solo la fine del mondo è, finora, l’approdo più radicale del suo percorso. Forse non il più riuscito, ché una patina di manierismo sembra posarsi sul film ma è anche vero che è molto facile tirare in ballo il manierismo quando abbiamo a che fare con registi dallo stile così forte e strutturato (seppur liberissimo).

Tanto per cominciare Dolan non compie particolari sforzi per emanciparsi dalla provenienza teatrale del testo. Si pone, con meno intransigenza, sulla linea dell’Hitchcock de Il delitto perfetto, esasperando le maschere attoriali. Chiamando a raccolta nomi illustri del cinema francese, Dolan sembra volerli usare principalmente per le caratteristiche fisiche e psicologiche emerse nel modo più epidermico nel corso della loro carriera. Così Marion Cotillard insiste nel suo sorriso mesto, da madonna rinascimentale, Vincent Cassel preme sul cotè machista e Lea Seydoux sottolinea i tratti volitivi del suo personaggio in continuità con le diverse caratterizzazioni precedenti (dalla ragazza coi capelli blu raccontata da Kechiche alla bond-girl di Spectre). Poi, la matriarca incarnata da Nathalie Baye che da questa temperatura emotiva ha già avuto modo di essere scottata. L’attrice francese ha infatti in curriculum un’altra straziante e indimenticabile elaborazione del lutto in celluloide: La camera verde diretto nel ’78 da François Truffaut. Lì si trattava di non dimenticare i morti, di portarli con sé nella vita di tutti i giorni, oltre ogni ragionevolezza, qui si tratta di accettare la morte, di darne notizia ai propri cari, in un doppio movimento che all’accettazione pone di fianco il comunicare. Ma proprio qui nascono i problemi, gli indugi fatali e prende corpo il dramma.

Gaspard Ulliel è Luc, drammaturgo che dopo 12 anni torna in famiglia per annunciare la sua prossima scomparsa. Non ne sappiamo il motivo ma, guardando all’anno di composizione del testo di partenza, possiamo intuire trattarsi di AIDS.

Per la sorella minore interpretata dalla Seydoux, Luc è praticamente un estraneo, visto che quando se ne è andato di casa lei era una bambina. Il loro legame è forse la cosa più toccante del film, costruito attraverso le reticenze di lui e il famelico affetto di lei, esibito senza filtri. Dolan predispone un siparietto per ogni personaggio mettendolo in relazione con il suo protagonista. Quattro duetti a latere dell’azione scenica, srotolata lungo il corso della giornata (e assecondata dalla fotografia che parte luminosa e solare per chiudere brunita e crepuscolare). Il rapporto col fratello maggiore è il più problematico, sempre sull’orlo di una violenza che un precisissimo Cassel sembra tenere a bada come per miracolo (e basta un dettaglio sulle nocche escoriate dell’uomo per descrivere tutto l’orrore che pesa sulle sue spalle). Il dialogo con la cognata appena conosciuta, interpretata dalla Cotillard, rivela una mutua e muta comprensione, forse dettata da una sensibilità fuori dal comune, forse da semplice cortesia. A questo personaggio è legata una delle grandi epifanie del film, durante la prima conversazione con Luc, la colonna sonora copre il dialogo e lo sguardo dell’uomo si perde a contemplare la nuca della cognata mentre uno splendido movimento di macchina in orizzontale sembra quasi accarezzarla. Siamo dalle parti di certe divagazioni michaelmanniane (lo smarrimento di Nick sulla pista dell’aeroporto in Blackhat, per esempio), momenti in cui si butta via la sceneggiatura e ci si aggrappa alla bellezza. Cose concesse solo ai poeti, insomma.

Alla fine di È solo la fine del mondo ho pensato che Dolan è, tra i contemporanei, uno dei pochi sul cui futuro artistico è difficile se non impossibile azzardare previsioni. E allo stesso tempo ho l’impressione di sapere perfettamente che cosa continuerà a filmare.

Fabio Orrico

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...