Cioran. Le conversazioni prima di tutto

apolide

Avrei dovuto leggere Un apolide metafisico prima di pronunciare e di pensare stronzate sul buon Emil Cioran.

Nichilista, pessimista, filosofo, intellettuale. Con tali parole ho offeso questo mite pensatore che, nel 1937, lasciò la Romania per trasferirsi a Parigi. È stato il più grande tra tutti gli scrittori per il solo motivo di non voler apparire. Ha amato coloro che volevano rimanere ai margini. Per lui, le puttane e i contadini sono stati i migliori sofisti della storia; la filosofia del marciapiede e quella del vivere quotidiano hanno saputo dargli risposte concrete, così come le intuizioni degli analfabeti e dei diseredati gli hanno dissipato i dubbi più degli intellettuali.

Per Emil, la conoscenza non salva e non rende migliori, anzi, è proprio tramite essa che l’uomo si è distrutto. Tutto inizia da quella mela, che avrebbe dovuto dar forza agli uomini e che invece ne ha segnato la caduta costante nel tempo. E a dirlo è proprio lui, un uomo senza fede, amante della mistica e continuamente in lotta con Dio. Sembra una contraddizione, ma così non è, perché proprio Cioran, figlio di un prete ortodosso, ha creduto tanto in ciò che sostenevano i Bogomili, i Catari dell’est, secondo i quali, il mondo è stato creato da una forza demoniaca. Le azioni dell’uomo lo dimostrano. I buoni sentimenti esistono, ma sono delle eccezioni.

Ecco la storia, quella sequenza di atti attraverso cui la miseria dell’umanità e l’insensatezza della vita prendono corpo. E allora non sarebbe meglio suicidarsi? Dice Cioran: «Sì, ma è pur vero che proprio la possibilità di uccidermi in qualsiasi momento mi fa vivere con leggerezza, rendendo tutto sopportabile».

Vivere con leggerezza, ossia, vivere da uomo libero.

E per quanto queste parole possano sembrare scandalose, tanto da farci additare Emil come un folle depresso, proprio in esse ho letto una potente dichiarazione di indipendenza. Cioran non aveva idoli, ma ha fatto della sua marginalità un altare sul quale sacrificarsi, riconoscendosi semplicemente uomo.

Ha allontanato da lui la fama e il successo. Ha concesso poche interviste, ma non ha mai disprezzato i suoi interlocutori. È vissuto nella ristrettezza, fiero di essere un uomo senza una professione. Si è dedicato alla contemplazione. Per lui scrivere era una terapia, un rito di liberazione dalle proprie angosce. Difficile credere al fatto che amasse i suoi simili, eppure, per loro provava buoni sentimenti.

È arrivato in Francia e l’ha percorsa in lungo e in largo in sella a una bicicletta. Nella nazione dei Lumi ha scoperto che mangiare era un atto di civiltà e non solo un bisogno. Non ha mai disprezzato la Romania, ma ha preferito svestirsi di qualsiasi nazionalità, considerandosi apolide. Ha scritto testi violenti, cinici, malsani, ma profondi, che ancora oggi sono dei rompicapo per blasonati filosofi e occhialuti accademici. Insomma, proprio lui che non amava i sapienti, ha consegnato loro un enigma metafisico difficile da risolvere.

Chi è l’uomo e qual è il senso della sua vita?

Ha apprezzato Nietzsche, ma considerava il Superuomo un’ingenuità. Dichiara infatti Cioran: «L’uomo non si supera tutt’al più si nega». Non apprezzava né Camus, né Sartre, perché troppo provinciali. Non frequentava salotti culturali e nonostante fosse un appassionato lettore, nonché studioso della filosofia, era fermamente convinto che ai suoi quesiti avessero già risposto i contadini della Transilvania, con cui si intratteneva da bambino. «Passando le loro giornate tra le bestie, quegli uomini fatalisti e disperati avevano compreso che la vita è uno spettacolo senza senso da godersi con molta ironia».

 Sì, dovevo cominciare proprio da Un apolide metafisico per capire tutti i libri di Cioran che ho sfogliato. Solo leggendo questa serie di interviste si comprende la grandezza del suo pensiero, ossia, un’analisi ironica e pungente sull’uomo, sulla storia e sulla vita.

Tra queste pagine c’è lo spirito di Emil.

Pensatore unico, semplicemente uomo.

Martino Ciano

 

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