La ricerca della verità come fine

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Siamo nell’anno del Signore 1623. Un galeone spagnolo varca l’Oceano portando con sé una composita spedizione di uomini. La destinazione è la Nuova Spagna, terra di conquista per la corona di Filippo IV, da poco salito al trono in quello che gli storici chiameranno il Siglo de oro, il secolo d’oro. Ma i Padri Domenicani imbarcati sull’imponente flotta non troveranno ricchezze materiali, scopriranno invece verità sepolte, tracce di sapienza che collegano i continenti, le epoche, le dimensioni dell’esistenza.

Paolo Fiore, autore di questo romanzo, non è uno scrittore di professione. E’ un medico che indaga la realtà oggetto del proprio narrare con il medesimo interesse diagnostico che gli è familiare nel mestiere di tutti i giorni. I protagonisti sono scolpiti con grande precisione, interrogati nei vizi e nelle virtù, esposti e squadernati come individui paradigmatici di un’epoca. L’autore insiste sul dolente lato umano, sulle relazioni personali e di potere che intercorrono tra i vari personaggi, lasciando scorrere la storia con maestria e intelligenza narrativa. E’ un romanzo intellettualmente avvincente che avviluppa il lettore in una trama di misteri e di significati che via via prendono consistenza e forma.

Bernardo, Don Carlos, Cortès, Padre Ramirez, Padre Adelmo, Juan: nomi con cui il lettore familiarizza presto, personaggi intagliati da Paolo Fiore sui rispettivi caratteri, destini e missioni. L’autore, forte di una straordinaria ricerca incardinata sulla storia della scienza, sulla geografia storica, sulla filosofia, sulla teologia, sull’astronomia e sull’arte della navigazione, descrive il Seicento individuandone aspetti peculiari, come la curiosità, la paura dell’ignoto, gli “eroici furori”, il desiderio di conoscenza, la repressione religiosa che grava sulla carne e sullo spirito. Sopra ogni cosa, la necessità per gli uomini di cultura di dover simulare e dissimulare idee e condotte passibili di scomunica, per tenera viva la ricerca della verità, fiammella contro il buio dell’ortodossia.

Nel linguaggio politico del Seicento i termini «novità» e «mutamento», con tutti i loro derivati, hanno una connotazione decisamente negativa. «Novità» è la negazione di regole fondamentali del vivere civile e dell’ordine naturale, il turbamento di ciò che ha una valida ragion d’essere per il fatto di appartenere alla tradizione. Per Montaigne qualunque cosa è meglio dell’innovazione. […] E’ opinione comune che il desiderio di novità appartenga ai peggiori arnesi della politica e agli strati più bassi della società. (Rosario Villari, Elogio della dissimulazione. La lotta politica nel Seicento, Laterza 2003)

Se il basso sta con la novità, l’alto sta con la conservazione, dentro il sogno paranoico di un potere che si crede inamovibile e perpetuo, delirio di potere che nel romanzo è ben evidente. Dietro i paraventi della moda e dei modi affettati, dietro i comportamenti ritualizzati delle cerimonie, si celano i peggiori istinti, brutalità riversate sui popoli “barbari” alieni al Dio cristiano, conquistati con il ferro e con il piombo, massacrati e infine spazzati via. Imprese efferate portate a termine per la gloria imperitura dei Re europei. Alcaldes mayor, corregidores, letrados, sono i titoli attribuiti a coloro che il nostro sovrano stava inviando nella Nuova Spagna per mettere ordine tra i coloni che ormai non conoscevano nessuna autorità se non la propria e funestavano quelle terre con le peggiori nefandezze che un uomo possa compiere. Perfino sulle  imbarcazioni, in mare aperto, in un luogo fisico e geografico segnato da naturale impermanenza e fragilità, i signori della guerra si presentano nei loro abiti inamidati, perfettamente compiti nelle rispettive armature istituzionali, baldacchini ondeggianti, manichini artificiosi chiusi in allestimenti formali assolutamente ridicoli. Boccoli, parrucche, cappelli, maschere sotto cui si celano volti deformati e braccia pronte ad abbracciare teatralmente l’orrore, tanto erano addobbati di superfluo che parevano dover cadere in terra da un momento all’altro sotto il peso di quegli inutili orpelli.

Contro l’immobilità del potere laico e religioso, facile a tramutarsi in ferocia inquisitoria, si scontrano i monaci protagonisti del romanzo, che nella sua vena principale si nutre del pensiero di Giordano Bruno e ce lo restituisce vivo. Vivo nello spirito della scienza moderna, nel gesto di alzare gli occhi alla volta celeste e osservare con indefinibile stupore costellazioni di stelle che debordano da incasellamenti filosofici ormai desueti, Denebola nel Leone, la Chioma di Berenice, e poi Heze, Zaniah, Alkaid nella Grande Orsa, nomi inclinati sul versante arabo della conoscenza, già proiettati oltre ogni fissità di aristotelica memoria. Vivo, Giordano Bruno, nel senso stesso del viaggio, nella rottura delle catene della stanzialità europea, nella scoperta di nuove terre e popoli, talmente lontani dalla “normalità” che inducono i filosofi a porsi domande, inevitabili e pericolose, sulla natura umana degli stessi. Filosofo del decentramento e dell’infinito, eretico non pentito, bruciato a Campo de’ Fiori nel 1600, Giordano è presente nel romanzo di Paolo Fiore, sottotraccia, in ogni tentativo di ricerca e di svelamento delle coordinate del sapere contro il limite di ogni convenienza e infine chiaramente nominato dai protagonisti, detto, pronunciato con timore e con speranza, evocato nel suo nome che rimanda al più alto degli scandali, la ribellione al potere strutturale della Chiesa.

Quando i maestosi galeoni della flotta vengono flagellati dalla tempesta, nel vento soffia la lezione dirompente di Bruno, simbolicamente resa dalla rottura degli ormeggi, fine delle sicurezze, crollo delle gerarchie consolidate. E il concetto è reso più evidente dal paradosso del processo celebrato sull’isola contro il nostromo Gonzalo, non eretico ma pazzo di dolore, urlatore di improperi nella notte della propria follia, eppure vessato da Padre Ramirez, inquisitore implacabile di ogni devianza, anche laggiù, su una spiaggia dimenticata da Dio, terraferma esotica che è il simbolo dell’incognito e che prelude a tutti i nuovi equilibri possibili e immaginabili.

E proprio la casualità, un incontro segnato dal naufragio, consente al domenicano Francisco, principale figura del romanzo, di conoscere il confratello Bernardo, scintilla di un viaggio nel viaggio, innesco in quel motore inesauribile che è l’avventura del pensiero. Sul galeone spiaggiato il monaco serba, nascoste, due copie di testi proibiti, il De Rivolutionibus orbium di Copernico e, appunto, il De Umbris Idearum di Giordano Bruno, trovato nel nascondiglio di una cella di un monastero napoletano, che ospitò il filosofo prima dei processi in cui fu gettato dall’Inquisizione. Con questo bagaglio di sapere eterodosso, sorretti dalla buona sorte, riescono a scampare ad un processo a loro danno, a superare un assalto navale che segna la fine di Padre Ramirez e a giungere nella Nuova Spagna, dove i ricordi di Bernardo scavano nel lascito testamentario di Padre Felipe, conosciuto anni prima durante lunghe peregrinazioni culminate sui Pirenei, in un convento popolato da monaci diversi uno dall’altro, ostinatamente taciturni e guardinghi, come se dovessero difendersi da tutto e da tutti, il cui unico tratto comune sembrava quello di dover scontare una pena per un tremendo errore del passato. Padre Felipe, che era stato da giovane nelle Americhe e che riuscì a salvare dal fuoco, appiccato dagli spagnoli, libri indigeni contenenti “glifi maya”, consegna loro un lascito esplosivo. E’ questo il tesoro che i monaci vogliono raggiungere, abbacinati da quell’estrema volontà di potenza che è la sete di conoscenza nuova.

Lascio al lettore, sicuramente stimolato da queste anticipazioni, il compito di arrivare fino al convento di San Antonio de Padua,  covo di misteri, eretto su colonne che letteralmente si poggiano sull’arcano, e poi fino a Chichtè-Itzà e oltre, laddove la sapienza di due continenti converge e si scontra, provocando l’emersione di una cultura più profonda della filosofia stessa, un sostrato più antico di ogni religione conosciuta. In tempi di terrore conclamato e di violenza istituzionalizzata, la lezione del nolano è frutto di una speculazione che nell’amore trova le proprie conferme ultime: «L’amore è il fondamento di tutte le passioni: chi non ama nulla, infatti, non ha motivo di temere, sperare, gloriarsi, insuperbirsi, osare, disprezzare, accusare, scusare e umiliarsi e gareggiare e infuriarsi, turbarsi insomma in altre guise analoghe» (Giordano Bruno, De vinculis in genere). Senza la frusta di un sentimento che ci vivifichi e ci apra alla scommessa dell’esistenza, siamo destinati a essere ombre di noi stessi, a perderci in una vita oscurata da false politiche e false religioni. Siamo nel campo di una filosofia dirompente, resa più forte dal rogo. E’ l’alba della modernità. Le coordinate tracciate dalla Scolastica non reggono il passo di una ragione risvegliata, la polvere della tradizione è soffiata via dallo spirare dell’immaginazione, i nuovi mondi eclissano quelli vecchi, le distinzioni artificiose tra culture e civiltà cadono sotto i colpi di un pensiero universale che attorno al concetto di natura tenta di radunare i caratteri della specie umana.

Il chiostro si era aperto ormai per sempre e quel piccolo giardino, al centro, in cui giocavo sopra il pozzo centenario, si era dilatato nelle distese di terra e di mare dove avevo galoppato sulle curve dei planisferi e volato sulle sfere armillari.

Senza il coraggio della scoperta non c’è evoluzione, senza il desiderio di toccare la verità siamo condannati a scontare la morte in vita, il peggiore dei mali. In qualunque epoca, il peccato più grave è stare al di qua della soglia, sacrificando se stessi sull’altare del potere costituito.

Alessandro Vergari

(Paolo Fiore, Fu chiaro appena oltre lo zenith Manni Editore, 2012)

 

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