Visioni di un architetto sulla fine

copertina-avoledo

Gabriel è un architetto di chiara fama che dalla vita ha avuto agi e ricchezze.

È  la sua voce ad aprire questo romanzo, a raccontare il suo vagare – mosso da una spinta  impellente, da un bisogno che si fa irrefrenabile – per un’Europa, giunta al collasso, in piena apoptosi.

È prossima la fine, per il Vecchio Continente, così come per Gabriel, che scopriremo malato e investito (o piuttosto autoinvestito: bisognerà arrivare alle ultime pagine per scoprirlo) di una missione:  togliersi i panni dell’uomo arrivato, farsi angelo e intraprendere la ricerca di anime perdute da salvare.

Ha però un suo criterio di scelta, francamente opinabile: esclude chi di bontà si nutre, agisce solo su chi non vuole o non dovrebbe essere salvato.

Sotto le sue ali protettive finiranno così accolti personaggi di raro squallore:  responsabili di genocidi, artisti assassini (il caso vero del cantante dei Noir Désir, Bertrand Cantat, condannato per l’omicidio della compagna Marie Trintingant nel 2004), figure equivoche che l’autore trova anche nella cronaca reale e di cui immagina un plausibile coinvolgimento emotivo che rende con assoluta precisione di linguaggio ed essenzialità di dialogo.

La “pulizia etica” prosegue per quasi cinquecento pagine e per molte città – Istanbul, Parigi, Venezia…- , prima che si insinui nel lettore il dubbio, legittimo, sulla veridicità degli episodi, prima che ci si fermi a chiedersi quanto questo panorama di desolazione – umana prima di tutto –  sia vero o solo verosimile, o ancora solo frutto della fantasia di una mente disturbata.

Nel frattempo, è facile che il lettore sia già felicemente precipitato senza opporre resistenza al dipanarsi della vicenda di Chiedi alla luce, ultimo romanzo di Tullio Avoledo per i tipi di Marsilio.  E poco importerà che la narrazione si complichi non proseguendo piana, ma frammentandosi invece in molteplici rimpalli temporali e di spazio: c’è in ciò una motivazione sottesa, a sottolineare un margine di poca definitezza che va mantenuto nello sviluppo della trama, e che si fa funzionale alla figura e agli intenti di Gabriel, che cambia epoca e scenario in modo repentino. E  mantiene però per ogni salvezza compiuta un rito di passaggio singolare: lascia un piccolo dono nascosto in ogni abitazione che abbandona alla fine di ciascuna missione, sia esso una moneta o una melagrana di ceramica, posta celata nei tramezzi, dietro l’intonaco, come un seme di una possibile, auspicabile, rinascita.

Straordinarie, poi, le pagine sulle visioni su un futuro prossimo disumanizzato, un proiettarsi in avanti che si fa espediente letterario per una diagnosi spietatamente lucida dell’oggi, per un’analisi, in definitiva, di falle ideologiche, politiche, intime e morali. Uno scenario di morte, di passeggeri di un treno che scendendo alla stazione “camminano come possono, su arti ridotti a moncherini neri. I loro passi sembrano un fruscio di foglie, il loro alito sporca le piastrelle bianche dei corridoi”, per poi “sciogliersi nella luce” in un ululato di vento, nel cadere di una neve “indifferente” di McCarthiana memoria.

A un possibile futuro di una crudezza senza appello alterna magistralmente pagine piene di pietas, Avoledo, e di poesia, nel rendere i moti più intimi: i micro-cambiamenti lievi nel macro-sconvolgimento del mondo.

Un tempo la gente scriveva lettere. Per farlo, usava carta e inchiostro. Poi le chiudeva in una busta, e c’erano buste di ogni tipo, alcune bellissime, e ogni busta aveva il suo odore. Le buste di posta aerea avevano un bordo rosso e azzurro come la bandiera francese, ed erano leggerissime come la carta che ci andava dentro, perché il costo della spedizione aumentava con il peso. Chiusa la busta dovevi affrancarla e spedirla, e la lettera viaggiava anche da un capo all’altro del pianeta e allora poteva metterci dei mesi. A volte le lettere arrivavano rovinate dalle traversie del viaggio: macchiate dalla ruggine, scolorite dall’acqua salata.”

I fili sparsi, ma percorsi da apparentemente trascurabili e invece cruciali immagini che si ripetono per tutto il libro, vanno a riallacciarsi a casa, per Tullio Avoledo, che sceglie di ambientare il finale di Chiedi alla luce in una Valvasone (PN) simile a  quella dove vive, seppure nel romanzo onirica e straniata (quel lembo di Friuli vicino alla Casarsa di Pier Paolo Pasolini, che appare – fugace ma fondamentale  – nel romanzo), in una risoluzione della Storia e delle storie che sta, ed è questo l’unico indizio che qui si può dare, tutta nelle mani dell’innocenza.

Anna Vallerugo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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