AMIR NADERI: MONTE

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Felicemente apolide (ha lavorato in patria ma anche negli stati uniti), con Monte il regista iraniano Amir Naderi ci consegna un’opera bella e misteriosa, per molti versi il culmine di un’idea di cinema personalissima.

Naderi è reduce da Mise en scene with Arthur Penn: a conversation un lunghissimo e bellissimo documentario dedicato, come rivela il titolo, al maestro americano, autore di Gangster story e Piccolo grande uomo. Un inquadratura fissa di quattro ore sull’anziano regista mentre il più giovane collega lo incalza con le domande, guidato dall’entusiasmo del cinefilo. Penn parla del suo cinema diffusamente ma dedica ancora più spazio alla sua storia di uomo, alla sua infanzia, agli avvenimenti insomma che lo hanno portato a girare i suoi film in quel preciso modo. Non stupisce tanto amorevole e metodico interesse da parte di Naderi, un cineasta abituato a mettere in scena personaggi estremi, ostinati e irriducibili (e dev’essere una caratteristica molto iraniana: vedi, per esempio i piccoli, testardi eroi di Kiarostami o la bambina de Il palloncino rosso di Jafar Panahai).

Monte è ambientato nel medioevo, all’ombra delle montagne friulane e racconta la storia di Agostino, contadino che lotta con una terra maledetta e improduttiva. Nella prima scena del film lo vediamo sotterrare la figlioletta. Accanto a lui, la moglie e il primogenito e attorno a loro una piccola comunità che, nel giro di poche inquadrature, abbandonerà quei luoghi dimenticati da un Dio lontano e silenzioso. Agostino resta con la sua famiglia e compie alcune puntate in paese, per cercare di mettere in piedi un piccolo commercio di prodotti del suo orto e di utensili da lui fabbricati. Ma viene scambiato per un ladro e nell’equivoco è coinvolta anche la sua famiglia, che dovrà subire la ritorsione dell’autorità. A questo punto Agostino se la prende con il suo unico, vero nemico, la sua Balena Bianca, quel monte incombente che campeggia fin dal titolo della pellicola. L’ultima, splendida mezzora del film non fa altro che documentare la lotta di Agostino con la montagna. La lotta di un uomo con la natura, attraverso gli anni. Mi sono dilungato nel racconto della trama ben sapendo che il film di Naderi è praticamente irraccontabile. È raro trovarsi di fronte a un’opera come questa, capace di suggerire uno spettro di emozioni vastissimo e così complesso da rendere difficile il descriverle. Ma, d’altro canto, è esattamente questo che il cinema dovrebbe fare: suscitare emozioni attraverso le immagini, scardinando qualunque sintassi e violando le nostre aspettative.

Amir Naderi raccoglie su di sé più di una competenza. Oltre ad avere scritto e diretto il film, ne ha anche curato il montaggio e, cosa non secondaria, si è occupato in prima persona del sound design che, nell’economia della storia, gioca un ruolo di primo piano. Tutta la parte ambientata all’ombra del monte, in una terra irta e opprimente che fa tornare alla memoria l’episodio sui cannibali del pasoliniano Porcile, è percorsa dal suono del vento che attraversa i passi delle montagne. È un suono che dà l’impressione precisa dell’effetto che un vento folle e ostinato può avere sulla pietra, erodendola. In contrasto con le parti ambientate in paese, assolate e luminose, le scene di montagna sono coperte da una patina grigiastra che minuto dopo minuto finisce per contagiare anche le persone, trasferendo il colore e la consistenza dei sassi alla pelle dei protagonisti. L’aggressione di Agostino (e poi di suo figlio che si unisce a lui) alla montagna, per mezzo di un solo martello, ha realmente lo spessore di una melvilliana bestemmia. Si tratta della ribellione al dio dell’antico testamento, la necessità di aprire una ferita nella pietra affinché, letteralmente, i raggi del sole riescano a raggiungere l’uomo. Quando la montagna esplode, in una serie di ralenti estatici tanto quanto le fate morgane di herzoghiana memoria, le coordinate temporali impazziscono. I protagonisti tornano giovani, si ricompone un’unità familiare che, costantemente, nel corso del film, è messa in pericolo.

Siamo nei territori di un cinema visionario e rigoroso, che chiede moltissimo allo spettatore ma altrettanto ripaga. Naderi non è un artista indulgente e ha una concezione dell’inquadratura come nuda evidenza. In termini di montaggio rifiuta la logica del campo controcampo e crea una serie di piani autonomi che comunque sono capaci di dialogare tra loro. Un montaggio di misteriosa potenza che senza essere asintattico elude semplicemente e senza provocazione la grammatica corrente, per crearne una nuova e continuamente in attesa di verifica.

Tutta la pellicola si gioca sul dualismo tra un mondo civile e uno primordiale. Le strutture della convivenza e del mercato contro quelle di insediamenti spontanei e precari. Non c’è comunicazione tra i due mondi se non attraverso la mediazione dell’autorità poliziesca. Inutile dirlo, nessuno dei due stati è ideale: da un lato diffidenza e chiusura (Agostino è evitato con scherno da tutti i cittadini), dall’altro solitudine e frustrazione. Naderi sembra riporre tutta la sua fiducia sull’ostinazione dell’uomo, la sua caparbietà a portare avanti il proprio progetto esistenziale, soprattutto la sua disponibilità a disobbedire, a sparigliare le carte che qualcun altro, che sia autorità umana o divina, ha posto sul tavolo.

Fabio Orrico

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