Deserto (racconto di Roberto Saporito)

deserto-foto

 

 

“Jules: E ci sono le rivendite di

hashish?”

“Vincent: Già, le cose stanno così:

è legale acquistarlo, è legale

possederne e, se sei il proprietario

di una rivendita di hashish è lega-

le venderla. È legale averlo con

se, cosa che non importa poi molto

perché – ammettiamo che tu ne abbia

un bel po’- se i piedi piatti ti

fermano, per loro è illegale per-

quisirti. Quello di perquisirti è

un diritto che i piedipiatti di Am-

sterdam non hanno.”

“Jules: “Ho capito, amico, quello è il

posto giusto, non mi occorre altro.”

(Quentin Tarantino)

 

“… Mio padre vive solo nel deserto, dice che la gente gli va stretta di spalle…”. Rileggo questa frase di Sam Shepard venti volte, trenta. Poi chiudo il libro “Motel Chronicles”, osservo la copertina, sospiro profondamente, prendo gli occhiali da sole, il giubbotto di pelle e scendo dall’aereo. Devo restare quattro ore all’aeroporto di New York prima di poter partire per Los Angeles.

Dopo un hot dog e quattro birre vado in bagno. Qui c’è questo tipo che mi sorride cavallino. Dopo una meritata pisciata mi lavo i denti. Il tipo cavallino si avvicina: è grosso, bianco e puzza di sudore. Quando è un metro da me tira fuori un coltello: lungo, affilato, luccicante.

  – I soldi – dice in un comprensibilissimo americano.

“Ci siamo” penso rapidissimo. Quando non hai nulla da perdere sono poche le cose che ti spaventano veramente. Con la bocca sporca di dentifricio dico “fottiti”. Lui mi guarda attraverso lo specchio, è un attimo interdetto e sconcertato, dice:

  – Ti ammazzo.-

Sputo nel lavandino, mi sciacquo la bocca, mi giro di scatto e gli rifilo un calcio nei coglioni. Un calcio assestato con precisione certosina, come se lo facessi spesso, come se fossi allenato a difendermi, ma è la prima volta che colpisco qualcuno. Lui lascia cadere il coltello e si piega in due mugolando sinistramente. Con i miei stivali a punta gli do un calcio in bocca e me ne vado. Lui cade a terra con un tonfo sordo. Esco dal bagno con la punta di uno stivale insanguinata, col cuore che mi martella nella gola, nelle tempie, nella pancia.

L’aereo per Los Angeles parte in perfetto orario. A Los Angeles fa caldo: è questa la prima impressione della città, ed è un’ottima impressione. Discuto per mezz’ora per affittare una macchina con uno stronzo che fa finta di non capirmi. Alla fine lo mando affanculo, questo lo capisce, e mi faccio portare da un taxista rasta da una concessionaria di auto usate.

  – Un vero affare… un gioiello… – dice il venditore colpendo amorevolmente una gomma della moto. Osservo questa Harley Davidson Shovelhead Sturgis del 1980 con uno sbiadito sorriso.

  – Il motore poi… un’orologio svizzero – sorride beato lui.

C’è questo caldissimo vento che alza minuscole particelle di polvere. – O.K., la prendo. –

L’Harley fila via liscia sull’asfalto bollente. Gli scarichi aperti rombano in maniera spaventosa . Los Angeles è alle spalle, l’ho appena sfiorata: direzione Mojave Desert.

Alla prima stazione di servizio mi fermo. Ci sono grossi camion parcheggiati dappertutto. Il bar è pieno di gente e di fumo. Trovo un minuscolo tavolino e appena ci riesco ordino uova strapazzate con bacon e un caffè. L’esercito di camionisti mi osserva, mi studia, sono oggetto di confabulanti risatine. Pensavo di passare inosservato, ma evidentemente non è così. I miei jeans sbiaditi e tagliati alle ginocchia, la mia T-shirt nera con un cubo giallo dipinto in acrilico da me, i miei stivali a punta, i capelli lunghi imbrigliati in un codino, la barba di una settimana, il mio sguardo curioso che può benissimo essere scambiato per impertinenza, per senso di superiorità. Dal tavolo vicino al mio: tipi grossi, barbuti, bevuti, si alza questo armadio vestito da cow-boy-camionista e dice.:

  – Tu sei checca, non è vero? – e lo dice proprio a me.

  – Parli con me ? – domando candido.

L’armadio si gira verso i suoi amici e imitando la mia voce, ma squilibrandola in falsetto dice “parli con me?”. Risata generale. Si gira ancora verso di me: – Certo che parlo con te stronzo! – Continuo a bere il mio caffè come se nulla fosse.

  – Allora checca, ce lo fai un bel pompino? – guarda me, guarda i suoi amici, ridono e si danno pacche sulle spalle. Poso con calma la tazza del caffè e dico: – Perché tu e quei quattro bifolchi non andate a fare in culo? – e lo dico come se li invitassi amorevolmente a bere qualcosa. L’armadio imita un brivido e dice: – Che paura, guarda mi tremano anche le gambe – ride e ridono i suoi amici. Mi alzo, lascio i soldi del conto sul tavolo e me ne vado. Appena fuori mi infilo gli occhiali da sole.

  – Stronzetto… dove credi di andare. –

Non mi volto, aumento l’andatura, ma in maniera impercettibile. Il gruppetto si mette improvvisamente a correre. Io faccio altrettanto ma i cinque mi circondano prima di arrivare alla moto. L’armadio è tra me e la mia Harley Davidson, dice: – E allora stronzetto, i nostri pompini? –

Gli altri quattro si allontanano di un passo, come a dire “adesso veditela con l’armadio”. Sospiro e faccio un passo verso la moto. L’armadio mi spintona. Io perdo l’equilibrio e cado a terra. I cinque amiconi sghignazzano beati. L’armadio mi prende per le gambe e mi trascina nella polvere. Il coltello che ho requisito al tipo dell’aeroporto di New York scivola fuori dagli stivali e me lo ritrovo praticamente in mano. L’armadio mi molla e dice: – Ti è piaciuto il giretto? –

Ride, ridono i suoi amici, continua a ridere anche quando mi punta la pistola in faccia.

Non l’hanno visto il coltello: lo faccio scivolare nella tasca dei jeans.  – Prendetelo e caricatelo sul mio camion, gli facciamo un bel servizietto – intima ai suoi simili. Mi prendono di peso nel momento stesso in cui entra nell’area di servizio un’auto della polizia, rallenta e l’agente alla guida abbassa il finestrino. L’armadio dice: – Beve sempre troppo – rivolto a me che ho una pistola puntata nelle costole. L’agente chiude il finestrino senza dire niente e la macchina si allontana.

Quando arriviamo dietro i camion, in una zona riparata da occhi indiscreti, faccio scattare il coltello e lo pianto nella mano che mi tiene la pistola puntata addosso. L’uomo urla disperato e spaventato e molla la pistola. Usando lui come scudo prendo la pistola e sparo all’armadio. Lo colpisco ad un braccio. Gli altri tre fanno per scappare ma sento la mia voce intimare: – Fermi o vi ammazzo tutti. – L’armadio è ferito ma sembra aver incassato bene il colpo. Alza il braccio con la pistola e spara nella mia direzione. Colpisce il suo amico in pieno volto e il sangue mi schizza sugli occhiali e sui jeans. Sparo e colpisco l’armadio ad un ginocchio e poi all’altro. Non ho mai sparato in vita mia, ma non sbaglio un colpo: talento naturale! La sensazione che do è di aver solo fatto questo nella vita. I tre “amici” ne approfittano per scappare. Io mollo il mio scudo e faccio altrettanto. Gli spari hanno attirato fuori un sacco di gente. Io svicolo nei corridoi creati dai camion e riacquistando la calma raggiungo la moto. Nessuno sembra notarmi, corrono tutti verso le urla che l’armadio lancia verso di me. Esco dall’area di servizio quando due auto della polizia arrivano a sirene spiegate: entrano in sbandata controllata. Io accelero tranquillo guidando verso il deserto. Qui gli spazi sono enormemente dilatati. Per esempio sarà mezz’ora che non incrocio né auto, né case, né niente: solo la strada asfaltata e il deserto. Fermo l’Harley per farla raffreddare un po’, scendo dalla moto e mi trovo di fronte questo tipo: un indiano, o comunque con i tratti somatici di un indiano.

Stivali neri, jeans rossi, T-shirt dei Sex Pistols. Dice:- Guai? –

Dopo un attimo di spavento, non so proprio da dove cavolo sia saltato fuori, dico “No”. – Bene, allora puoi darmi un passaggio.- E non è che me lo chiede, lo dice come se fosse così e basta.

  – Volentieri… – dico – … ma io non sto andando da nessuna parte.- Ci guardiamo per un attimo negli occhi, e io devo guardare verso l’alto: è alto almeno due metri.

Dice. -Andiamo. –

  – Certo, perché no – dico con un minuscolo sorriso. Però sono nervoso.

Cercando di urlare più forte delle drag pipes dello Sturgis l’indiano dice. – Io suono la chitarra in un gruppo punk.-

  – Sì… bene, e così si spiega la T-shirt dei Sex Pistols – dico urlando nel vento. Poi viaggiamo per un po’ senza aprire bocca col vento secchissimo del deserto. Quando entriamo in quello che potrebbe essere un paese, per intenderci quattro case e un distributore di benzina, l’indiano dice: – Fermati lì, sulla destra.- C’è questo grande parcheggio e un locale che sembra un capannone. Dice. – Ti offro da bere.-

Dentro la musica è assordante. Sopra un palco improvvisato suonano quattro tipi giovanissimi. La musica è un rock teso a metà strada fra il punk e la musica tradizionale americana. L’indiano mi guida ad un tavolino. Saluta a destra e a manca, sembra che conosca tutti. Di fronte a me si materializza una bottiglia di Michelob. L’indiano guarda verso il palco e dice. – Sono amici miei.-

– Sono bravi… – urlo per farmi sentire.

  – Già, sono la migliore desert-band della zona.-

Dopo un paio di canzoni tiratissime suonano una ballata acustica molto acida e psichedelica. Arrivano al nostro tavolo due tipi con una bottiglia di mezcal con tanti piccoli vermi dentro. L’indiano mi presenta i nuovi arrivati, ma i loro nomi mi scivolano via dalla memoria immediatamente. Quello con i capelli lunghissimi è il bassista della punk-band dell’indiano, mentre il biondo con i capelli sugli occhi è il batterista. La desert-band esegue un’altra ballata e alla fine della canzone la bottiglia di mezcal è quasi finita. Ogni tanto mi ritrovo un verme in bocca ma lo mastico con calma. Nel frattempo sono arrivate due ragazze e altra birra. Una, la rossa si siede in braccio all’indiano, l’altra, la bionda, che è vestita praticamente come me, mi sorride. Tocca il cubo giallo che ho dipinto sulla T-shirt e chiede. – L’hai fatto tu? – Io dico sì e le passo la bottiglia di mezcal. Lei dice di chiamarsi Sally, dice che suona la chitarra nel gruppo dell’indiano. Arriva un’altra bottiglia di mezcal, arriva altra gente al nostro tavolo. Ormai sono completamente annebbiato, ma felice, sorrido a tutti, sorrido sempre, qualunque cosa mi dicano. Sally mi prende per mano e dice “balliamo”. Non è una domanda è un’intimazione. La desert-band picchia duro sulle chitarre e mi ritrovo in mezzo ad un pogo allegro, non violento, fatto di creste, giubbotti di pelle, capelli lunghi, alcool, sudore, stivali, jeans sdruciti, bottiglie di birra, spinelli. Mi sembra di non avere più consistenza, è come se ballassi a dieci centimetri da terra. Perdo spesso l’equilibrio ma non cado. Sally sorride, io sorrido ma non mi sento più la faccia. Chiudo gli occhi e lascio che le scariche di musica energetica mi entrino nel sangue come una imprevedibile droga. Qualcuno mi passa una bottiglia di tequila: ne bevo un lungo sorso , come se fosse acqua fresca. Qualcuno si riprende la bottiglia. Tutto gira vorticosamente. Sally mi prende sotto braccio e mi dirotta al tavolo.

C’è uno spiffero di aria fredda che mi colpisce l’occhio destro in maniera fastidiosa. Apro gli occhi e mi ritrovo di fronte il buio tagliato dai fari dell’auto sulla quale sto viaggiando. Alla guida c’è questa ragazza che non ricordo di conoscere, dietro c’è il faro di una moto che ci segue. La ragazza è concentrata sulla strada che illumina a metro a metro. Il buio tutto intorno e sorprendente. – Devo vomitare. – dico guardando fisso di fronte a me. La ragazza ferma la macchina accostando a destra. Apro la portiera, faccio pochi passi verso il buio e vomito, illuminato dal faro della moto che ci segue. Torno verso la macchina. La ragazza mi guarda con occhi stanchissimi. Non dice nulla.

  – Dove andiamo? – domando.

  – Nel deserto – dice lei tentando un sorriso.

  – Ma siamo nel deserto – dico.

  – Andiamo a casa sua – dice lei indicando l’indiano che guida la mia Harley Davidson.  – Perché? – domando.

Lei mi guarda un attimo sconcertata e poi dice: – È stata un’idea tua.- La ragazza mette in moto la macchina e parte. Io mi infilo il giubbotto di pelle e chiudo gli occhi. Quando li riapro il sole è già alto. Sono immerso in un mare di sudore. La capotte della macchina è aperta e l’indiano a dieci metri dalla macchina guida la mia moto a torso nudo. Mi sfilo il giubbotto di pelle e la ragazza con gli occhi distrutti mi chiede “come va?”. Mi tiro i capelli indietro con entrambe le mani e dico. – Non lo so, ho solo sete.- Dalle casse dello stereo la musica dei Thin White Rope mi dà un senso di calma. L’indiano svolta a sinistra e abbandona la strada asfaltata. Dopo pochi chilometri si ferma di fronte a una piccola casa mobile, con una polverosa veranda, con un cactus gigantesco sul davanti. L’indiano scende dalla mia moto e si sgranchisce la schiena. Io scendo dall’auto e faccio due passi verso il cactus e l’indiano dice: – Attento a dove metti i piedi. –

E lo dice con tutta la calma possibile. Mi fermo un secondo prima di calpestare un serpente a sonagli. Lui comincia a suonare il suo ipnotico strumento. Io sono pietrificato, non riesco neppure a respirare, non so cosa fare. L’indiano si avvicina con un bastone, e sempre con calma, lo avvicina al serpente e con un leggero colpo di polso lo fa volare lontano. – Puoi respirare. – dice con un minuscolo sorriso. Il mio cuore ricomincia a battere e aumenta il suo battito in maniera poco naturale. L’indiano va verso la casa, la ragazza si è addormentata sul volante della macchina, io lo seguo con passo incerto, sondando il terreno ad ogni passo. In casa fa caldo come fuori, o forse di più. L’indiano estrae da un piccolo frigo due birre e me ne passa una. Miller, non serve il cavatappi. Mi siedo sopra un divano sgangherato e l’indiano sparisce in un’altra stanza. Non so assolutamente dove mi trovo ma quello che più mi spaventa è che non so dove vorrei essere, cosa vorrei fare, con chi vorrei essere. Chiudo gli occhi e l’unica cosa che mi viene in mente è il deserto, ma non lo so perché.

L’indiano dice. – Vado a comprare qualcosa da mangiare. –

Lo osservo come se fosse un marziano, ho come la sensazione che il negozio più vicino sia sulla luna, o comunque da quelle parti. L’indiano esce e io lo seguo. Alza un gran polverone scodando a destra e a sinistra con la sua macchina sgangherata. La ragazza si è svegliata e dal posto del passeggero mi osserva con occhi muti e inespressivi.

Sono rimasto solo. Perlustro con lo sguardo il terreno intorno, aguzzo le orecchie in cerca di suoni sospetti: solo grilli stanchi di cantare. Mi avvicino al cactus, ma lì prende il sole il serpente. Mi allontano a ritroso verso la casa senza perderlo di vista. Mi siedo sopra uno scalino di questa casetta in decadenza e mi sento infinitamente lontano da tutto e da tutti. Una sorta di limbo dove la condizione di attesa è l’unica possibile. Rientro in casa, prendo una birra dal frigo e ritorno fuori ad osservare l’immenso nulla che mi circonda. Ogni tanto butto l’occhio verso il cactus e il serpente, ma tutto rimane immobile anche se il calore dà questa sensazione di vibrazione lenta, indolente, come quello scorpione che zampetta sul muro.

In questo modo passano le ore e il tramonto si avvicina infuocando l’orizzonte. Quando comincia a far buio penso che l’indiano non tornerà più, ma la cosa non mi allarma, adesso lo so che l’ho sempre sperato dal momento che ho visto la sua macchina allontanarsi nella polvere. Guardo la mia Harley Davidson, guardo il deserto che mi circonda e finisco la birra ormai calda.

Roberto Saporito

(racconto che fa parte del libro di Roberto Saporito “Harley-Davidson racconti” edito nel 1996 da Stampa Alternativa di Roma, nella mitica collana editoriale “MilleLire”, ventimila copie vendute, piccolo libro di culto, fuori catalogo da quasi venti anni e che si può trovare ogni tanto nelle aste su eBay)

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo. Ha diretto una galleria d’arte contemporanea.

Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra le raccolte di racconti ricordiamo “H / D – Harley-Davidson Racconti” (Stampa Alternativa Editore, 1996, vendendone ventimila copie), e “Generazione di perplessi” (Edizioni della Sera, 2011, quarta di copertina di Marco Vichi) e tra i romanzi ricordiamo: “Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e “Il caso editoriale dell’anno” (come “Anonimo”, 2013, Edizioni Anordest)

Nel 2015 ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo “Come un film francese” con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli  Riviste Letterarie.

A ottobre 2004 è stato invitato al Festival Letterario “Letteraria” a Pistoia, tra gli scrittori invitati: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto, Luca Crovi.

A giugno 2007 è stato invitato al Festival Letterario Lib[e]ri 2007 di Teramo, tra gli scrittori invitati: Marco Lodoli, Erri De Luca, Walter Siti, Giovanni D’ Alessandro, Paolo Grugni.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano ”Satisfiction” con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio ScerbanencoCarlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

 

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