Con due foglie di basilico su gli occhi

verri a lecce.jpg                                                                 (Antonio Verri, poeta)

Cominciamo dalla fine, Antonio Verri è morto nel 1993, una morte tragica, un incidente stradale, qualcuno narra che al suo funerale a Caprarica di Lecce  i  compaesani sconcertati, non si spiegavano la presenza di tanti forestieri venuti a dargli l’ultimo saluto. Solo allora seppero  che Antonio Verri era una persona conosciuta, solo allora seppero che Antonio Verri era stato un poeta.

Sulla sua tomba, a Caprarica, non ci sono mai stato, è vano andare sulla tomba di un poeta. Non sono lì poeti ; i poeti non smettono di vivere, la loro vita è nei loro versi. Sono ambigue le tombe  (dice Nooteboom in “Tumbas”)- custodiscono qualcosa e non custodiscono niente. E mentre, in genere, i morti tacciono, i poeti continuano a parlare, e parlano perfino a coloro che non sono ancora nati. Così, Verri ancora parla, poeta rimpianto da chi l’ha conosciuto, entrato nel mito di chi oggi, dopo aver letto una sua poesia, va alla ricerca delle sue opere, che non si trovano quasi più. L’uomo dei curli continua a fabbricare armonia, a raccontarci che sotto la neve c’è il pane.

Una vita conclusa può essere letta al contrario, una vita che finisce presto dà il senso dell’incompiuto. E in quella sensazione di mancanza rimane quella di possibilità. Verri  costruisce un universo poetico, un universo di parole che non solo descrivono un mondo che già esisteva ma che lo modificano e lo riedificano. Perché quando un mondo viene interpretato poeticamente, diventa inevitabile un cambiamento di prospettiva: Castro, Otranto, Lecce nei suoi versi si trasfigurano e diventano (anche) luoghi dell’anima.

Verri, con ad altri poeti, apre, nel Salento, una stagione letteraria  che porta  a un prolificare di narratori e poeti. Nell’attaccamento alla cultura della sua terra Antonio giungerà a teorizzare una “linea bizantina” ( modo di intendere la poesia e la letteratura), una sorta di poesia “meridiana” da contrapporre a una “linea lombarda”, contribuendo in questo modo a fondare una grammatica, uno stile, un modo di vedere l’universo salentino che diviene quasi metafora  di un universo più ampio: ciò che è rivolta nel microcosmo salentino diventa rivolta nel macrocosmo umano.

Verri non sarà, perciò, un caso isolato, negli stessi anni operano a Lecce e nel Salento Salvatore Toma, Walter Vergallo, Saverio Dodaro, Antonio Errico, Maurizio Nocera e poi ancora Fabio Tolledi e Mauro Marino. Con loro Verri interagisce, costruendo progetti editoriali e trame poetiche. Negli stessi anni (gli ottanta circa) anche Bruno Brancher, poeta milanese frequenta Lecce e il suo humus culturale. La stessa Maria Corti (che poi curerà per Einaudi Il “Canzoniere della morte” di salvatore Toma) si interesserà al fermento poetico salentino tanto da venire a Lecce per verificarne la natura. Sono gli anni della rivista “Caffè Greco”, e chissà quanto c’è di vero nell’aneddoto riportato da  Simone Giorgino (Antonio Verri, Il mondo dentro un libro, ed Lupo) secondo il quale, quando la Corti venne a lecce e si fermò al bar Alvino a chiedere dove potesse trovare i poeti di Caffè Greco, le fu risposto che a Lecce non c’erano né poeti né caffè greco.

Nel Salento, aveva operato, negli anni precedenti  Vittorio Bodini,  intellettuale di grande spessore, traduttore del Don Chisciotte per Einaudi, studioso dei poeti surrealisti spagnoli, di Garcia Lorca, e poeta sua volta. Autore di raccolte memorabili  di poesie straordinarie che raccontano il Salento con una forza evocativa senza precedenti.

Antonio Verri non poteva rimanere indifferente alle visioni di Bodini e se ne nutrirà avidamente, a volte riproducendone  gli stilemi. Sembra quasi che se lo porti dentro di sé. E’ come se nelle sue poesie ci fosse un continuo dialogo con Bodini: Verri ingaggia un corpo a corpo con il poeta, lo interroga, lo invoca:

“Davanti non abbiamo altro/che la nostra terra,/la stessa terra vergine/su cui Bodini/intendeva operare/

(ed è nostro grande padre,/se vogliamo cercarci dei padri)/creando dal niente,/incidendo appunto/questa sua verginità.”

Ma se Bodini lascia la città e va verso il sogno, Verri sembra fare il percorso inverso: dal sogno alla città, sia essa Lecce o  Bologna , (o le città svizzere di Sciaffusa, Zurigo e Winthertur nella sua breve esperienza da emigrante). Via Ugo Bassi (nella poesia “Per Roberta a Bologna”) non è solo una strada, un percorso cittadino ma è pure un cammino più lungo, un ampiamento di sé, un allontanamento da sé. E in questa paura di perdersi, in questo horror vacui, Verri evoca intorno a sé,  i fantasmi che ha lasciato al Sud e i loro silenzi. Gli inspiegabili silenzi degli uomini del  Sud (gli uomini che, per Bodini, “dovevano farsi un nodo al fazzoletto per ricordarsi del cuore”).

Ma Verri non si rifugia nell’universo salentino: suoi modelli sono Calvino, Consolo, le sperimentazioni linguistiche di Gadda, Eliot e soprattutto James Joyce  da cui riprende la figura di Stefan (Dedalus) rendendolo protagonista di diverse sue opere. Altro maestro è Rimbaud: e il “Battello ebbro” diviene in Verri “Il naviglio innocente”, capovolgendo il maudit del simbolista, in una prosa poetica che esprime ai  massimi livelli la ricerca linguistica.

Verri  viene classificato come poeta postmoderno, ma come è noto, non esiste “il” postmoderno, esistono “i” postmoderni.  Secondo Umberto Eco ogni epoca ha il suo: non si tratta di un fenomeno legato al tempo, ma piuttosto allo stile. Il postmoderno è un modo di operare, di intendere la scrittura, una sorta di interruzione del flusso del discorso, e questo Verri lo fa spesso e in modi diversi: utilizzando parole dialettali, parole deformate o inventate, usando frequentemente le parentesi per improvvise domande o precisazioni, con effetto straniante. La stessa “Betissa” che dà il titolo a una sua opera è parola inventata, un neologismo verriano.

Ancora oggi è diffusa l’idea postromantica e novecentista di una poesia dei sentimenti, o peggio ancora, delle passioni, (Verri direbbe “poesia da passeggio”) e si può dire che, in qualche modo , abbia ancora la meglio. Ma la poesia è lettura altra della realtà, della storia, anche attraverso l’esperienza personale, ma come tramite, come pre-testo. Così è in Verri.

Ma in che modo questo rientra nella sua postmodernità, e in cosa la sua poesia è postmoderna?  Di sicuro, nella sua opera è facilmente individuabile la volontà dell’avanguardia, ma nella prospettiva originale dell’elemento salentino, che non sfocia mai nel manierismo, (per quanto sia nota l’ossessione di Verri per il significante); volontà che si ritrova anche nella poesia di Carmelo Bene che si era posto  la domanda di cosa significasse fare poesia (e teatro) nella terra del “Sud del Sud dei santi”. Postmoderno è dunque il modo in cui Verri fa poesia della sua terra in una lingua poliforme e pluristilistica, dove si stratificano le fonti, italiane ed europee, che rendono però immagini antropologicamente e miticamente radicate nel Salento.

Attaccamento alla propria terra, dicevamo, dunque, -legame profondo con i suoi suoni e le sue immagini; terra di cui il poeta avvertiva il “sibilo lungo” e che era paradigma del mondo. Terra che è madre – e l’attaccamento alla propria madre  (più volte presente nei versi di Verri) coincide con l’attaccamento alla terra: alle origini. Nei confronti di madre (e terra) Verri a volte sembra  giustificarsi:

“E’ vero madre, posso poco/quasi niente/Ho potuto darti poco, madre/poco poco/Un sorriso di rivalsa/

“Le risposte il tacicuore:/mi chiedi a che serve poesia/(parole stupide, madre, ma sonore…)/Mi chiedi a che serve poesia/non ti preoccupare, aggiusto tutto”./  (…)

E ancora:

“Sto con te, lo sai, e col tuo vecchio cuore di contadina/ma cerco, e devo cercare ancora madre,/continuamente/modi nuovi o parole di sangue…”

Qui si fa più evidente il legame estremo con le origini, che tuttavia il poeta vuole superare , perché la sua poesia non sia confinata in spazi  angusti e provinciali  ma si liberi in “parole di sangue”.

Chi l’ha conosciuto, come Francesca Sgobio, all’epoca attrice di Astragali teatro, se lo ricorda come uomo di poche parole:  “aveva sempre con sé  un’agenda enorme in cui teneva i numeri di mezzo mondo, all’epoca (1992) stava scrivendo ”Bucherer l’orologiaio”,  aveva già scritto raccolte di poesie e “la Betissa” che poi noi mettemmo in scena. Curava una rivista, mi sembra fosse “SudPuglia” e in quel periodo Astragali accoglieva incontri, dibattiti di poeti, serate di musica, cineforum e mostre. Ricordo che pagava per gli articoli di critica letteraria e letteratura che comparivano sulla rivista.  Non credo di aver mai più incontrato qualcuno che commissionasse e pagasse per un pezzo su di una rivista”. Francesca  è stata testimone e parte attiva nella realizzazione del “Brogliaccio” (nei primi mesi del 1992) a cui Verri avrebbe poi dato il titolo “Declaro”: “Io l’ho conosciuto una mattina, chiunque passasse di là era tirato dentro a dare una mano. Era un libro particolare composto da fogli, frammenti in busta, pitture, stampe, fotocopie, fotografie.  Nella sala di “Astragali” c’erano i cubi di legno messi in lunga tavolata e sopra fotocopie, ciclostilati, acquarelli, grafiche. C’era tutto il  Salento che faceva cultura, dalla musica al teatro, alla poesia, alla scrittura, all’arte, dal dolce far niente alla follia pura. Era un via vai di gente che ho conosciuto dopo col gruppo. Ricordo che diceva che il “Declaro” sarebbe stato il suo testamento. E così è stato  ”

Così lo ricorda invece Eugenio Imbriani: “Antonio sembrava muoversi sempre con qualche impaccio, quasi non riuscisse a governare del tutto il suo corpo, certamente non esile, secondo i criteri della massima eleganza, della gentilezza, del garbo che gli erano propri. Paradossalmente, penso a lui come a una figura della leggerezza, certamente perché influenzato dalla sua scrittura e dalla sua poetica, oltre che dal tempo che è passato: ma come pensare altrimenti di uno che voleva liberare le parole dai significati, adorava il profumo del pane e aveva in testa fole e angiolesse e per progetto fondamentale immaginava di comporre un vocabolario infinito fatto di parole e suoni anarchici e impertinenti? Antonio, però, era anche un uomo attivo e concreto nella sua arte (con i mestieri lo vedevo meno portato), un operatore culturale insistente e instancabile, capace di tenere insieme le teste più strane, dislocate in luoghi spesso lontani. Era troppo generoso nel riconoscere il talento negli altri, non tutti lo erano altrettanto con lui. Scriveva divinamente.”

E infine ecco le parole del cantautore Roberto Vantaggiato: “Io l’ho conosciuto a casa di Antonio Toma tanto tempo fa. A quei tempi vivevo a Firenze, per cui non ho avuto modo di frequentarlo molto. Ricordo che era un tipo gioviale, appassionato e davvero amante della poesia, della musica e dei lati “sconosciuti” della nostra terra. Anni dopo lo incontrai all’università che distribuiva “Il quotidiano dei poeti”: me ne diede diverse copie da diffondere e cercò di coinvolgermi in quell’avventura. Poi non ricordo cosa ho fatto io, dato che erano tempi per me confusi, finché una sera mi dissero che era morto in un incidente stradale. Le cose che ho letto le ho apprezzate per il loro senso di rottura con una certa tradizione ormai  ‘imbalsamata’. E questo è ciò che mi è più piaciuto di lui.”

Dire di Verri in poche parole, in poche righe è impossibile… era ancora giovane quando ci ha lasciati, e in questi casi è spontaneo chiedersi, di un autore, dove sarebbe ancora potuto arrivare, che punto di evoluzione avrebbe raggiunto la sua scrittura. Domande che rimarranno, ovviamente, senza risposta. Di sicuro, però, tutto il mondo della poesia, non solo quello salentino, ha avvertito un vuoto, una mancanza, alla sua morte.

Nel bianco marmoreo dell’Ateneo leccese, la sua figura un po’ goffa col cappotto lungo, scuro, si vede ancora, nel ricordo, e riporta al presente la memoria di un uomo fuori dalle istituzioni, in continua rivolta contro un mondo che non poteva comprenderlo fino in fondo. Un uomo che  scriveva e viveva una “poesia di lotta”.

Nel 1989 anche a me capitò di incontrarlo, nell’aula studenti dell’Università di Lecce. Aveva con sé il suo “Quotidiano dei poeti” uscito a marzo di quell’anno. Mi chiese se sapevo cosa fosse la poesia, e io “studente spaesato” non seppi rispondere. Balbettai qualcosa, lui sorrise, mi parlò per una buona mezz’ora, dei suoi progetti, della sua ricerca poetica incessante, prendemmo un caffè, poi scappò via. Quella volta i suoi “fogli di poesia” non li vendette per poche lire, quella volta, a me, li volle donare.

Luigi Tarantino De Rinaldis

Opere principali di Antonio Verri (nuove edizioni):

Il pane sotto la neve (per Otranto, per occasioni).. più altro pane, Calimera, Kurumuny, 2004.

Il fabbricante di armonia Antonio Galateo, Calimera, Kurumuny, 2004

La Betissa. Storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora, Calimera, Kurumuny, 2005

Il naviglio innocente, Maglie, Erreci, 1990.

Bucherer l’orologiaio, Matino. BPP, 1995.

Opere recenti su Antonio Verri:

  1. Giorgino, Antonio L. Verri il mondo dentro un libro, Copertino, Lupo editore
  2. R.Astremo, Con gli occhi al cielo aspetto la neve, Antonio Verri la vita e le opere, S.Cesario, Manni

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...