CLINT EASTWOOD: SULLY

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C’è l’ombra di Frank Capra dietro Sully, l’ultimo, grande film di Clint Eastwood. Nel dire questo forse siamo un po’ condizionati dalla presenza di Tom Hanks, vero e proprio James Stewart contemporaneo, talmente coerente nella scelta dei ruoli da sembrare quasi un coautore dei film cui prende parte. In ogni caso il fantasma del regista italoamericano non può non essere evocato da questa lotta tra il singolo e l’istituzione.

Ispirata a un fatto realmente avvenuto, la pellicola racconta di come, con un ardito ammaraggio sul fiume Hudson, il pilota Chesley “Sully” Sullenberger riesca a portare in salvo l’intero equipaggio del suo volo di linea. Viene da subito acclamato come un eroe ma il processo che si apre con conseguenti simulazioni elettroniche dell’incidente mette seriamente in discussione il suo operato.

Compresso in 96, essenziali, perfetti minuti (cosa insolita per l’ultimo Eastwood che quasi sempre sfora le due ore), Sully si concentra sul pugno di giorni tra l’incidente aereo e la sua risoluzione.

Tutto corre veloce. Il pilota non riesce nemmeno a tornare a casa dalla sua famiglia e il film è costellato dalle sue conversazioni telefoniche con la moglie (la puntualissima Laura Linney, già con Eastwood per l’oscuro capolavoro Mystic river). Le lunghe sessioni di corsa in una freddissima New York, (sottoesposta dalla luce del bravissimo Tom Stern, fedele e inventivo operatore eastwoodiano da Debito di sangue in poi), sono le parentesi di solitudine che separano il protagonista dagli incontri con i periti della compagnia aerea e dai dialoghi col suo secondo pilota interpretato da un funzionale Aaron Eckhart.

Indipendentemente dai risultati raggiunti, è sempre sorprendente constatare come Eastwood arrivi a declinare i generi che affronta seconda la sua cifra, inserendo continuamente elementi di novità. I suoi ultimi due film, Jersey boys e American sniper sono stati criticati non di rado con argomenti risibili. Se Jersey boys era stato bollato molto in fretta come film minore, involontaria parodia scorsesiana, American sniper era passato con toni di sorpreso rimprovero per il film di un acefalo guerrafondaio, il che fa anche sorridere, visto che Eastwood non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche. Eppure American sniper, sicuramente non permeato di spirito liberal, procedeva perlomeno con smaccata onestà, componeva inquadrature rivelatrici e molto poco innocenti (soldatini accanto alle armi da fuoco in casa del protagonista bambino) e chiudeva con una delle più belle battaglie viste ultimamente, quella “nascosta” dalla tempesta di sabbia, che riusciva a essere non solo una grande scena d’azione ma anche un manifesto teorico sulla guerra e la folle casualità delle sue morti, sul bisogno di sangue come cecità fisica e mentale. In questo senso bisognerebbe anche dire qualcosa sulla percezione di Eastwood come autore, nell’accezione europea del termine, ritornello critico da appaiare alla sua statura di regista classico almeno dai tempi di Bird (altro capolavoro, come sappiamo). Eastwood è regista ben poco ideologico. Se confrontiamo la visione del mondo espressa dal protagonista de I ponti di Madison County (interpretato, tra l’altro, dallo stesso regista) con il protagonista di American sniper o, che so, di Gunny, è abbastanza ovvio che ci troviamo davanti a due atteggiamenti esistenziali profondamente diversi se non diametralmente opposti. La sua ideologia è semmai da rintracciare nella precisione dello stile, in quell’atteggiamento che gli fa affrontare un progetto laddove ravvisa un motivo d’interesse esistenziale prima che politico, il che spiega una filmografia compattissima ma attraversata da larghe zone di inquietudine e di ricerca. Lo testimoniano grandi film imperfetti come Mezzanotte nel giardino del bene e del male o lo splendido Lettere da Iwo Jima che puntava i riflettori sulle ragioni dell’esercito giapponese, quindi il nemico,  opera – controcampo del meno riuscito Flags of our fathers.

Tornando a Sully: uno dei principali punti di forza della pellicola sta nella bella sceneggiatura di Todd Komarnicki, abilissima nel gestire i piani temporali e perfettamente complice dell’ispirazione eastwoodiana. Attraverso un uso piano del montaggio ma dalla progressione inesorabile, il regista americano ci fa viaggiare avanti e indietro nella vita del protagonista, ritratto giovanissimo durante le prime esperienze di volo, e poi, in un alternarsi virtuosistico di punti di vista, durante le fasi del disastro, in due macrosequenze esemplari per tensione e nitore di racconto.

Quello che apparentemente  ci viene presentato come un film catastrofico viene gestito da Eastwood come un racconto intimista, dal taglio quasi carveriano. Ho sempre pensato che una delle cose che Clint sa fare meglio sia filmare le persone sole in camera da letto. È il luogo in cui il Walt Kowalski di Gran Torino realizza l’ineluttabilità della sua malattia, in cui l’allenatore di Million Dollar Baby si raccoglie per pregare,  in cui l’operaio – sensitivo di Hereafter incontra chi ha bisogno di lui e in cui un giovane J. Edgar viene ai ferri corti con la propria sessualità negata. E potrei andare avanti a lungo. Tom Hanks è magnifico nel tratteggiare questi attimi di autenticità. Basta la postura del suo corpo, un lieve ingobbirsi della schiena o la piega mesta delle labbra per farci avvertire tutto il peso di una decisione, 208 secondi, come sottolinea in un dialogo, che si trascinano dietro tutto il resto della sua esistenza, e noi quell’esistenza ce la troviamo squadernata davanti agli occhi, nella camera da letto di un albergo, davanti a un uomo di mezza età aggrappato al telefono e alla voce di sua moglie.

Ancora una volta il cinema di Clint Eastwood si conferma orgogliosamente antropocentrico: da una parte gli errori, le intuizioni, il fattore umano, in poche parole gli uomini e l’elogio del loro lavoro, dall’altro la burocrazia e le commissioni di controllo, la tecnologia e la macchina istituzionale.

C’è un film, uscito in questi mesi, che ha molto in comune con Sully, ed è Io, Daniel Blake. Magari Eastwood e Loach nemmeno si conoscono o magari si conoscono e non si piacciono, ma è incredibile come la risposta che danno ai problemi si assomigli: fiducia nell’uomo, nonostante tutto.

Fabio Orrico

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