Lettera per un No al Presidente Renzi

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Egregio Presidente,

domenica 4 Dicembre gli italiani saranno chiamati alle urne per confermare o respingere la riforma costituzionale da lei fortemente voluta.

Lei sta inviando, a ridosso del voto, una lettera a tutti gli italiani. Mi permetta di rivolgerle, in risposta, alcune considerazioni.

Io sono un semplice cittadino e se scendo in strada o mi affaccio, ora, dalla finestra del quinto piano vedo i miei simili affaticarsi nella vita di tutti i giorni. Mi pongo domande ingenue. Cosa è per noi la politica? Cosa è diventata, per me?

Mi chiedo se verrà il momento in cui gli italiani, guardandosi allo specchio, potranno dire: stiamo meglio di un anno fa. Viviamo nel paradigma dell’indifferenza, soffriamo la mancanza di prospettive. Tutto scorre, ma verso dove? Qual è la sua idea complessiva di Italia, per i prossimi anni? Come affronterà le grandi questioni? Con la sua retorica stantia martella gli italiani giorno dopo giorno per un SI, ma finora dai suoi atti e dalle sue parole non è emerso lo spessore culturale necessario per essere all’altezza delle terribili sfide che ci aspettano. Nonostante questo, o meglio, proprio per questo, si è apparecchiato una riforma costituzionale che le assegna più potere. A lei e a coloro che verranno dopo di lei.

Lo ammetto, più passa il tempo più avverto fastidio nel seguire i dibattiti politici, ascolto i primi scambi di battute ed è come se venissi trascinato in un vortice grigio tra persone ancora più grigie. Fantasmi, ombre. Se la politica è ridotta a pura gestione tecnica dell’esistente non è solo per colpa sua, ma lei rappresenta, anche simbolicamente, il punto terminale di un percorso che ha scarnificato la sinistra riducendola a mero esercizio logorroico finalizzato alla gestione del potere per il potere, all’amministrazione per l’amministrazione.

Lei non è solo il Presidente del Consiglio, è anche il segretario nazionale del Partito Democratico. Il suo partito amministra la maggior parte delle Regioni e dei Comuni italiani, eppure la riforma costituzionale ha caratteri punitivi nei confronti delle autonomie locali. Perché ha voluto inserire la clausola di supremazia che attribuisce al Governo (non al Parlamento!) l’ultima parola su questioni di interesse nazionale? Perché il ritorno al centralismo, quando fu il centrosinistra ad insistere per il federalismo in Costituzione quindici anni fa? A me sembra, Presidente, che il rapporto tra centro e periferia sia problematico perché in tutti questi anni non siete stati in grado (nessuno!) di costruire una vera classe dirigente sui territori.

Mi perdonerà Presidente, ma proprio l’assenza di una moderna classe dirigente, nonché di chiare modalità di selezione della stessa (una volta appurato che le primarie aperte non servono a questo), mi fa pensare che la clausola di supremazia, il voto a data certa, il venir meno del contrappeso del Senato siano tutte svolte pericolose che sarebbe meglio evitare. Una legge più veloce non è necessariamente una legge migliore. L’opposizione di una Regione o di un Comune ad un’opera pubblica non è sempre frutto del pregiudizio “nimby”. In ogni caso, qui si rinuncia per principio allo strumento della dialettica a favore, temo, dei poteri forti transnazionali. Vi credete un’élite in grado di orientare i processi politici ed economici forzando la mano alla complessità?

E’ il successo di questa logica a decretare il trionfo del populismo in ogni parte del mondo. Populismo che accarezza anche lei, Presidente, quando cerca di vendere il suo prodotto alle masse, utilizzando un linguaggio artatamente semplificato, l’unico che lei conosca. L’impoverimento della lingua conduce a disastri, la banalizzazione in politica decreta il successo di chi osa urlare di più. Più si alza la posta, più si abbassa la democrazia.

E’ come se lei, Presidente, si sentisse il depositario di una superiore verità e di una missione che nessuno le ha esplicitamente conferito, a meno di confondere un’investitura a segretario con quella a Presidente del Consiglio. Le riforme sono un fatto laico, ma in lei tutto è trasfigurato in un’esigenza quasi religiosa per la quale è pronto a utilizzare ogni mezzo. La campagna referendaria è stata caratterizzata da toni aspri e spesso volgari in entrambi gli schieramenti. Gli argomenti a sostegno del SI mi hanno colpito per quel tipico senso di superiorità e supponenza che spesso trapelava, e  che ha fatto molto male negli anni passati alla sinistra italiana. Gli elettori sono tutti uguali? O alcuni sono meno uguali degli altri? Chi vota NO è un untermensch, un sottosviluppato non in grado di cogliere il tempo storico che il PD renziano incarnerebbe?  Lei ha definito il fronte del NO “un’accozzaglia”. Sarebbe interessante sapere perché la destra è buona quando le consegna voti e non è buona quando la contrasta, forse perché in lei soffia lo Spirito del Mondo che purifica le scorie e volge tutto al meglio?

Lei ribatterà: grazie a me ed al PD abbiamo un Senato finalmente regionale. Ora, non è affatto chiaro come avverranno le elezioni per il nuovo ramo del Parlamento, l’unica cosa certa è che saremo costretti ad avere, come nostri rappresentanti, uomini e donne già eletti per fare altro, consiglieri regionali o sindaci. Mi chiedo, sempre ingenuamente, dove troveranno il tempo di occuparsi di tutto, mi chiedo perché un consigliere regionale in caso di decadenza della propria Giunta debba rinunciare anche all’incarico di senatore, soprattutto mi chiedo perché io, cittadino, non possa votare liberamente il mio rappresentante in Parlamento, a fronte di una riduzione dei costi certo non decisiva per risolvere i nostri problemi di deficit pubblico. Le molte materie, quasi venti, lasciate come competenze sia alla Camera che al Senato dimostrano che questa Riforma è contraddittoria: da una parte toglie i contrappesi, dall’altra li mantiene, non scongiurando il rischio di paralisi istituzionale. Come hanno scritto autorevoli costituzionalisti, le democrazie complesse comportano un intreccio legislativo che con molta difficoltà riesce a dipanare le materie l’una dall’altra, lo sforzo analitico è improbo e rischieremmo di chiamare in causa, ripetutamente, la Corte Costituzionale affinchè dirima le attribuzioni. Se oggi al governo centrale c’è il PD, domani chissà… e vale la stessa cosa per le regioni che andranno a disegnare un Senato-Arlecchino: il fatto che le maggioranze combacino è una mera probabilità degna di un lancio di dadi.

L’argomento della velocizzazione, Presidente, è reale, ma a patto che non si confonda l’efficienza, che è un principio, con l’efficientismo, che è un tranello. Le leggi ed i regolamenti sono scritti in modo pessimo, quando non in modo volutamente ambiguo. La conoscenza di base del diritto dovrebbe essere un presupposto essenziale per chi legifera. La burocrazia paralizza, ma un buon punto di partenza, anziché centralizzare, sarebbe la depoliticizzazione, anzi, departitizzazione della Pubblica Amministrazione. Favorisca, Presidente, l’ingresso di forze fresce negli uffici, nei ruoli di funzionari e dirigenti, attraverso l’unico strumento che la Costituzione prevede, ovvero il concorso pubblico. Combatta la pratica del doppio canale d’ingresso creato ad hoc per consentire stabilizzazioni selvagge che vanno a premiare i miracolati della politica e tarpano le ali a chi ha superato un concorso pubblico studiando. Si emancipi sul serio dalle istanze corporativistiche dei sindacati. Se vuole esemplificazioni di quanto affermo, venga a vedere cosa sta accadendo qui dove vivo, nella Regione Puglia.

Se ha coraggio, lo dimostri. Rompa il legame patologico tra politica e consorterie locali. Tolga alla politica la possibilità di infiltrarsi ovunque, nelle ASL, nei provveditorati, nelle università, nei centri di ricerca, negli ordini professionali, prassi consolidata e finalizzata all’occupazione manu militari delle piante organiche. Sono umili suggerimenti, Presidente, che non necessitano di una riforma costituzionale, ma di una rivoluzione politica che può nascere soltanto dai partiti, da una nuova cultura che, a mio giudizio, finora nessuno sta mettendo in pratica, nemmeno i Suoi avversari pentastellati.

E per quanto riguarda il risparmio sui costi, mi preme dirle che se i politici, di ogni livello, lavorassero per il bene comune, io sarei ben contento di contribuire in tasse al loro stipendio. Ma se dai ranghi dei partiti emergono piccoli e medi faccendieri che infettano i gangli delle istituzioni, come se ne trovano in ogni angolo d’Italia, allora una riforma come quella che lei ci propone può solo peggiorare le cose. Mi pare giusto ricordarle che perfino il CNEL, ente da tutti ritenuto superfluo, è stato ridotto a cimitero di elefanti dalla cattiva coscienza dei partiti.

Presidente, lei chiama il popolo ad esprimersi con un SI o con un NO, ma la democrazia non è mai un sistema binario. La partecipazione dei ceti popolari e della società civile a questa campagna referendaria è stata scarsa, se non nulla. Mi duole dirle che i partiti sono alberi morti. I pochi luoghi di confronto rimasti sono ridotti a vuote confraternite dove ognuno conosce in anticipo le parole dell’altro, mentre le istituzioni scadono ad anticamera di chi amministra clientele. Con l’approssimarsi del voto, lei si è prodigato in una campagna acquisti ed ha messo sul piatto risorse per categorie finora da lei neglette. Intanto proprio i giovani non la seguono, sebbene lei sia il più giovane Presidente della storia repubblicana e ci metta impegno nell’affinare le tecniche di marketing e di comunicazione.

Mi sarebbe piaciuto ascoltare, Presidente, una sua risposta decisa a quanto dichiarato da uomini politici stranieri, giornali economici foraggiati dalla grande finanza, istituzioni internazionali che hanno evocato l’incombere della tragedia in caso di vittoria del NO. Avrei voluto sentire, da lei, una difesa dell’Italia. Perché una potenza industriale non può crollare per un referendum, e questo lei lo sa, Presidente. Lei, che dice di amare l’Italia, avrebbe dovuto difendere ed esaltare il nostro diritto all’autodeterminazione, che poggia su un passato di libertà conquistate col sangue. Non vi sarà alcuna invasione di cavallette, Presidente. O con lei o senza di lei, l’Italia vivrà. Andremo avanti, con la consapevolezza che questo Paese, come ha superato fasi ancor più tragiche e dolorose, attraverserà anche il renzismo, o il post-renzismo, o il grillismo e tutto ciò che verrà. La Storia è più astuta perfino di lei, Presidente.

Valga sempre la lezione di un suo illustre concittadino, che scriveva è natura degli uomini accrescere sempre el male. A questa classe politica cinica e incolore che coltiva menzogne non mi sento di concedere accresciute facoltà decisionali.

Per tutte queste ragioni, e per altre che qui non ho potuto trattare, io il 4 dicembre voterò NO.

Alessandro Vergari

(in copertina foto di Luigi Ghirri)

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