La volontà di potenza della parola

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“La poesia non è descrizione ma invenzione”. Con queste parole Nicola Vacca, premio Camaiore 2016, in una piovosa giornata d’ottobre padovana ha abbozzato una definizione di poesia. Si era in una libreria Feltrinelli assieme ad Anna Vallerugo e pochi altri sopraggiunti ad ascoltare la presentazione di Vite colme di versi di Nicola (Galaad Edizioni, 2016). Ed è stato lo stesso critico e poeta ad aggiustare poi il tiro integrando con la poesia va di pari passo con la vita, non si può distinguere dalla vita, è testimonianza dell’uomo.

La poesia come testimonianza ed invenzione è in qualche modo anche il miglior modo di introdurre e spiegare i versi dell’opera d’esordio di Claudia Di Palma (la quale era presente alla succitata presentazione). Un verso misurato, centellinato nella pagina tanto da non apparire mai eccessivo, che sgorga da un particolarissimo tipo di accoglienza quale è la resa. Il primo verso di Altissima miseria recita infatti, quasi come in una preghiera, Ti offro la mia bandiera bianca introducendo un teatro esistenziale dove la cura è possibile ma spietata. Una testimonianza della vita vissuta che diviene parola nel momento in cui la vita stessa viene rivisitata, ripresa fra le mani.

Madre, disangolata figura, oppure Sono incinta dell’evento forniscono immediatamente e continuamente al lettore il contesto in cui ci si trova. Un contesto analizzato senza pietà, con l’acutezza crudele di chi sa che tutto ciò che si può rompere deve essere rotto, tutto ciò che si può dissacrare deve essere dissacrato perchè solo così si può auspicare di trovare l’essenziale, il residuo che dichiara la verità o la necessità del mondo. Un mondo che è sacro pur con diversi significati. Non a caso il titolo della prima sezione, Oh Maria, oh Moria, traccia una linea immaginaria tra la Vergine Maria e la Moria di Erasmo da Rotterdam. Ovviamente non due opposti ma due punti tra i quali ci si trova ad esistere alla soglia tra la luce / e la tua materia umana. In questo il reiterato concetto di disfacimento si lega al succitato concetto di resa nell’ipotesi, sofferta, di un amore: Tutta dentro una parola è la resa, / la sconfitta. La parolina amore / cela tenera il massacro. Un massacro che però non appare negativo: Intanto marciamo / di un bellissimo marcire. Un massacro  che non di rado affronta il tema della fertilità e quindi della maternità sublimandosi nella prospettiva mariana del titolo: Mi resti dentro come un segreto. / Un tonfo che diventa preghiera.

 L’idea che la verità essenziale delle cose si trovi nel rovesciamento continua nella seconda sezione, Esilio promesso, che attinge nuovamente alla materia biblica tendendo però la linea da una terra promessa a un esilio che diviene oggetto della promessa stessa. Qui leggiamo versi che trovano una soluzione nell’insolvibile senza però negare il dolore di un difficile accoglimento. Rendimi piccola / superficie che quasi scompare / nell’orrore di ogni sentimento. Il dolore d’essere in questo mondo scarnificato, ribaltato eppure vero diviene in Claudia Di Palma talmente profondo da esprimere il bisogno di proiettarlo perfino verso Dio, ombra assente di una ricerca che prescinde da Dio stesso ma inevitabilmente se ne nutre: Scrivo come se facesse tanto freddo / nel campo dove sono esiliata, confinata – / pago tutto con la sola pelle / ma posso solo immaginare, / male immaginare il dolore di Dio. Segue la brevissima sezione Domande non corrisposte dove il mondo diventa un codice fiscale, il tu un rovesciare le tasche / per far cadere tutti gli alfabeti, / perché ogni lettera sia un frutto, / ogni parola abbia il suo tempo di / maturazione, e diventi marcia. Un marcire che, come prima, non è sinonimo di conclusione ma di un difficile inizio, di trasformazione: Poi ritorna, ritorna come fosse nuovo, / l’alfabeto alla fine del canto.

 Segue la sezione ultima che dà titolo all’intera raccolta: Altissima miseria. Il rovesciamento dei concetti continua in maniera sempre più profonda e continua il dissacramento di tutto ciò che può essere dissacrato: La miseria creatrice di moltitudini, / di grandezze. La miseria del Paradiso. / La miseria creatrice dell’universo. / Misero e perso Dio, ti accolgo, / ti restituisco il dono della creazione. Un dissacramento che cerca la vita e se stessi fino a reincontrare circolarmente l’immagine iniziale della bandiera bianca che, se inizialmente era resa, in chiusura diventa un ci dissolveremo in quella grande / bandiera bianca / che spesso chiamiamo luce. Una luce che in qualche modo ricade e ordina anche l’io, la ricerca di una propria esistenza difficile da trovare, relativa (fare fatica / a credere alla mia esistenza) che però in questa sezione si appiana verso un altro aspetto della resa, che è l’accettazione.

In tale aspetto che riguarda più intimamente l’autrice si inserisce un tentativo di autodefinizione che percorre diagonalmente l’intera raccolta. Una sorta di binario non principale, parallelo, sotterraneo ma fondamentale. Da il margine è la mia casa a rendimi nuda periferia a una carezza abiterebbe il confine Claudia Di Palma misura la distanza tra il proprio essere corpo che vive e tutto ciò che è il mondo e tutto ciò che il mondo comporta, anche qualora questo sia paura. Una paura da affrontare predisponendosi e ordinandosi con cura quasi intendendo il se stessi come un oggetto che ha bordi, confini, periferie. Capace di ciò che è oltre la tua paura e nonostante l’inevitabile divisione capace anche di fare comunione: Ricordi quel sorriso, / quel suo renderci cosa comune / disorientando la solitudine / dei volti, quel suo fare comunione. / Non è cosa che si dimentica / l’ostia, il cibo, il nutrimento. / È l’esilio dei volti il sorriso / che non ci appartiene del tutto.

 Altissima miseria è un libro che testimonia una vita inventando un dialogo con l’altro. Un tu mai chiaramente definito o nominato e che a volte pare identificarsi con la parola stessa. Un tu che però testimonia anche il rovesciamento dei concetti, l’ossessione/rassicurazione della dissoluzione, il massacro dell’amore, il corpo. Un tu che pare essere il minimo comun denominatore di tutta una serie di personaggi diversi tra di loro ma accomunati da una medesima identità di fondo che permette il dialogo ininterrotto. Infine un tu che, al lettore attento, non può non far venire il dubbio che sia Dio stesso.

Alessandro Canzian

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