GEORGE A. ROMERO

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Il 5 novembre scorso è stato presentato al MoMA di New York la versione restaurata de La notte dei morti viventi, l’esordio di George A. Romero. Suona un po’ come la canonizzazione definitiva, l’ingresso nel salotto buono della cultura di uno dei cineasti più rivoluzionari della storia del cinema.

La notte dei morti viventi usciva nel 1968 in un’America attraversata dai venti di guerra del Vietnam e dall’esplosione del movement. Il cinema statunitense stava vivendo il crollo dello Studio system e una nuova generazione di cineasti aveva cominciato a premere alle porte di Hollywood, cominciando a dialogare con un pubblico che, in modo sempre più urgente, reclamava un nuovo realismo.

In questo scenario, prendendo le mosse dai fumetti della EC Comics e dal Richard Matheson di Io sono leggenda, Romero confeziona un horror che unisce serie B e modi da nouvelle vague. Niente di programmatico: come spesso succede è la mancanza di soldi ad acuire l’ingegno e a portare naturalmente verso certe soluzioni (macchina a mano, fotografia sgranata da reportage di guerra, attori sconosciuti). In ogni caso La notte dei morti viventi ridisegna il cinema horror americano esplicitandone la natura intimamente politica. Più vicino a Uccelli di Hitchcock che alle coeve produzioni di Roger Corman, la pellicola pone in evidenza un primo dato piuttosto clamoroso per l’epoca: l’eroe della vicenda è un nero (e a quest’impostazione Romero resterà fedele anche col seguito della sua saga, il non meno bello Zombi, scritto a quattro mani col nostro Dario Argento), tra i personaggi in campo il  più lucido e risoluto, nonché il più generoso e, in un beffardo finale, vittima delle forze dell’ordine intervenute come la cavalleria nei film western. Lo sceriffo che gli spara, scorgendolo dietro una finestra e scambiandolo per un morto vivente, ripete col travestimento del genere horror una situazione tristemente diffusa nelle cronache USA, tuttora terribilmente frequente per le strade delle metropoli statunitensi.

Per il pubblico dei Drive in, abituato ai raffinati e tragici mostri della Universal, malinconici galantuomini europei come Dracula o creature che lottano caparbiamente per un barlume di umanità come il mostro di Frankenstein, dovette essere abbastanza destabilizzante vedere sullo schermo esseri mossi dal puro istinto, dalla fame, ex uomini senza nessuna ideologia che, a contatto con i personaggi del film, esercitano solo una acefala e sbilenca progressione sulle proprie gambe per azzannarli e sbranarli. Romero per la prima volta spoglia l’horror da qualsiasi glamour artificiale (e non fa eccezione Herschell Gordon Lewis, inventore dello splatter qualche anno prima ma più incline alla parodia e privo del sostrato ideologico del collega newyorkese) e azzecca la metafora dell’uomo – massa, tanto più inquietante per la sua assoluta assenza di raziocinio e volontà.

La notte dei morti viventi è una piccola e furibonda Iliade, racconto archetipico costruito sul tema dell’assedio, come un decennio prima lo fu il grande western di Howard Hawks Un dollaro d’onore e rappresenta il tassello decisivo per raccontare una Birth of a nation al contrario. Film dopo film delle sue due trilogie dedicate ai morti viventi, Romero decostruisce la nazione America fino a ricondurla alla ferinità primigenia. Non sarà un caso se l’ultimo film, il sottovalutato Survival of dead sia un criptoremake di Il grande paese di William Wyler, ancora un western insomma, a evidenziare quanto spesso nel cinema statunitense sia sempre un racconto della frontiera a mettere in scena contraddizioni e bassezze. La forma privilegiata delle storie romeriane è, allora come oggi, una colonizzazione al contrario, compiuta da agenti patogeni a detrimento delle precarie forme di potere secolarizzate. Vale per i suoi zombi movie ma anche per il resto della sua produzione, come nel magnifico La città verrà distrutta all’alba dove il popolo americano in preda a un’epidemia di rabbia fa deflagrare le strutture della società e, dietro le quinte, colpevole più o meno consapevole, c’è sempre l’istutuzione, di volta in volta militare o politica. Per tutta la sua carriera Romero ha sempre portato avanti questo discorso con ammirevole coerenza, sempre a latere delle grandi case di produzione, lavorando con budget modesti e forse proprio per questo relativamente lasciato in pace. Solo relativamente però perché uno dei suoi film più belli, il thriller Monkey shines, congegno narrativo dalle ascendenze hitchcockiane, viene chiuso da un happy end posticcio e abbastanza ridicolo proprio a causa di ingerenze produttive.

Ma, limitandoci alle due trilogie zombesche, vediamo come il sasso gettato da La notte dei morti viventi abbia allargato i propri cerchi nello stagno del cinema di genere e non solo. Il già citato Zombi inizia in medias res in uno studio televisivo. L’apocalisse è in atto. Qualcuno cerca di informare i telespettatori che è arrivata la fine del mondo, mentre metà dei tecnici dello studio sono già in fuga. Poi assistiamo alla cruenta evacuazione di un quartiere di latinos ad opera di una squadra di teste di cuoio. Ancora il potere poliziesco che annichilisce i poveri, molti dei quali peraltro già contagiati dal terribile morbo e trasformati in zombi. Ormai ogni differenza di schieramento è caduta. Il confine che ci separa dal nemico, sembra dirci il regista, è labilissimo ed è un confine presidiato da qualcosa di estremamente precario: il corpo e le sue ormai inservibili difese immunitarie. I pochi sopravvissuti si rifugiano in un centro commerciale e ancora si ripete la figura retorica dell’assedio con centinaia di zombi, che, in un’ironica e terribile coazione a ripetere, premono alle porte di quello che fino a poco tempo prima era il tempio del benessere. La metafora è più che semplice: è elementare; e proprio per questo potentissima e pregnante. Ma il genio iconoclasta di Romero non si ferma qui: nei seguenti Il giorno degli zombi e La terra dei morti viventi, gli unici labili indizi di compassione sembrano essere esercitati proprio dai mostri, gli stessi zombi che, da inarrestabile e demente forza distruttrice, assumono sempre più la fisionomia dell’outsider da respingere per preservare il benessere dei più fortunati. Nel penultimo film della serie Diary of dead, Romero fa ricorso al POV, cioè quel sottogenere secondo il quale il film che stiamo vedendo è filmato da un amatore con videocamera non necessariamente professionale o non di rado con mezzi di fortuna (la serie Paranormal activity per intenderci). Sorvolando sul fatto che la quasi totalità dei film appartenenti a questo sottogenere siano delle emerite sciocchezze (le eccezioni si contano sulle dita di una mano), è evidente che, gestito da un vero regista come Romero, il meccanismo funzioni alla grande. Sostenuto da un’autentica e articolata idea di suspense Diary of dead ci mostra in diretta le prime fasi del contagio e si concede una satira fulminante sull’invadenza dei mezzi di comunicazione.

Proprio in questi giorni in cui lo zombi sembra essere tornato di moda anche se depurato dal sottotesto romeriano, è bene tornare al cinema dell’autore newyorkese e in particolare sarebbe bene lo facessero gli entusiasti del pur godibile The walking dead, che, come praticamente tutto ciò che afferisce al genere zombesco – apocalittico, senza Romero semplicemente non esisterebbe.

Fabio Orrico

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