Se il mondo è tutto ciò che accade

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La vita di Kate è andata in frantumi, un fatto irrimediabile l’ha travolta, scompaginando le sue coordinate esistenziali. Kate brancola in un deserto pieno di niente. Kate disegna mille incastri, tentando di recuperare la grammatica di un mondo lontano e indifferente. La ricostruzione si perde tra i sentieri della follia, i frammenti si ricompongono in costellazioni sempre nuove e sconosciute. Ogni tentativo sconfessa il precedente, la singolarità dell’alba di oggi necessita di una veste grammaticale inedita rispetto all’alba di ieri. Kate annoda il linguaggio alla realtà per resistere all’avanzata del silenzio, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. Kate si riflette in tutti i pezzi di uno specchio infranto, ed in nessuno. Gli altri sono morti, sono assenti, l’umanità intera è letteralmente sparita e della civiltà restano solo macerie, disseminate ovunque come parole scritte a caso su un foglio bianco. La sua mente resta vigile e presente, ultima compagna di viaggio dentro il corpo di infinite matrioske. Ne risulta una sfida di comprensione, anche per il lettore che cerca di seguire il filo di una narrazione impossibile.

David Markson, scrittore americano finora inedito in Italia, scrive L’amante di Wittgenstein – che da ora in poi indicherò per ragioni di brevità con l’acronimo LADW -, negli anni Ottanta. Allora sessantenne, il manoscritto gli viene rifiutato più volte dalle case editrici. Destino strano, quello di Markson. Nel 1965 pubblica un racconto, The Ballad of Dingus Magee, che non sfugge all’attenzione di Hollywood, tanto da farne un film con Frank Sinatra protagonista e George Kennedy nella parte dello sceriffo (titolo italiano Dingus, quello sporco individuo). Tuttavia, sarà solo con questo intricato romanzo post-moderno (torneremo su questa definizione), datato 1988, che lo scrittore di Albany, New York, raggiungerà lo status di autore di culto, dopo l’umiliazione di quarantaquattro porte sbattute in faccia dagli editori. Un plauso va alle edizioni Clichy, per aver avuto la lungimiranza, ed il coraggio, di presentarci l’opera in italiano. Una nota di merito va anche alla traduttrice Sara Reggiani, per il suo lavoro che non deve essere stato, come si può immaginare già da queste premesse, dei più agevoli.

Non è semplice scrivere una recensione de LADW, sia per la polverizzazione della materia testuale,  che si incastra comunque in un’architettura narrativa rigorosa (Ragionamento sui limiti della scrittura? Ripresa dello stream-of-consciousness joyceano in salsa logico-formale?), sia per la difficoltà estrema di voler definire o catalogare il prodotto letterario di Markson (Diario? Monologo? Romanzo filosofico? Narrazione sperimentale?) A ciò si aggiunge il necessario confronto con un acutissimo saggio del rimpianto David Foster Wallace, allora ventiquattrenne, dedicato interamente a LADW e pubblicato in appendice con il titolo La pienezza vuota (con la traduzione di Martina Testa). L’autore di Infinite Jest ama il libro di Markson per la sua arditezza e originalità, fino a farlo comparire nella personale classifica dei “cinque romanzi statunitensi estremamenti sottovalutati”. Vale la pena citare l’incipit del saggio di Foster Wallace: ci sono romanzi che non solo reclamano a gran voce le interpretazioni critiche, ma cercano proprio di indirizzarle. Un primo approccio a LADW può essere intrapreso su questo crinale scivoloso, quello dei fatti e delle interpretazioni.

In questo romanzo i fatti sfuggono alla logica (e viceversa). La trama è fratturata, non capiamo il prima e il dopo degli eventi, tutto è contraddetto dalla testimonianza disperata, e a tratti involontariamente ironica, di Kate. La protagonista, ricordiamolo, è sola al mondo, di più, isolata. Il suo linguaggio è assolutamente privato, il che significa, nel vero senso della parola, escluso dalla possibilità di un riconoscimento altrui. Logica e linguaggio sono sottoposti, riga dopo riga, ad uno sforzo immane di reciproco avvicinamento. Si direbbe che i fatti sfuggano come granelli di sabbia tra le dita. Sembra fin da subito una sfida filosofica, o per meglio dire una sfida alla filosofia, se pensiamo alla presenza, nel titolo stesso, del nome del grandissimo Ludwig Wittgenstein. Non è tipico di Wittgenstein privilegiare un’ontologia di fatti? Non è lui che ha aperto la strada alla ricognizione puntualmente analitica della realtà? Genio assoluto del Novecento, il suo Tractatus Logico-Philosophicus del 1922 – da qui in avanti TLP –, è lo scritto che, al pari forse solo di Essere e Tempo di Martin Heidegger, ha spaccato in due la storia della filosofia e la filosofia stessa intesa come attitudine critica di pensiero, metodo e ricerca della verità.

TLP 1: Il mondo è tutto ciò che accade.

TLP 1.1: Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.

L’ontologia nel TLP, breve sintesi.

I fatti complessi si scompongono in fatti semplici, che a loro volta sono definiti come il sussistere di stati di cose. E uno stato di cose è a sua volta un nesso di oggetti. Se prendiamo due mondi, che chiameremo M1 e M2, avremo, secondo Wittgenstein, gli stessi oggetti (sostanza del mondo) per entrambi i mondi, ma non necessariamente gli stessi nessi, ovvero, in altri termini, sperimenteremo stati di cose differenti a seconda del mondo in cui siamo. Gli stati di cose sussistono o non sussistono, mentre per gli oggetti tale dicotomia non si può nemmeno porre. Più stati di cose, infine, compongono una situazione: se questa sussiste, la definiremo fatto complesso. La combinatoria degli oggetti, alias stati di cose (che devono essere rigorosamente indipendenti l’uno dall’altro!), caratterizza i mondi possibili: M1 ed M2 si possono distinguere per la presenza di uno stato di cose nel primo e per l’assenza dello stesso nel secondo. E così avanti fino a che le possibilità combinatorie sono esaurite. Il cerchio ontologico è chiuso.

Ora, l’aspetto sconvolgente del romanzo di Markson è la libertà quasi anarchica che si può verificare nel cimento della lettura. Ovviamente apriamo il libro dalla prima pagina, ma potremmo partire, ragionando per assurdo, da qualsiasi punto senza perdere di vista il senso complessivo della narrazione. Ci imbattiamo continuamente nei topoi della storia di Kate (l’incidente automobilistico a Savona, l’incendio della casa sulla spiaggia, il quadro appeso al muro, le peregrinazioni nei musei, le ricorrenti incursioni nell’arte contemporanea o nella letteratura greca…), oggetti narrativi riconducibili ai fatti semplici nell’accezione del filosofo austriaco, affioramenti che trapuntano lo stato di coscienza della protagonista. Kate preda di un turbinio mentale incontrollabile, vanifica la realtà, stati di cose sussistono e poi non sussistono più, i medesimi oggetti si ricombinano in nuove configurazioni. La verità che la protagonista si era appena costruita collassa in un’altra. A noi non resta che interpretare intuitivamente l’accaduto e la nostra capacità di comprensione ne esce costantemente triturata. In questo senso, LADW è l’apoteosi del post-moderno. Eppure, e forse è questa la sfumatura più inquietante, avvertiamo che lo stile risponde a regole di analisi formalmente rigorose. Il linguaggio si avventura in spasmodici tentativi di allineare la realtà ad un senso che sia finalmente univoco, come se un architetto provasse a progettare tutto il possibile a partire da elementi discreti, e non si acquietasse mai.

Esperimento. Apriamo il libro a pagina 99 e leggiamo:

Probabilmente ciò a cui pensavo ieri era il piccolo specchio tascabile che c’era accanto al letto di mia madre, sebbene non ricordi di averci pensato.

C’è una distinzione da fare tra questo tipo di depressione e la depressione che generalmente sentivo mentre cercavo, ad ogni modo, trattandosi quest’ultima di un tipo ben più intenso di angoscia.

Per quanto creda di averlo già sottolineato.

Ad ogni modo, un giorno pare che abbia smesso di cercare.

All’incrocio tra via Anna Achmatova  e corso Romanovic Rasnol’nikov, forse.

Dev’essere stato nello stesso momento in cui ho smesso anche di leggere ad alta voce. O, in ogni caso, di strappare le pagine dopo averne letto anche la facciata posteriore  per poterle dare in pasto alle fiamme.

Quello che ho fatto poi, con le pagine della vita di Brahms, è stato gettarle al vento nella speranza che le ceneri prendessero il volo.

 Uno psichiatra diagnosticherebbe un disagio schizofrenico. Un critico letterario non faticherebbe a riscontrare la derivazione da un certo filone letterario, non solo Joyce, ma forse ancor di più Ionesco e Pinter. La narrazione è esplosa nel non-senso. Le parole afferrano una realtà immaginifica, che si invera solo nella mente della protagonista. Al fondo c’è un dolore reale, la morte del figlio, l’evento disgregatore che manda in cortocircuito la percezione consueta delle cose.

TLP 3: L’immagine logica dei fatti è il pensiero.

TLP 4: Il pensiero è l’enunciato munito di senso.

TLP 4.03: L’enunciato è un’immagine logica della realtà.

Il ruolo del linguaggio nel TLP, seconda breve sintesi.

Ludwig Wittgenstein avvia una costruzione parallela di linguaggio e mondo, dove il linguaggio è la totalità degli enunciati. Se il nostro modo di parlare, corrente, è costituito di enunciati complessi, allora dovremmo riportarli uno per uno ai propri costituenti, ovvero gli enunciati semplici o elementari, fino alla semplificazione ultima, i nomi (segni primitivi, atomi del linguaggio). Se noi proferiamo un enunciato complesso descriviamo una situazione affermandone la sussistenza; così, se proferiamo un enunciato semplice stiamo descrivendo una combinazione di oggetti, ovvero uno stato di cose, affermando, anche in questo caso, che esso sussiste. E arriviamo a un bivio importante: cosa è senso per Wittgenstein, e cosa è significato? Quest’ultimo termine è appropriato soltanto per i nomi, che rimandano agli oggetti da essi rappresentati (designazione), mentre il senso è associabile esclusivamente agli enunciati, quindi allo stato di cose, o situazione, rappresentato. Fine della breve e, mi rendo conto, non esaustiva sintesi.

Se l’enunciato è l’immagine logica dei fatti, è raffigurazione della realtà nelle forme di un linguaggio ascetico e inoppugnabile, allora la domanda è: perché il richiamo a Wittgenstein non produce affatto chiarezza nella lettura del racconto? Siamo di fronte ad una provocazione intellettuale? Una negazione, una polemica? Avvertiamo un disagio estetico e cognitivo che  dobbiamo motivare. Come scrive Foster Wallace nel saggio già citato, il libro di Markson è proprio una rappresentazione, a livello immaginario e concreto, di quel cupo mondo matematico che il rivoluzionario Tractatus di Wittgenstein evocava tramite un’argomentazione astratta. Infine lo stesso scrittore di Ithaca pone la questione fondamentale: E se qualcuno dovesse veramente vivere in un mondo fatto a immagine e somiglianza del Tractatus? Il paradosso sembra risiedere nella mancanza di verosimiglianza tra il mondo ritagliato sulle proposizioni geometriche del TLP ed il nostro, che poggia su esperienze quotidiane. A ben vedere, nessuna speculazione filosofica alta ha mai (fortunatamente!) descritto semplicemente la realtà; piuttosto, le migliori hanno evocato radicali alternative a partire dai fondamenti, rimettendo in gioco le nostre convinzioni cognitive, gnoseologiche, ontologiche. Ed etiche. Su questo termine occorre ritornare, perchè indispensabile se vogliamo illuminare e dare consistenza all’intera analisi del romanzo. Markson ama e conosce così profondamente il filosofo austriaco da decretarne il trionfo proprio laddove si cela il punto debole della sua prima produzione. La dimensione etica, appunto.

Ecco il nodo. Se il mondo si divide in fatti ed è tutto ciò che accade, se qualcosa può accadere e non accadere e tutto il resto rimanere uguale (TLP 1.21), il paradiso della logica rischia di trasformarsi in un inferno metafisico (altra intuizione fulminante di Foster Wallace). Fatti discreti, senza alcun legame interno che leghi gli uni agli altri, fatti-monadi chiusi in isole logiche, sono in ultima istanza puri fatti senza etica, privi di quel terreno comune che solo le consuetudini o gli scambi interpersonali possono sedimentare. E’ il richiamo al dominio pubblicamente verificabile del gioco, che il secondo Wittgenstein recupererà nelle Ricerche Filosofiche (RF). Il passaggio, in estrema sintesi, è da una posizione in cui il mondo è preso nel suo dover-essere affinché sia possibile il linguaggio (una radicalità metodologica tutta kantiana), ad una posizione ribaltata in cui è il linguaggio a dover-essere, una volta dato il mondo (con tutte le sue peculiarità e particolarità).

Senza comunità non vi è etica, suggerisce Markson, perché in assenza del prossimo non vi è nessuno con il quale confrontare le proprie scelte. La misura della responsabilità, Max Weber insegna, implica sempre il posizionamento consapevole del singolo rispetto agli altri. La follia di Kate è quindi un esperimento mentale che prova la tenuta della logica pura. Kate può soltanto scrivere parole sulla sabbia, urlare al vento una rabbia repressa e non redimibile, cercando di sublimare il dolore sul dorso di nomi, fatti e definizioni. Kate si sostiene ad appigli mitici, zavorre letterarie, conoscenze (ir)reali, vicende frammentarie. L’estremismo logico-formale la condanna all’ultimo esilio, quello da se stessa. Perché Kate non è più lei (come si dice dei pazzi). Ci troviamo impigliati, nella sua testa, a combattere mulini a vento tra le pieghe di un cartesianesimo rovesciato. Penso, quindi non sono. Solo il siamo può ristabilire una prospettiva condivisa, assegnare colpe, distribuire assoluzioni e condanne, favorire riconciliazioni, legittimare l’identità altrui. Ma per Kate il plurale è un’impresa proibitiva, una risposta perduta e mancata.

Lo stesso Wittgenstein, come è noto, si accorge della falla nel sistema. L’apprendimento del gioco linguistico, nelle RF (ma in nuce già nel Brown Book del 1935), è preliminare alla comprensione delle parole, di conseguenza il significato è ricondotto all’uso, che a sua volta ha senso solo nella cornice di forme di vita, ovvero abitudini, consuetudini, comportamenti pubblici, fino a dichiarare l’impossibilità di un linguaggio privato a vantaggio di una comunicazione secondo regole. All’amante di Wittgenstein manca tutto questo, come a Wittgenstein, con ogni probabilità, è sempre mancata un’amante. Il filosofo austriaco era omosessuale. Allo stesso modo, il gatto che raschia sulla finestra di Kate non è un gatto, ma un pezzo di nastro adesivo mosso dal vento che ricorda il raschiare di un gatto. Per Kate i costrutti linguistici equivalgono alla realtà, pertanto la morte del figlio equivale, sul piano dei fatti, a tutto il resto. Vivendo fino in fondo la radicalità del primo Wittgenstein, Kate prelude alla necessità del secondo. Markson mette in scena l’olocausto logico dei valori, suggerendo in negativo il possibile riscatto.

La combinazione dei termini “amante” e “Wittgenstein”, logicamente equivalenti, in questo stupefacente romanzo è possibile, mentre nella realtà non si ebbe mai. Ma Kate può illudersi di essere l’amante del filosofo. Un’illusione commovente, una narrazione spericolata che alla fine seduce il lettore.

Una volta sognavo la gloria.

In genere, anche allora, ero sola.

Castello, avrebbe indicato un segnale.

Qualcuno vive su questa spiaggia.

 Alessandro Vergari

(L’amante di Wittgenstein, di David Markson (Edizioni Clichy, 2016))

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