TOM FORD: ANIMALI NOTTURNI

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Inizia con alcune donne obese che danzano e che presto si riveleranno per ciò che sono, un’installazione di arte moderna, copia in video di statue di cera accasciate su piedistalli mentre intorno sciama la folla del vernissage. Prosegue con la fine di un amore, quello fra la protagonista Susan  (Amy Adams, sublime: aggiungete a piacere altri sinonimi, li merita tutti) e il suo secondo marito. Poi entra in scena il determinante manoscritto di un romanzo inedito, scritto dal primo marito Edward e con tanto di dedica proprio a Susan sul frontespizio. Lei inizia a leggere il romanzo e qui parte la seconda linea narrativa del film che è il libro stesso. A circa metà film, in barba alle strutture in tre atti insegnate nelle scuola di sceneggiatura, ecco aprirsi una terza traiettoria: quattro flashback, attraverso i quali assistiamo  ai momenti apicali della loro relazione. Questa, in estrema sintesi la sinossi di Animali notturni, il secondo densissimo, complesso e magnifico lungometraggio di Tom Ford che già all’esordio aveva convinto portando sullo schermo un grande romanzo di Christopher Isherwood, Un uomo solo.

Attraversato dalla colonna sonora di Abel Korzeniowski capace di evocare in più punti le grandi partiture hitchcockiane di Bernard Herrmann e scandito da un montaggio slogato e dissonante dovuto a Joan Sobel, bravissima nel tenere insieme i tre piani narrativi della storia, Animali notturni è un melò travestito da thriller, la radiografia impietosa di una vita sentimentale implosa, la descrizione accorata di una, forse due o addirittura tre solitudini. È tutto questo e molte altre cose. È il minuzioso resoconto di come la vita possa logorare gli amori più spontanei e deflagranti, di quanto le distanze e le rinunce   autoimposte finiscano per schiacciarci. È la constatazione desolata di come si scontino le proprie debolezze, di quanto qualunque vita di coppia possa trasformarsi in un’arma puntata di volta in volta contro l’uno o l’altro degli amanti, senza logica e senza riguardo. È tutto questo, dicevo, e molto altro, ripeto. Sentimenti complessi e contraddittori, decisamente scomodi e raccontati in bella forma, con un’idea di stile potente, controllatissima e sottilmente perturbante.

La parte dedicata a Susan e il suo lavoro di gallerista è formalmente precisissima e mette in serie immagini algide e scolpite. È probabilmente il segmento più stilisticamente ardito, con le sue equivalenze tra corpi di donne e la labirintica rete stradale di New York, filmata a volo d’uccello. A un certo punto fa capolino in un cameo Jena Malone in un ruolo che ripete più o meno il suo personaggio di The neon demon ed è in effetti impossibile non pensare al film di Refn, in particolare per la messa in scena cesellatissima. Entrambe le pellicole scandagliano un microcosmo: là era la moda, qui l’arte contemporanea. Ma Refn era completamente dentro il mondo che raccontava, tanto da descriverlo con una connotazione da setta stregonesca (Suspiria veniva citato con grande evidenza nel prefinale) mentre Ford si spinge fuori dal milieu per meglio aderire alla verità dei personaggi e quindi più facilmente metaforizzarli. Quando cominciamo a visualizzare il romanzo di Edward con gli occhi di Susan (particolare non da poco: il titolo del libro è lo stesso del film e “animale notturno” è il soprannome che Edward aveva dato alla moglie negli anni del loro matrimonio) lo scarto di tono è totale e straniante. Eccoci in un panorama western che ci ricorda certe variazione autoriali settantesche del concetto di Homo homini lupus, segnatamente Peckinpah e Boorman e ci chiediamo se Ford non conosca anche il crudele Cani arrabbiati del nostro Mario Bava, la cui demente ferocia dei persecutori è assonante a quella dei tre folli in azione nel film di cui ci stiamo occupando. Una strada, una famiglia che viene insidiata da tre bruti. Civiltà e wilderness. Tutto molto americano. Tutto molto simbolico. Il padre di famiglia che non riesce a proteggere moglie e figlia e si concede una vendetta tardiva e sostanzialmente inutile, aiutato da una figura di aberrante tutore dell’ordine, forse lo psicopompo di un inferno tascabile che ha la presenza scenica rapinosa e disturbante di Michael Shannon. Se prima la macchina da presa di Ford aveva la grazia e la meticolosità di una guida che ci accompagna attraverso le sala di un museo, adesso il linguaggio diventa ruvido e nervoso e la violenza deflagra con una deforme bellezza che ci fa sentire in colpa. Quando poi Edward compare in scena, coerentemente, ha il volto di Tony, lo sfortunato protagonista del romanzo. Nulla di più logico per la lettrice Susan che dare il volto dell’ex marito al protagonista del suo romanzo. Così come in fondo è logico immaginarsi la moglie e la figlia finzionali con le caratteristiche fisiche della stessa Susan e di sua figlia. La chioma rossa sfoggiata dalla protagonista è il dettaglio visivo che tiene assieme i tre piani del racconto e passa da un personaggio femminile a un altro come un’eredità. Nel lancinante confronto finale tra Edward e Susan lui si rimprovera la sua debolezza, quella caratteristica vaga e facilmente interpretabile che una Susan innamorata declinava come sensibilità. Il romanzo di Edward è probabilmente un saggio sulla (sua) debolezza e su come non (gli) venga perdonata. E in tutto questo, a pochi minuti dall’inizio della pellicola, durante un sontuoso ricevimento, un amico di Susan la inchioda alla morale della storia chiosando: “Il nostro mondo è molto meno doloroso di quello reale”.

Fabio Orrico

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One thought on “TOM FORD: ANIMALI NOTTURNI

  1. Ho apprezzato la recensione e i riferimenti a pellicole di altri registi. Ottimo thriller. Ottima anche la scelta del cast da parte di Tom Ford. Amy Adams è perfetta per il ruolo di Susan, la protagonista. Da amante del genere Thriller ne consiglio la visione.

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