MARCO BELLOCCHIO: FAI BEI SOGNI

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Per quel che mi riguarda Marco Bellocchio è il cineasta italiano più libero e inventivo in circolazione. In cinquant’anni di carriera non ha sbagliato un colpo (chi scrive ritiene che sia da ripensare anche l’ingiustamente vituperato periodo “fagioliano” che ci ha dato opere ustorie e modernissime come Il diavolo in corpo e La visione del sabba) e dal 2009 a oggi ha licenziato almeno tre capolavori (Vincere, Sorelle Mai, Sangue del mio sangue) e un film bellissimo (Bella addormentata). Fai bei sogni segue felicemente quest’onda.

Prima di entrare nel merito: è dalla presentazione del film a Cannes che sento fare battute sul fatto che Bellocchio ha deciso di adattare un romanzo di Massimo Gramellini. Persone anche intelligenti e altrove acute parlano di resa al mercato o carenza d’ispirazione. Va beh. Non ho letto il libro di Gramellini e non ho particolarmente voglia di farlo ma, a parte questo, ho l’impressione che costoro guardino pochissimi film altrimenti saprebbero che la storia del cinema è piena di grandi film tratti da brutti libri (e brutti film tratti da bei libri e film così così tratti da libri così così e via assemblando). Per un Coppola che prende un romanzaccio come Il padrino trasformandolo in un capolavoro abbiamo gentaglia come Branagh che ha a sua disposizione niente meno che il Bardo ed è capace di partorire soltanto paccottiglia postmoderna.

Detto questo, Fai bei sogni è una nuova riflessione sul concetto di famiglia, tema cardine in Bellocchio fin dal grande esordio de I pugni in tasca e, contemporaneamente, una delle più ostinate e sofferte elaborazioni del lutto mai viste al cinema. Costruito con grande libertà attorno a un gioco di incastri temporali così ardito da inserire flashback dentro altri flashback, come in un gioco di scatole cinesi, Fai bei sogni racconta la storia del giornalista Massimo che a nove anni perde la madre cui era legatissimo. La parte dedicata all’infanzia del protagonista è forse la più bella del film, quella in cui il talento straniante dell’autore piacentino spiega le sue ali e si lascia trascinare dalle sue peculiari ossessioni: la cosa non stupisce visto che da sempre Bellocchio sembra particolarmente dotato nel far recitare i bambini, dai quali è capace di trarre performance strepitose. La bellissima scena del funerale con il piccolo Massimo che parla alla madre dentro la bara o certe  inquadrature del bambino solo al buio richiamano alla mente vecchie sequenze oniriche (I pugni in tasca ma soprattutto Salto nel vuoto). Per capire la grandezza di questo film basta pensare cosa avrebbe fatto un altro regista con a disposizione una storia simile (un nome a caso: Tornatore; ok adesso tirate un bel sospiro, stavo scherzando). Bellocchio non raccoglie mai la tentazione del melodramma (parlo di melodramma e non di melò, sia chiaro), la sua è emozione declamata col ciglio asciutto e si concede anche una chiusa geniale e spiazzante in quella che potrebbe sembrare l’unica scena patetica del film (quella della lettera e non aggiungo altro per non rovinare la sorpresa). È la regia, ovviamente, a fare la differenza,  uniformando con il suo rigore visionario l’andamento episodico della sceneggiatura (scritta con Edoardo Albinati e Valia Santella).

In Fai bei sogni ci sono cose notevoli e cose notevolissime. Tra le prime: l’antiaccademismo di Bellocchio che lo porta a rifiutare tutte le trappole da fiction televisiva, come il mortifero modernariato delle scenografie del film ambientato negli anni 60. Genialmente Bellocchio si aggancia ai mass media, primo fra tutti l’ancora giovane televisione così, come in un cut up burroughsiano, ecco Raffaella Carrà che canta la sigla di Canzonissima (messa peraltro a contrappunto di una delle sequenze più dure) e soprattutto lo sceneggiato francese Belphagor, sorta di grillo parlante catodico del protagonista, splendida trovata di sceneggiatura. Tra le seconde: il bellissimo episodio a casa dell’amico ricco, un piccolo film nel film che fa perno su una Emanuelle Devos di stordente fascino e bellezza, un cameo di pochi minuti che assorbe il film come un magnete. E ancora: il segmento ambientato a Sarajevo, quasi muto e immerso in un’atmosfera di cupa e sottile follia latente, come un Fellini sceneggiato da Zapponi; la sagoma ossuta e mefistofelica di Roberto Herlitzka, sponda grottesca e coro insieme comico e tragico degli ultimi tre film.

Particolari un po’ sfocati come la differenza di accento tra Valerio Mastandrea e il suo omologo bambino della prima parte o l’improbabile make up da vecchio del padre Guido Caprino sono perfettamente in linea con l’anima brechtiana di Bellocchio grazie alla quale, negli anni passati, ha potuto misurarsi con Luigi Pirandello (Enrico IV, 1984) e Heinrich Von Kleist (Il principe di Homburg, 1997) senza complessi di inferiorità ma anzi lasciando emergere con rara forza la modernità di quegli autori.

Esordiente in un decennio ricchissimo, gli anni 60 delle nouvelle vague, quello in cui giovani registi per la prima volta si trovavano a raccontare i propri coetanei, consapevoli, per dirla con Truffaut e Godard, “di avere Griffith alle loro spalle”, Bellocchio è tra i pochissimi ad averne conservato lo spirito, l’esigenza di libertà e la disponibilità alla sperimentazione. È tra i pochi cineasti dal quale ci si può aspettare di tutto, ma proprio di tutto, anche di vederli trarre un film da un libro di Gramellini.

Fabio Orrico

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