Appartengo quindi sono

ghirri

“Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti e di cognati…” (Ennio Flaiano, Diario Notturno)

Mi presento. Potrei essere uno di voi, uno Qualsiasi. Ma sono io, inchiodato al mio asse, baricentro delle mie ambizioni coltivate sul terreno dello scambio, soddisfatto di questa nebbia immobile che nasconde le cause e gli effetti. Voi siete voi, e io non sono voi. Siamo diversi. Appartengo a Qualcuno che conta Qualcosa. E l’ho voluto. Potrei svelare il Nome, ma è necessario? Le sigle tradiscono il medesimo punto di approdo. Uomo, donna, partito, sindacato, ente o istituzione, io appartengo, quindi sono. Ho trovato la mia nicchia molto tempo fa. L’ho scavata con dedizione, con la coscienza di chi sa cosa perde e cosa acquista nel passaggio di soglia. Ho perso molto, direte voi, ho guadagnato tutto, dico io. Direte ancora: ti sei venduto. Ma la libertà non si può vendere, semmai la si osserva svanire compiaciuti, giorno dopo giorno, finché l’abbandono premia l’attesa. Si, compiaciuti. L’Appartenenza è una disposizione, una seconda natura, un credo che necessita coraggio, è desiderio di dissolvenza. Direte, con insistenza: per noi sei un vile, sei un servo. Rispondo: provate voi a serbare in bocca il gusto della resa incondizionata, ad assaporare il sacrificio del rispetto e dell’amor proprio. Io sono poiché appartengo, come un martire avvinghiato al suo unico dio. Non per il denaro, non per la ricerca di onori e di gloria, e nemmeno per una carriera già finita prima di cominciare. L’Appartenenza si giustifica da sé, religione e corazza degli uomini tristi.

Ho saltato il fosso e ho conquistato la scomodità del privilegio. Qui, dove io sono, lo spazio avvolge i corpi e si respira aria viziata. Qui, dove voi non siete, arriva solo il fantasma della vostra invidia.

Mi conoscete? Dove ci siamo visti?

Al terzo piano, al quarto, al quinto – non importa – di un palazzo costruito in anni lontani, in una periferia che potrebbe essere il centro del mondo, c’è il mio ufficio. Ogni oggetto è al suo posto, me compreso. Ho una scrivania, un computer, una pila di carte, un calendario. Alzo gli occhi e quando il cielo è grigio una sensazione di immobilità accarezza la noia. Il tedio è sublime. Porte, corridoi, ascensori, orari di chiusura e di apertura. Il mio destino era già scritto su questi muri, ancor prima che si scrostassero.  Mi alzo per andare a bere un caffè, a fumare, per una pausa tra colleghi che mi assomigliano così tanto che sembro io, sempre io, in infinite pose, in infiniti sguardi. Siamo qui, nel nome di altri che si sono stretti la mano. Questo palazzo, questi vetri sporchi. Sudori rappresi, sesso clandestino nei cessi, sbadigli lunghi come incanti. Spezziamo il pane, celebriamo la vostra esclusione sotto l’altare della mensa aziendale. Appartengo quindi sono. Non voglio distinguere la mia voce dalla loro.

O ancora. Ancora?

Ho un contratto d’oro, baciato da una promessa. Ho vissuto sotto le belle bandiere. Ora, imbocco sentieri che portano altrove, per dimenticare un passato che schiaccia, insulta, condanna. Vado più in là, più lontano, verso orizzonti di fedeltà rinnovata, nella carreggiata degli incarichi certi. Prima che l’Appartenenza mi segnasse le rughe ho seppellito gli eroici furori sotto l’albero dell’espiazione. Tutti sanno, tutti devono sapere che ho un cuore di vetro che riflette la luce del verbo, che si inchina alle regole nuove. Non mi sposterò mai da questo muro di certezze che diventa riparo. Mentre voi, siete sempre lì, sotto lo schiaffo del dubbio, sotto il vento freddo della domanda. Inermi e perdenti.

Come dite? Ascolto le vostre obiezioni, le vostre speranze. In fondo le comprendo. Pagherai anche tu secondo giustizia.

Volete giustizia? Ne siete sicuri? Non vorreste essere colpevoli come me?

Forse sei… Forse sono il figlio di un padre. Ho un cognome che apre le porte, che muove a compassione le segreterie di partito. Eredito amicizie importanti. Tesso le mie relazioni come un ragno crudele. Il mio nido è sotto la trave dei consigli di amministrazione, negli interstizi di un’aula parlamentare. Disegno la tela di una tangente, pungo, mordo, la ferita pulsa e il cuore si gonfia come un appalto. Poi torna la quiete e le mosche restano appese al mio amo. Appartengo al veleno.

Ti odiamo.

Odiatemi. A volte non so nemmeno io chi sono. Mi rifletto allo specchio e vedo il verme, vedo la tigre. Sono nessuno, sono vuoto, sono niente. Non mi vergogno delle bassezze del mondo e ne faccio trama di narrazioni banali. La mia Dimora è la miseria della parola, il sacrificio del senso. Scrivo affinché vi possiate alleare con la vostra ignoranza. Mi appartenete e non lo sapete.

Meschino…

Meschino? No, conosco la carità. In questa vita mi sono incarnato in un gesto di elemosina. Sono stato stabilizzato, ma senza concorso. Il tempo dell’Appartenenza è indeterminato, come la posizione dell’elettrone quando sfugge allo sguardo dello scienziato. Così io vi sfuggo, spesso.

Maledetto. Si, sono maledetto. E benedetto. Sono la forma di ogni compromesso.

Come hai fatto a…?  Chiedete. Chiedete pure, alzate la voce e urlate il dubbio, la prece degli scartati: come hai fatto a diventare… ad ottenere…?

Voi usate termini come raccomandazione, affiliazione, cooptazione. Termini volgari. Vado orgoglioso del mio spirito di disciplina. All’inizio ci volle molta pazienza, molta costanza. Indovinai presto la cadenza del passo e cominciai a marciare con la divisa dell’Appartenenza. Mi inoltrai nella palude dove marciscono i sogni schivando i richiami della coscienza. Fiutai l’odore di una campagna elettorale. Al favore bisogna sempre accarezzare il pelo. Signorsì. Chiusi gli occhi al merito, strangolai ogni competenza, soffocai l’intelligenza. A delitto compiuto il sole brillava dietro le finestre dell’ipocrisia. Assunto! Promosso! Giurai eterna fedeltà. Sul petto mi appuntarono la medaglia degli schiavi felici.

Alessandro Vergari

(foto di Luigi Ghirri)

 

 

 

 

 

 

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