La commedia ubriaca e irriverente

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Non so se vi è mai capitato di leggere un libro di letteratura che vi si appiccica addosso. Un libro di quelli che lo inizi, poi per un po’ lo abbandoni, lo metti da parte, ma che non ti lascia stare, senti che ti perseguita. Un libro di quelli che ci vuole un po’ prima che ti entri dentro: un inizio tutt’altro che accattivante, un percorso piuttosto tortuoso, che genera smarrimento. Si va avanti per intuizione, un po’ come entrare disarmato in una stanza buia, dove non si vede nulla finché l’occhio non si abitua all’oscurità. Poi man mano si intravedono spiragli di luce, la lettura inizia a scorrere ma rimane sempre un po’ “pastosa”, di quell’appiccicoso che cattura e attrae, che piace ma che fai fatica ad ammetterlo, non te lo dici mai, ma il cui gusto ha un sapore particolare che ti entra nella pelle, e senti che hai a che fare con qualcosa di grande, con un’opera faustiana che trascende i limiti dell’umano, del troppo umano. E’ un libro che rischia sempre da un momento all’altro l’abbandono, ma se si è tenaci si scoprono pagine di letteratura “folle”, seducente, avvolgente, coinvolgente.

L’opera semi-autobiografica di Malcolm Lowry, pubblicata per la prima volta a New York nel ‘47, esattamente dopo un lungo e tortuoso travaglio decennale di rifiuto editoriale, riletta oggi, resiste splendidamente al tempo, assorbendo di fatto, per più di mezzo secolo, tutto il peso del catastrofismo da cui è stata ispirata.  Ambientata in Messico, nella remota cittadina di Quauhnahuac, all’ombra di due grandi vulcani (Popocatepetl e Iztaccihuatl), più precisamente nell’esiliata dimora del console inglese Geoffrey Firmin,  scappato dall’Europa durante la seconda guerra mondiale. Il titolo regala subito una coordinata geografico-simbolica alla lettura: c’è un cratere, anzi due, e qualcuno ci abita sotto. Il terzo cratere c’è pure, in forma di spirito umano,  ed è il protagonista dell’opera. Che è un ribollire lavico, profondo, primordiale come il senso di colpa che lo accompagna per tutto il tragitto in uno stato di perenne abbandono emotivo.

D’alcolizzato cronico, grazie alla suo impeto narrativo, al suo visionario ed eccentrico istrionismo, Lowry, con l’opera “sotto il vulcano”, sembra aver voluto trasformare, attraverso la figura del protagonista, il Console Geoffrey, il suo romanzo di vita  in un cantico d’amore perduto,  poi ritrovato a metà, vissuto tra indifferenza e sofferenza che arriva al suo apice proprio quando l’ex moglie, Yvonne, raggiunge Geoffrey in Messico, nello stesso giorno dell’arrivo del fratellastro Hugh. Quest’ultimo e Yvonne erano stati amanti, e Geoffrey, a un anno dal divorzio, non dovrebbe avere più nulla da recriminare, ma che comunque dalle pagine trasuda tanta sofferenza per gli atteggiamenti e gli ammiccamenti continui tra i due. Durante una gita che dovrebbe alleggerire la tensione Geoffrey viene però ucciso a causa di una incomprensione con la polizia messicana. La narrazione non è solo una disperata lotta contro la gelosia e l’alcol, sullo sfondo di un paesaggio messicano deformato dagli stessi effetti dell’alcol sulla psiche del Console, bensì vive la disintegrazione di un mondo che la guerra lo sta portando verso il baratro e che si  rileva ai suoi occhi sempre più minaccioso e assurdo.

Il romanzo di Lowry è un inno alla vita che l’attraversa tutta in lungo e in largo nella sua maestosità, toccando le estremità: delirio, ragione, purezza, pericolo, si sommano fino a diventare un tutt’uno, anche dentro le nebbie fitte e contorte della sua sgregolatezza etilica. Da lui stesso ideata come una Divina Commedia dell’ubriachezza,  pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, l’opera assume i tratti semantici e simbolici di poema dello sradicamento, di una irriverente allegoria moderna della redenzione, di <<sinfonia d’opera o film d’avventura, profezia, monito politico, criptogramma, musica ho, cazone, tragedia, commedia, farsa e così via..>>, come lo stesso autore più volte ha voluto definirla.

Sotto il Vulcano ha l’ambizione di proporsi come romanzo iniziatico, di comprendere ogni aspetto e vicissitudine dell’esistenza umana: odio e perdono, pietà e indifferenza, distacco e ritorno, felicità e disperazione, ebrezza e ragione. Un romanzo insomma che racchiude in quasi 400 pagine l’incontro-scontro rivelatore tra l’Io e l’Es, tra il Dio dell’armonia e dell’ordine Apollo e il Dio dell’ebrezza Dioniso, descritti da Nietzsche nella sua prima opera “Nascita della Tragedia”.

Denso di riferimenti culturali e dai contorni semiotici che racchiudono suggestioni dantesche, il romanzo è una sconvolgente discesa agli inferi, un cammino lucido nelle tenebre, a volte vivo e a volte privo di respiro, quasi ansimante, sfinito, senza avere mai sicurezza d’uscita, di salvezza, di pacatezza o redenzione. Tutto nella descrizione diventa solenne: gli animali, le panchine sui viadotti, i paesaggi incontaminati all’ombra di due immensi vulcani dai nomi impronunciabili, il suo continuo incespare e cadere rovinosamente per terra, il suo faticoso rialzarsi, il suo rito celebrativo prima di portarsi la bottiglia di gin sulle labbra, tutto è solenne, fino al grido invocativo disperato d’amore impresso nella parte finale della lettera inviata all’ex moglie Yvonne: <<Per l’amor di Dio, Yvonne, ritorna a me, ascoltami, è un grido di pianto, torna a me Yvonne, non fosse altro che per un giorno soltanto…>>.

Sotto il Vulcano è un cantico d’amore perpetuo che non ha che fare con l’attaccamento morboso, possessivo, ossessivo, di un irrefrenabile bisogno dell’altro, ma è qualcosa di più, di qualitativamente migliore, un attaccamento attrattivo maggiore che fa i conti con gli istinti profondi di vita che molte volte si danno per scontati, si danno per vinti, ma che Lowry gli accarezza in ogni istante del suo affannoso e vacillante percorso. Così come il suo dolore non è un dolorismo d’accatto, ma una sofferenza incisa in profondità. Un romanzo insomma che nello scrivere si fa spirito, diventa materia, gioia ed ebrezza di vita.

“Ora il console alza gli occhi: Yvonne è sulla soglia della cantina; è lì. «Non vuoi bere?» non sapendo cos’altro dire, le chiede. Lei risponde: «Dove sei stato tutto questo tempo? Ti ho scritto e scritto…». I due vanno a casa. Il console trema, traballa. Yvonne si sforza di non piangere. Lungo il percorso, non si sfiorano. Lui – in silenzio – le dice che in questo anno di separazione ha testardamente lottato contro il suo amore, e non c’ è riuscito. Lei – in silenzio, guardando il suo procedere traballante con pietà, rimprovero, e infinito amore – risponde: <<Oh Geoffrey, perché non puoi tornare indietro? Dovrai continuare così, sempre così, a camminare in questa stupida tenebra, anche ora, là dove non posso raggiungerti?».

Leggere o rileggere “Sotto il vulcano” non provoca mai lo stesso effetto al lettore, regala sempre una necessità emotiva nuova, diversa, devastante. Sia se si vuole rimanere dentro, nella coscienza di questi tempi sia se si vuole sostare al di fuori, con incoscienza, rimanendo sospesi in una dimensione  onirica, per molti versi allegorica, perturbante, sconvolgente.

“Di buon mattino un uomo lascia una taverna del porto, con l’odore del mare nelle narici, e una bottiglia di whisky in saccoccia, scivolando sui ciottoli con la leggerezza di una nave che lascia il porto”.

Inizia così l’opera di Lowry, una irresistibile cavalcata nell’apocalisse quotidiana, una rovinosa caduta senza resurrezione che, anticipando i tempi, sembra echeggiare al tramonto dell’occidente. Dodici anni prima della morte di Lowry (avvenuta per suicidio nel 1950, dopo un futile litigio con la moglie), Billy Wilder, in quello stupendo film che è “I giorni perduti”, parve preconizzarne la fine raccontando le vicende di uno scrittore in crisi il quale, inutilmente consolato da una donna, non trova di meglio che attaccarsi alla bottiglia.

Lowry scrive l’opera della sua vita e lo fa con i bisturi del poeta, rigandosi l’anima, come lui stesso asserisce nella lunga lettera inviata all’editore Jonathan Cape. Per lui tutto è metafora e simbolo. È  un uomo del sottosuolo che preconizza e anticipa gli smottamenti, i disastri che il genere umano provoca in superficie. Anche la sua passione per il golf come ebbe da scrivere un critico francese assunse nell’opera grande rilievo: evoca il buco, la voragine, dunque l’abisso. Il suo lungo e infernale pellegrinaggio nei meandri dell’opera è un continuo dissacrare, un continuo uscire fuori dagli schemi, dai binari della ragione, da ogni reticolo o fascio di forze che intrappolano la sua esistenza, e che gli permettono così facendo, nel suo lucido delirio etilico, di spiccare il volo per liberarsi finalmente da ogni retaggio culturale, da ogni involucro avvolgente.

Filippo Violi

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