KEN LOACH: IO, DANIEL BLAKE

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Il cineasta francese Bertrand Tavernier divide i suoi colleghi in due gruppi: i contadini e i minatori. I primi devono seminare e quindi si muovono continuamente lungo la coltivazione, allargando progressivamente la zona del loro movimento e il loro campo d’indagine, ma soprattutto mutando l’orizzonte del loro sguardo. I secondi invece scavano, sempre nella stessa direzione, ostinatamente. Viene spontaneo inserire Ken Loach nel secondo gruppo. Come Woody Allen o Eric Rohmer anche Loach dà l’illusione di girare sempre lo stesso film, con poche variazioni ed è un concetto che viene ribadito dalla critica e dagli spettatori abbastanza spesso, sia polemicamente che ironicamente. Intendiamoci, questa cosa ha un fondo di verità ma solo un fondo, ché in realtà Loach non è l’autore tetragono che si crede e la sua filmografia, vista oggi, con la messe di titoli prodotta, appare stimolante e varia, con affondi non banali, a cominciare dalla spy story antiretorica di Hidden agenda, film del ’90 che segna il suo deciso ritorno sulle scene dopo un decennio scarsamente produttivo e dedicato soprattutto alla televisione.

Quello che rende unico Loach è a mio avviso il fatto di avere un messaggio, di ostentarlo senza complessi di inferiorità e senza la paura di risultare didascalico. A neutralizzare questo timore naturalmente è la qualità eminentemente cinematografica del suo lavoro, la solidità dei suoi film. Un cinema classico ma dal taglio documentaristico che sposa Brecht con la nova vlna e si pone in continuità con il free cinema inglese, esempio di cinema giovane prevalentemente centrato sull’impegno civile. Quel movimento produsse film e autori importantissimi, da Karel Reisz a John Schleinger senza dimenticare Tony Richardson, destinati nel giro di breve tempo alla migrazione verso Hollywood (dove peraltro Reisz firmerà i suoi autentici capolavori e cioè 40000 dollari per non morire e I guerrieri dell’inferno) con l’eccezione di Lindsay Anderson, il più battagliero di tutti, disperdendo in buona parte la carica corrosiva dei loro contenuti. Loach, poco più giovane di quei cineasti, è ancora ben presente in quel solco come dimostra Io, Daniel Blake, l’ultimo suo lavoro premiato a Cannes da una giuria presieduta da George Miller che, ricordiamolo, è il mai troppo ringraziato inventore di Mad Max, quindi uno che si è preso la briga di preconizzare il peggior futuro possibile, ripetizione postatomica del capitalismo arrembante.

Io, Daniel Blake insomma, è un film col messaggio ma, come (quasi) sempre succede in Loach, avere un messaggio non significa dimostrarne la validità attraverso una serie di enunciazioni vuote (come, per intenderci dalle nostre parti farebbe un Roberto Faenza o, con maggior sfarzo e precisione tecnica, un Tornatore), significa prima di tutto raccontare una storia con personaggi autentici, calati nel proprio tempo e pulsanti delle sue contraddizioni. Basti solo pensare a come Loach non tenga mai fuori l’umorismo dalle sue storie. Anche nei suoi film più tragici e cupi, come Ladybird ladybird o My name is Joe, Loach aggiunge sempre note di humour che ancorano i suoi film alla vita vera, dove leggerezza e tragedia per forza di cose si impastano e vivono affiancate. L’odissea di Daniel Blake è quella di un uomo come tanti che, vuoi per l’età non più verdissima, vuoi perché tenere il passo coi tempi è dura per tutti, arranca dietro la digitalizzazione implacabile della macchina burocratica. In questo senso la sceneggiatura, firmata dal sodale Paul Laverty, non risparmia nulla e elenca gli intoppi, gli equivoci e le continue frustrazioni che si incontrano lungo un iter burocratico. Le attese svuotate di senso e i dialoghi da teatro dell’assurdo con gli impiegati dei call center, spaesati come e più degli interlocutori, tutte stazioni di una via crucis pensata per scoraggiare il cittadino. Naturalmente in questo progetto di cinema civile trova posta una quota di retorica: Loach crede fermamente nella solidarietà di classe. Mentre guardavo il film pensavo che il cineasta inglese resta uno degli artisti più ottimisti in circolazione. A me sembra che dalla classe media (quel che ne resta) in giù, regni uno stato di guerra, nemmeno tanto fredda, fra poveri del tutto speculare alla violenza più sofisticata e astratta della classi più abbienti. Io, Daniel Blake sembra dirci che, aldilà della burocraticizzazione selvaggia e della scomparsa del welfare, un fronte comune esiste. È bello crederci, ma per quel che mi riguarda è una convinzione che dura il tempo del film. Un po’ come nella bellissima scena in cui il protagonista (Dave Johns, perfetto) imbratta i muri della città col suo nome, in cui la solidarietà dei passanti è tutta per lui, ma solo a seguito di un gesto clamoroso, isolato seppure vistoso.

Mi piace pensare a Io, Daniel Blake come a un film di guerra. La guerra individuale di ciascuno di noi contro la solitudine, la precarietà, l’incertezza economica e la disistima di sé. In tutto questo Loach aggiunge una trincea popolata di compagni, tutti con lo sguardo consapevole e puntato verso lo stesso obiettivo, il che infonde calore al suo discorso e un po’ di speranza nei cinici bastardi come me.

Fabio Orrico

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