I compiaciuti adoratori del disastro

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Ci sono romanzi che rimangono attaccati alla pelle come sanguisughe. Zero K, del grande scrittore americano Don DeLillo, uno dei più importanti e celebrati autori viventi, appartiene a questa categoria.

Nella quarta di copertina, leggiamo: “nessun libro, finora, aveva saputo mantenere uno sguardo tanto lucido e allo stesso tempo visionario sul pianeta Terra ad altezza di ventesimo secolo”. E’ vero. Perchè è un romanzo che affonda come una spugna nel vortice impetuoso del nostro destino collettivo, per assorbirne la vena malata. Zero K è un libro sul suicidio della specie. Un esito  mostruoso, feroce, autoprovocato. La forza immaginifica del finale riporta alla memoria un altro finale, di un film altrettanto assoluto e spietato, Melancholia di Lars Von Trier (2011).

«L’intero disco solare, che inondava di luce le vie e illuminava le torri alla nostra destra e alla nostra sinistra; mi sono detto che quello che il bambino vedeva non era il cielo che ci crollava addosso: lui sperimentava il più puro senso di stupore all’intimo contatto fra la terra e il sole. Sono tornato al mio posto, guardando dritto davanti a me. Non avevo bisogno della luce del paradiso. Mi bastavano le grida di meraviglia del bambino».

Il miracolo avviene su un autobus. La meraviglia nasce dall’urto tra la mente ritardata di un bambino presumibilmente menomato e un fenomeno che, ci ricorda l’autore, a Manhattan si verifica un paio di volte l’anno, ovvero il perfetto allineamento tra i raggi del sole e il reticolo delle strade. Il ragazzino non riesce ad articolare il senso di ciò che prova. L’ironia di DeLillo è un pugno nello stomaco della nostra civiltà ultratecnologizzata. Solo nel difetto, nella mancanza di parola (ancor prima che di senno) di un soggetto svantaggiato, sta la vera e unica possibilità di salvezza per un mondo avviato al disastro. Lo stupore, il nirvana, l’ineffabilità della scoperta: siamo nel pieno di una teologia negativa, di una negazione quasi leopardiana delle magnifiche sorti e progressive che lo sviluppo ci promette. E ci riserva, con tutto il valore di inclusività opprimente che questo termine porta con sé. Posti riservati per un’umanità totalmente inadatta a vivere.

Il protagonista di Zero K è Jeffrey Lockhart, trentenne figlio di un miliardario americano, Ross, esperto in «gestione del patrimonio, dinasty trusts, mercati emergenti». Il modo in cui DeLillo circoscrive nominalmente il mondo del lavoro è emblematico dello scollamento tra le parole e le cose. Ross stigmatizza l’incostante percorso lavorativo del figlio definendolo «non-carriera». Nella seconda parte del libro, Jeffrey viene invitato dal padre ad entrare a far parte della sua organizzazione, «un gruppo che si occupava dell’infrastruttura idrica. Era un’espressione che non avevo mai sentito prima. Mi parlava di stress e di conflitto idrico». In seguito, verrà assunto come «incaricato dell’ottemperanza e dell’etica per un college nel Connecticut occidentale». Emma, la compagna-amante di Jeffrey, lavora presso una scuola in cui «i bambini avevano problemi che andavano da difficoltà nel linguaggio a disturbi emotivi […] Ogni disturbo aveva il suo acronimo, ma lei ha detto che non li usava». DeLillo, in questo non in meno che in altri romanzi, sottolinea ed enuclea, facendola diventare tema portante della sua narrazione, la nostra crescente attitudine a pronunciare il mondo secondo etichette, per tenerlo a bada, per comprenderlo estaticamente, per non farci schiacciare da tutto ciò che è inedito. Un tentativo di adeguamento cognitivo fallimentare che raggiunge in Zero K un punto di non-ritorno. Le elite dominanti stanno sostituendo i nostri vecchi vocabolari, ormai inadatti a significare la realtà. All’umanità non resta altro che saltare l’ostacolo della propria stessa natura e parlare la lingua della catastrofe, stele di Rosetta del nostro futuro prossimo venturo, ombra minacciosa che si approssima al presente fino a schiantarlo sotto il peso dell’evento infausto e irrimediabile. Un processo che, però, si scrive direttamente sulla carne. Tutto ciò avviene nel bel mezzo del deserto dell’Uzbekistan, in un non-luogo chiamato Convergence.

Nei pressi di Čeliabinsk, località divenuta celebre qualche anno fa per la caduta di un meteorite, sorge un centro supersegreto, blindato, raggiungibile attraverso un lunghissimo tragitto aereo che necessita di diversi scali in aeroporti anonimi, finanziato da capitali internazionali (anche Ross Lockhart ha contribuito con estrema generosità alla realizzazione), dove un gruppo di scienziati, medici, infermieri, teorici del transumanesimo, futurologi ed esperti di nanotecnologie porta avanti il sogno di rendere immortale la specie umana. E di migliorarla, in una riconfigurazione mistico-artistica sempre perfettibile. Tutta la specie? Ovviamente no. Solo chi se lo potrà permettere economicamente avrà la fortuna di varcare la soglia. Ross ha accompagnato Artis, la sua seconda moglie, colpita da una malattia neurodegenerativa giunta all’ultimo stadio. Jeffrey è andato con loro. Il rapporto tra padre e figlio è logorato da anni di incomprensioni. Dal momento in cui Ross lascia la famiglia per ragioni mai chiarite, il figlio, allora tredicenne, si accontenta di seguire le vicende del padre ricco e famoso attraverso gli schermi televisivi. «Una sera vidi mio padre in tv, su un canale sconosciuto, dalla ricezione disturbata: Ross a Ginevra, una specie di immagine sdoppiata, che parlava francese. L’avevo mai saputo che mio padre parlava francese?» Jeffrey cresce con la madre Madeline, un nome che l’ex-marito per tutto il corso del romanzo non riesce a pronunciare. Egli stesso, all’anagrafe non è Ross Lockhart, ma Nicholas Settersweite, un’origine misteriosa, un cambiamento voluto ma che solo Madeline svela al figlio. Niente è come sembra, in Zero K. Ogni ente sfugge alla propria nominazione, in una fuga delirante verso il nulla.

Soffermiamoci su Convergence. Cosa avviene esattamente nei piani sotterranei della struttura? Tutti vogliono possedere la fine del mondo. E’ la prima frase del romanzo. Artis, la seconda moglie, è in attesa di morire, ovvero di rivivere. Artis verrà ibernata dopo un adeguato trattamento che la accompagnerà secondo dopo secondo fino a possedersi completamente, fino a tenere nel palmo della mano il proprio destino per superarlo. A Convergence l’esistenza arriva a combaciare analiticamente con la propria volontà, a sua volta adeguata al livello massimo raggiunto dalle tecniche bio-informatiche sviluppate nel centro. Un’equipe altamente professionalizzata la svuoterà degli organi interni, in primis del cervello, la congelerà in una sorta di vasca ad una temperatura prossima allo zero assoluto, in attesa che la prodigiosa scienza dei decenni a venire la risvegli dal decesso, o dalle semi-morte, riconfigurandola come una donna-cyborg, potenziata nel fisico e nelle capacità di comprensione attraverso microimpianti e misure mediche che oggi non riusciamo ancora a immaginare, ma che sono oggetto di fede. Alla base di tutto c’è la speranza, l’adorazione compiaciuta del disastro, pietra sacra e idolo di una nuova forma di religione, con relativi officianti, liturgie, adepti, sacramenti.

A Convergence vi sono molte camere (o celle?), che si aprono su corridoi lunghissimi e deserti, un’unità alimentare che serve cibo anonimo e che assomiglia al refettorio di un monastero, la quasi totale assenza di finestre che diano sull’esterno, megaschermi e manichini appoggiati alle pareti. Occorre esaminare da vicino questi elementi funzionali. Convergence è un fortino che si nutre delle paure del mondo grande e terribile. Sui megaschermi vengono proiettati filmati ultrarealistici di disastri naturali, guerre, pestilenze, attacchi chimici e nucleari, inondazioni. E’ una moderna raffigurazione del Demonio, del Male assoluto, dell’abominio. Un Monaco misterioso dispensa parole di conforto.

Zero K stimola la riflessione su quali siano i suoi spazi filosofici di appartenenza. Certamente rientra nel perimetro delle speculazioni post-heideggeriane sulla tecnica, un dominio caratterizzato dalla perdita irrreparabile delle regole e dei cardini ai quali appoggiarsi eticamente per costruire un mondo condiviso, a favore di una soglia post-umana, un’intelligenza artificiale in grado di ridefinirsi come “singolarità” autoriformantesi all’infinito (il concetto di singolarità, nel pensiero cibernetico classico di Norbert Wiener, è il momento di svolta che segna il sorpasso della macchina sull’uomo). Inoltre, potremmo verificare come il famoso aforisma di Wittgenstein, «il comportamento comune dell’uomo è il sistema di riferimento mediante cui noi interpretiamo un linguaggio sconosciuto», si sia ribaltato clamorosamente. A Convergence linguaggio e realtà sono e saranno vieppiù la stessa cosa (la convergenza è proprio questa!) e quindi tutti i frangenti dell’esistenza futura, dagli aspetti meramenti biologici a quelli comportamentali e psicologici, non saranno più sottoposti a quel processo di negoziazione simbolica che generalmente va sotto il nome di cultura. L’obiettivo non è semplicemente meccanizzare l’essere umano, ma renderlo DIO di se stesso, immortale, eterno, rigenerabile a proprio piacimento, in una confusione inestricabile di biologico e artificiale, naturale e tecnologico.

Prendiamo alcuni passaggi del discorso pronunciato a due voci dai fratelli Stenmark (Jeffrey, che fin da piccolo sente il bisogno di nominare le cose e le persone attorno a sé, assegna un nome anche agli inquietanti personaggi che vivono a Convergence, di per sé tutti anonimi), una sorta di sermone tecnoreligioso propinato ai futuri ospiti del baccello criogenico:

  • L’elemento fondamentale della vita è il fatto che essa ha una fine.
  • La natura ci vuole sterminare per tornare alla sua forma intatta e incontaminata.
  • La tecnologia è animata da un desiderio di morte?
  • Noi vogliamo ampliare i confini di ciò che significa essere umani – ampliarli per poi superarli. Vogliamo fare tutto ciò che è nelle nostre facoltà per cambiare il pensiero umano e manipolare le energie della civiltà.
  • Volevamo riscrivere il futuro, il futuro di tutti noi, e ci siamo ritrovati con una sola pagina bianca.

Siamo di fronte al tentativo estremo di riscrivere la natura per controllarla, per prevederla, per dirla in anticipo. Ma assistiamo anche ad una esplosione di domande angosciose. Abbiamo dato alla tecnologia un’anima? Le macchine si rivolteranno contro coloro che le hanno create? Potremo assicurarci da ogni evento catastrofico che noi stessi abbiamo provocato? A Convergence si attua una pratica terapeutica che ha come obiettivo la prevenzione di ogni stupore. Cosa rappresentano i manichini disseminati nei corridoi, se non la prefigurazione dell’umanità futura, ridotta a puro schema di comportamento? Don DeLillo è strepitoso nel mostrare l’ambiguità estetica del simbolo, perché la figura del manichino oscilla: è ricostruzione semplificata e standardizzata delle forme umane (nei corridoi), è punto di trapasso tra il cadaverico e l’eterno (nella catacomba, dove l’erosione dell’aspetto materico richiama alla memoria le fotografie di Mimmo Jodice dedicate ai resti della classicità mediterranea).

Zero K è anche un romanzo sull’impossibilità dell’amore e sulla paura della perdita. Ross, pur essendo sano, vuole morire con la moglie. Ha voluto che Jeffrey lo seguisse nel deserto dell’Uzbekistan perché venisse a conoscenza della sua decisione. Ancora una volta, ed esemplificata in un gesto che poi però non ha compimento, troviamo la chiave di lettura dell’utopia dell’assicurazione totale. La scelta anticipatrice di Ross è una mossa per tutelarsi dal dolore causato dalla dipartita della persona amata. L’umanità, ci comunica Don DeLillo, ha talmente paura del lutto da rinunciare definitivamente ad elaborarlo. Così è troncato definitivamente anche il ricordo, la mediazione tra il presente e il passato e anche la possibilità di costruire un ponte tra sé e gli altri. Trionfa la convergenza che nulla lascia scoperto o sepolto, la pienezza totale che riempie di sé l’atavico orrore del vuoto. Ross lascia andare la moglie al suo destino, ma la sua vita si svolgerà, da quel momento in avanti, all’insegna del declino fisico e morale tipico di un morto vivente.

Nella seconda parte del romanzo, ambientata a New York, Jeffrey cade preda di un disturbo ossessivo compulsivo. La tendenza a definire la realtà prende definitivamente il sopravvento nella forma malata della reiterazione dei gesti, l’attribuzione dei nomi scivola lentamente in mania. Il quattordicenne Stak, figlio adottivo di Emma, è ucraino, studia la lingua pashtun, pratica le arti marziali. Strappato alla fame, catapultato nella metropoli, è la sintesi del cosmopolitismo (altro tema caro all’autore). Tuttavia Stak progressivamente cade in uno stato catatonico, si eclissa, e con lui il tentativo di approcciare il caos utilizzando una poliedricità di linguaggi perde slancio. Zero K è un romanzo di fallimenti e implosioni. Il ragazzo termina i suoi giorni a Kostjantynivka, nella guerra sporca tra nazionalisti ucraini e miliziani filorussi, dopo essersi volontariamente arruolato. Scomparso da questa terra (reale) ricompare sugli schermi di Convergence, colpito a morte. DeLillo denuncia la mercificazione tecnologica della natura umana. L’esistenza che non ha più senso al di fuori del virtuale, che risucchia l’evento tragico e lo sputa fuori come monito a non fidarsi della realtà.

Zero K non è un romanzo di fantascienza. E’ piuttosto distopia letteraria, presagio di un tempo a venire. Lo scrittore americano ha ben presente quanto stiano lavorando  i guru della Silicon Valley su progetti assai simili a quelli qui immaginati, a partire da Ray Kurzweil, ingegnere capo di Google, pioniere del transumanesimo e fondatore della Singularity University (http://www.huffingtonpost.it/2015/06/04/ray-kurzweil-ingegnere-capo-di-google_n_7510924.html)

Pensieri del genere, ammantati di profezia, hanno fatto breccia nel panorama politico e istituzionale italiano. Il supporto teorico di un Gianroberto Casaleggio ad un ben noto movimento di casa nostra ne è l’esempio lampante.

«Il sentimento dell’insufficienza del nostro potere a raggiungere un’idea, che per noi è legge, è la stima». Così scriveva Immanuel Kant nella Critica del Giudizio. L’umanità del ventunesimo secolo ha perso la stima di sé, che riposa sempre sulla consapevolezza della propria libertà e dignità, e ogni insufficienza percepita, suggerisce Don DeLillo, è solo il pretesto per una delega in bianco alla tecnica, che potrà scrivere di noi tutto ciò che vorrà. Rischiamo di diventare l’articolazione fisica, mentale, corporea, di una Legge sovrastante, e nulla più.

Alessandro Vergari

(Don DeLillo, Zero K, traduzione di Federica Aceto, Einaudi)

 

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