HOU HSIAO HSIEN: THE ASSASSIN

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Il wuxiapian sta al cinema cinese come il chanbara (film di samurai) al cinema giapponese o, meglio ancora, il western a quello americano. Un epos fortemente radicato nella cultura popolare che affonda le sue origini nella letteratura e che ancora oggi occupa, all’interno della cinematografia asiatica, un suo posto privilegiato. Rispetto ad altri generi così nazionalmente connotati il wuxiapian è arrivato a noi con più difficoltà. Certe sue caratteristiche, prima fra tutte la noncuranza con cui gli attori spiccano il volto durante le loro coreografie marziali o lo sfondo latamente fiabesco delle storie, ce lo rendono irrimediabilmente alieno. Ciononostante negli ultimi due decenni anche da noi e con un certo successo sono arrivati esempi di wuxiapian “da esportazione” come il dittico di Zhang Yimou Hero e La foresta dei pugnali volanti o La tigre e il dragone, vera e propria opera di mediazione culturale tra la Cina e Hollywood compiuta dal cineasta taiwanese Ang Lee. Nel 1994 anche Wong Kar Way si è misurato da par suo col genere firmando il magnifico Ashes of time, divagazione iperautoriale la cui travagliatissima lavorazione lo avvicina a capolavori maledetti come Apocalypse now o I cancelli del cielo. Questo preambolo per dire che Hou Hsiao Hsien, tra i maggiori registi viventi, ha licenziato il suo wuxiapian, naturalmente traducendo il genere in una forma cinematografica personalissima e idiosincratica.

The assassin, questo il titolo della pellicola in questione, racconta la storia di Yinniang, bellissima e letale assassina incaricata di uccidere Tian Ji’an, governatore della provincia di Weibo. Non un compito come tanti visto che fin dall’infanzia i due erano stati sposi promessi e, in seguito, il loro matrimonio cancellato per una superiore ragion di stato. Il film è, di fatto, il racconto di come Yinniang non riesca a portare a termine la sua missione e di come la ragnatela del passato continui a imporsi sui due protagonisti, condizionandone i gesti e limitandone le decisioni. Come vediamo nel prologo in bianco e nero, Yinniang è un sicario che non riesce più a uccidere; incontrare sulla sua strada l’uomo che ha amato radicalizza la sua stigmate. Lo scontroso ma accorato umanesimo dell’autore si esprime perfettamente nelle figure dei due protagonisti, l’uno specchio dell’altra, l’uno prova vivente per l’altra della propria catastrofe esistenziale. Siamo nel territorio di un melò freddo, rallentato ma, in opere come questa, è oltremodo affascinante vedere come l’estetica di un genere con i suoi codici linguistici ben collaudati e le esigenze autoriali di un regista estremamente riconoscibile scendano a patti. Il risultato è semplicemente straordinario. Direi che The assassin trova posto sul podio tra i film più belli di Hou (per il sottoscritto Città dolente e Flowers of Shangai ma devo ammettere che non ho visto Il maestro burattinaio).

The assassin si pone con grande evidenza in fortissima continuità col resto del corpus filmico che lo contiene, il che può lasciare sconcertati, visto che si muove all’interno di un genere in cui grande peso hanno il dinamismo degli scontri e la sintesi del montaggio. Hou invece privilegia il suo amato piano sequenza, il più delle volte tenendo la macchina da presa immobile o lasciandola spostare in lentissime, enigmatiche carrellate che scolpiscono l’ambiente. Dal punto di vista della messa in scena siamo nel solco di un espressionismo che ha i suoi campioni in autori come Max Ophuls e Josef Von Sternberg, folli cesellatori dell’inquadratura mentre la compostezza e la purezza del quadro rimandano al magistero di Kenji Mizoguchi, forse il più grande regista giapponese di sempre, la cui sensibilità verso le figure femminili ha senza dubbio trovato un ammiratore in Hou. Le inquadrature di interni sono quasi sempre velate da tende e tessuti trasparenti che in più di un’occasione ci danno l’impressione di spiare la vicenda attraverso il buco di una serratura ed è un intuizione felicissima e geniale questa, di farci assistere allo svolgersi delle storie e della Storia da un’angolazione clandestina e quasi casuale. E allo stesso tempo nessun aggettivo è meno indicato di casuale per descrivere l’arte di Hou. Nella rappresentazione della vita di corte e delle abitazioni padronali, policromie degli arredi e postura degli interpreti assumono una qualità significante imprescindibile.

Ambientato nell’epoca della dinastia Tang (vale a dire nell’VIII secolo d.c.), The assassin adombra un riferimento autobiografico e politico. Yinniang viene incaricata di uccidere Tian Ji’an perchè dissidente rispetto al potere vigente e Hou, cinese di nascita, è da molto tempo naturalizzato taiwanese. Ma questi sono dettagli. A estasiare è la magnificenza della visione, un’autentica sinfonia di suoni e immagini, capace di alternare piani fissi e ellissi vertiginose.

Nel ruolo della protagonista Hou ha chiamato Shu Qi, già protagonista del suo bellissimo Millennium Mambo, film del 2001 ma ambientato dieci anni dopo, in un 2011 ancora sconosciuto. È questa una delle cifre fondanti del lavoro di Hou: collocarsi in uno spazio ipotetico, letteralmente fatto della materia di cui son fatti i sogni e poi agirlo concretamente. Anche in The assassin c’è una continua, ostinata ricerca dell’astrazione che passa per cose dolorosamente concrete come le armi, la politica, l’amore negato e la propria vita perduta.

Fabio Orrico

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