Franco Brogi Taviani: Masoch

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È sempre una sorpresa dragare in profondità il cinema italiano e scoprire film dimenticati e bizzarri. Per esempio c’è questo Masoch, diretto da Franco Brogi Taviani (terzo fratello di quei Taviani), uscito nel 1980, andato incontro a un immeritato massacro critico e poi pressoché scomparso. Da lettore di Leopold Von Sacher Masoch, grande, moderno e luciferino scrittore, purtroppo più noto per le derivazioni linguistiche del suo cognome che per le sue opere, sono sempre stato incuriosito da questo film che sono riuscito a vedere fortunosamente qualche anno fa e che ora, a una seconda visione dovuta alla recente uscita in DVD per Mustang, sembra confermare i suoi pregi e il suo acume.

Si può forse parlare di un sottogenere tutto italiano che potremmo riassumere con la formula “un uomo e una donna in un interno borghese” e che trova i suoi esemplari più celebri in Ultimo tango a Parigi e ne Il portiere di notte e nelle infinite varianti più o meno nobili. Probabilmente Masoch si colloca in questo solco ma, a mio avviso, con maggiore consapevolezza dei valori messi in campo perché il gioco al massacro erotico non si ammanta mai, neppure per un attimo, della patina di cattiva letteratura che a tratti fa scricchiolare i film precedentemente citati. E stiamo parlando di un film che ha per protagonista uno scrittore, una delle professioni più difficili da mostrare al cinema perché, sostanzialmente, è un’attività che si svolge all’interno della testa di una persona, senza contare l’altissimo e pernicioso coefficiente di retorica che si porta dietro. Invece da questo punto di vista Brogi Taviani compie un’operazione di grande intelligenza. Masoch infatti rappresenta uno scrittore che agisce il proprio immaginario quindi, oltre allo studio di un rapporto di coppia, abbiamo ispirazione e scrittura sempre in primo piano. Possiamo non rendercene conto ma di fatto è così. E l’informazione agisce sullo spettatore.

Ma andiamo con ordine: l’ispirazione del film, prima ancora che dalle opere dello scrittore austriaco, viene dalle memorie di Aurora Rumelin, poi diventata per volere del marito Wanda Von Sacher Masoch (Wanda è l’eroina del capolavoro dell’autore Venere in pelliccia, a sottolineare l’ossessione “progettuale” di Leopold). Alla base del loro incontro c’è una complicata strategia seduttiva che prevede una corrispondenza nella quale Aurora decide scientemente di incarnare l’ideale erotico di Leopold e poi una serie di incontri complicati da espedienti romanzeschi (il volto celato, l’anonimato, l’agnizione finale) che sembrano fatti apposto per eccitare l’immaginazione di un narratore. Brogi Taviani non spiega più di tanto, ci mostra tutto questo attraverso una serie di siparietti aperti e chiusi da dissolvenze in nero (leit motiv stilistico del film) che collocano il suo racconto su territori brechtiani. E tutto il film è percorso da uno sguardo freddo, alieno da ogni giudizio, fenomenologico. Se il libro di Wanda / Aurora finiva per essere una lunga invettiva al marito, il film, pur sposandone le ragioni e mostrandole si rivela molto più imparziale e sfaccettato. Leopold è infantile, irresponsabile, perennemente in preda ai propri furori erotici e vive nell’ossessione di mettere in scena i fantasmi che lo tormentano. D’altra parte Wanda continua a ripetere il proprio refrain: “Lo faccio solo per noi e/o per il nostro amore” apparendoci insieme petulante e commovente. Aldilà dell’immaginario erotico il film ha il suo sottotesto più feroce in un discorso lasciato incombere a latere sulle classi sociali. Wanda, figlia di proletari, accede all’aristocrazia (peraltro solo di facciata, ché Masoch è oberato dai debiti) grazie al sesso e alla recitazione (Aurora interpreta Wanda). Una volta raggiunto l’obiettivo, sarà un’estenuante guerra di posizione per mantenere quanto guadagnato. Wanda vuole essere moglie e madre, Leopold vuole essere un personaggio dei suoi libri; da qui la frizione.

Masoch, dicevamo, viene descritto con tratti  puerili e ossessivi. In una bellissima scena, lo vediamo disseminare il suo appartamento di soldatini e eserciti in miniatura e mettersi a giocare con alcuni amici militari, riproducendo le grandi battaglie della storia. Wanda, nel frattempo, è sola in camera da letto, preoccupata per i debiti. E d’altra parte tutto il complicato armamentario erotico messo in campo da Masoch rimanda ai giochi dell’infanzia. Giochi di ruolo nei quali le figure retoriche del sesso sono riprese fino allo sfinimento, azioni e frasi messe in bocca alla moglie che Leopold non si stanca mai di sentir pronunciare. Brogi Taviani è fedele e chirurgico nel rappresentare questi momenti. La sua regia accorda una preferenza decisa per i primi piani, spesso con lo sguardo dell’interprete direttamente in macchina, ad aumentare l’effetto straniante e la presa di distanza. Le scene più spinte, le lunghe sessioni di tortura cui Wanda sottopone Leopold, sono filmate in piani sequenza fissi e in campo medio con un ricorso molto discreto al montaggio. Pornografia e reportage, insomma.

C’è un film, bellissimo, del 2014, intitolato The duke of Burgundy e diretto dal regista inglese Peter Strickland che, per strategia e struttura narrativa, ricorda molto Masoch. Mi chiedo se Strickland conosca il film di Brogi Taviani. Nella pellicola inglese la storia si svolge in un mondo che sembra abitato solo da donne e la coppia protagonista è lesbica ma dinamiche e rappresentazione del desiderio si assomigliano tantissimo. Probabilmente questo dà una patina di universalità alla descrizione che Brogi Taviani fa del sesso, autentica e mimetica. C’è anche un livello metaforico, forse scontato ma decisamente intrigante, che colloca i due amanti nella posizione di regista e interprete. Perché Masoch, nell’organizzare i suoi giochi è proprio un regista che spiega a Wanda come muoversi e cosa fare. Siamo insomma dalle parti di un bel cortocircuito tra cinema e desiderio e, d’altra parte, qualcuno ha detto, azzeccando una bella definizione, che noi cinefili siamo prima di tutto Macchine desideranti.

Ultima considerazione: Masoch può contare su due interpreti insieme aderenti e discreti. Paolo Malco, molto presente nel cinema di genere nostrano e Francesca De Sapio, attiva soprattutto in teatro ma anche moglie di De Niro ne Il padrino parte seconda di Coppola. Il fatto che siano due volti non particolarmente conosciuti, li ancora con maggior efficacia ai loro ruoli.

Ultimissima considerazione: ambientato nella mitteleuropa della seconda metà dell’800 e curatissimo sotto il profilo scenografico e formale, Masoch non scade in nessun momento nel calligrafismo, tanto che non viene nemmeno lontanamente in mente di citare autori come Visconti o Bolognini, eterne spade di Damocle di chiunque metta in scena una carrozza trainata da cavalli.

Fabio Orrico

 

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