Tondelli, lo scrittore necessario

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Nel 1980 avevo diciotto anni, e tutto il decennio successivo è stato il campo di battaglia della mia formazione, esistenziale, musicale e letteraria.

Quando ho letto “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli, ho provato quello che ho poi provato poco tempo dopo leggendo i libri dei minimalisti americani (da Bret Easton Ellis a Jay McInerney passando per David Leavitt), avevo trovato una forma letteraria che era solo mia, che era esattamente il tempo che stavo vivendo, che non era più unicamente un patrimonio ereditato dal passato (spesso glorioso).

“Altri libertini” è stato l’equivalente in letteratura di quello che è stato “Anarchy in the U.K.” dei Sex Pistols in musica, una spaccatura netta col passato, l’inizio un un’epoca, gli anni Ottanta, ricca di aria nuova: finalmente respiravo, e bene.

Da quel libro ho cominciato ad aspettare ogni nuova uscita editoriale di Tondelli come aspettavo un nuovo film di Wim Wenders o un nuovo disco dei Cure.

Nel 1982 uscì il romanzo “Pao Pao”, il suo secondo libro, basato, in maniera libera (e cos’altro dovrebbe fare uno scrittore degno di questo nome), sul suo periodo di leva militare, libro meno disperato e crudo, anzi spesso divertente.

Nel 1985 pubblicò “Rimini” un romanzo-romanzo, meno “italiano” ma più aperto al mondo, un libro dove i generi sono mischiati e centrifugati alla perfezione, un romanzo che, forse, non convinse i critici letterari che non si aspettavano un libro del genere da Tondelli, ma lui ha sempre fatto quello che voleva, e a ogni nuova uscita editoriale è sempre riuscito a stupire, tutti, forse perfino lui per primo.

Nel frattempo, da vero fan, seguivo Pier Vittorio Tondelli anche al di fuori dei suoi libri, non perdendomi un suo articolo su Linus, su Rock-Star, su “Per Lui”, fino alla creazione del “Progetto Under 25” con lo scopo di aiutare i giovani scrittori ad entrare nel mondo editoriale, con negli anni una serie di antologie di racconti, come per esempio “Giovani Blues”, “Belli e perversi” e “Papergang”, in collaborazione con la piccola casa editrice di Ancona “Il lavoro editoriale”, diventata poi Transeuropa, tra il 1986 e il 1990 e con cui vennero lanciati, tra gli altri, scrittori come Giuseppe Culicchia, Gabriele Romagnoli, o Silvia Ballestra. E dato che anch’io all’epoca cominciavo a scrivere i miei primi racconti, e avevo meno di 25 anni, gliene mandai uno, che però non venne mai selezionato per una delle sue, mitiche (quantomeno per me) antologie, e per questo un po’ lo odiai (ma solo un po’), anzi, andai a Torino alla presentazione di una delle antologie, sul palco c’era Tondelli con un paio di sue giovani scoperte, e pensai che su quel palco avrei dovuto esserci anch’io, anche se col senno di poi, e rileggendo il racconto che gli avevo mandato, aveva ragione lui, quel mio racconto era veramente, ma veramente, brutto.

Nel 1989 pubblicò il romanzo “Camere separate”, sorprendendo ancora tutti, con un libro di nuovo diverso dai precedenti, scritto con uno stile magnifico, con una lingua perfetta, la cosa più bella scritta da Tondelli, insieme a “Altri libertini”.

In mezzo, e dopo, ci sono stati altri suoi libri, tutti a modo loro importanti, sicuramente per fotografare in maniera esemplare un’epoca, gli anni Ottanta, come “Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ottanta”, e “L’abbandono. Racconti dagli anni ottanta”, ma anche “Biglietti agli amici” e “Dinner Party”.

Morì, veramente troppo giovane (aveva 36 anni), nel 1991.

Sono passati venticinque anni e bisogna continuare a leggere, e far leggere, magari anche nelle scuole, Pier Vittorio Tondelli.

Roberto Saporito

 

 

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