All’inizio fu il Dadaismo

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(Sul tempo e l’amore. Dispacci da Zurigo)

Questo è stato l’anno in cui a Zurigo si è celebrato il centenario del Dadaismo. Il  movimento si sviluppò fra il 1916 e il 1920. L’anno cruciale è considerato il 1916, ma anche il 1917 e il 18, quando Tristan Tzara, cercò di delimitare gli scopi del movimento nel Manifesto Dada sono stati anni importanti. Tzara scrisse :
“Dada non significa nulla”. Definì il termine uno scherzo, una provocazione, un nonsense,un gioco di parole, un richiamo ai versi dei bambini. Altri cercarono di trovare una chiave interpretativa, ma non c’era. Oppure se ne potevano trovare tante e diverse, tutte unite da un pacifismo variamente motivato.

Il movimento dalla Svizzera si diffuse in Francia, Germania, Italia e altrove. Difficile assimilare i componenti, perché l’unico scopo dichiarato era stravolgere le convenzioni estetiche dominanti, e quindi in tanti potevano essere considerati “dadaisti”. Inoltre , gli artisti stessi tendevano al nomadismo ed era estremamente difficile  collocarli  fisicamente.

A Zurigo quest’anno hanno dedicato varie mostre a questo anniversario. Le più importanti  sono state tre.
Sono andata a vederle tutte.

Perché volevo scriverne, certo.

Non solo. Volevo e dovevo scrivere sull’amore e sul tempo.

Sull’amore nella città elvetica. Sul tempo, che si sbriciola e inganna e sul mio, influenzato da cose che accadono e sono accadute, a Zurigo e altrove. (Come è stato scandito il mio tempo da questa città, dai suoi spazi?)

 Ho compiuto un atto dadaista?

Ho usato, quindi, quella del dadaismo come scusa. Come espediente?

Ecco l’esordio della mia storia, non ancora conclusa

È un lavoro iniziato da un anno e mezzo. Un lavoro sofferto, carico di dolorosa urgenza, mitigato dai passaggi, qui, nella città elvetica. Fra gli scorci del lago, i giochi ad effetto del cielo grigio sui palazzi grigi,della pioggia improvvisa che travolge per strada e poi smette.

Sull’amore nella città di Z.


Le notti si dilatano come fisarmoniche
-Suoni, rimpianti, baci perduti.

(Insignificanti
enumerazioni
-Νulla, solo parole per gli altri

Ma dove finisce la solitudine?)

Ogni mattina
Manolis Anagnostakis

Elle n’était qu’un desir

Catherine Guillebaud

La città di Z. è una geometria quasi perfetta, vetro, cristalli, palazzi UBS, Gaultier, fiume  – lago -e fiume di James Joyce, donne veloci con le caviglie gonfie, mazzi di chiavi che tintinnano, orologi come pupille, Sihlcity a Enge, tram a serpente, cori di musica sacra, le piccole Migros, altri cori, altre pupille, gente che sbircia, tutti che guardano tutti, gente che ammicca, che sa e non dice,  un orologio enorme, le grandi costruzioni, le grandi Migros, chiese coi merletti,  Niederdorf, cioccolato su argento, argento, oro e frutti di bosco in ceste con la bandiera, sigari e bancomat.

  1. è questo. Inizia dove deve e finisce dove decidi, s snoda, si riannoda, ti sconvolge i piani e la vita.

I quartieri  si chiamano Kreis,  i grigi mutano a ogni ora,  e poi ci sono cose belle, cose che si  fanno riparo provvisorio, un bar marginale che si chiamava Elite, la Borsa, una stazione di silenzi, una di Calatrava. Lo zoo, l’indecenza trattenuta, il coprifuoco delle diciotto, l’abbandono delle undici.

Perché alle undici mi lasci sempre in stazione perché possa prendere il mio treno, perché alle undici è lo strappo, ogni volta.

La città ha banche in fila come collegiali, cigni maestosi, il Bellevue, un museo d’arte moderna di cui conosco angoli, scale, deviazioni e sfumature di bianco quasi a memoria. Un bianco- museo, un bianco-assoluto.

Forse è l’unico posto che conosco come il tuo corpo, lì.

A memoria, il bianco. Il bianco, come il silenzio. ( a memoria il tuo corpo) Il bianco e il corpo amato richiedono lo stesso metodo.

Il bianco della Kunsthaus è una sinfonia che mi accompagna in ogni strada, in ogni percorso.

Ho provato a imparare tutto, qui, le strade, i tram, le periferie, le insegne, le rotonde. Volevo sentirmi del posto, voglio sempre sentirmi abitante autorizzata non abusiva della città di Z. Sentirmi  cittadina, legale, conosciuta quasi perbene.
Z. è attraente e ci provo ancora. Z. è seducente.

Così ricca, così anonima, io la capisco, la conosco nel suo non conoscibile, è un volo d’ali o un peso sul cuore, è Bach e Richter,  gli appunti,  la multa sul tram, un salto all’ aeroporto di sera, schiuma di latte e riguardi, un negozio di alta moda,  natale di cristalli, legno e vino cotto, le vetrate di Chagall.

A proposito della città di Z. credo che si dovrebbero inventare nuove parole.

Un alfabeto apposta.

Nuovi fonemi.

Lo Zeta Linguaggio.

L’alfabeto di Z.

Intanto, lo costruisco coi sensi.

Una traccia fluida di atmosfere, incontri, colori.
Lascio emergere.

La pelle, gli occhi, un amour fou,  un destino.

 Tu. Sei una persona o una categoria? La tipologia di un amante, una creazione, un uomo-fantoccio ritagliato su un bisogno?

Tu sei  la cabala, l’ombra,  lo slancio monco, la libertà sulla tavola da surf, la carta sbagliata dei tarocchi, la luce eterna di Amsterdam, voglia sadica,  timidezza con la maschera, il tendine rotto, il non adesso, l’attesa fuori dall’HB, il giro dal lago dei Quattro Cantoni, le porte che si chiudono, la scheggia,, l’accento sbagliato, la traccia remota di un’innocenza adolescente

E quante altre cose sei.

Cara C.

Sono rientrata dopo la cena, stamattina mi sento debole e spero che la pressione tenga. Che dirti, del resto? Sto prendendo un caffè lungo e insapore, il caffè di Langstrasse. Te ne ho parlato tanto che è come se lo stessi bevendo con me.

A Langstrasse mi sento al sicuro. C’è tutto quello che serve per sperimentare una stasi necessaria. Posso fermarmi, voglio dire. Non lo faccio mai, lo sai. Cerco sempre di introdurre cose, di farne altre, di non rallentare neanche per errore.

Lo so che siamo in tanti a fare così, e chissà quanti sanno che è sbagliato.

Un grossolano errore di calcolo. La vita è nelle decelerazioni. Anche nelle insenature, nell’ infinitamente piccolo

Qui nella città di Z.su questo rifletto. Sull’amore e sul tempo.

Francesca Mazzucato

 

 

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