Nel deserto delle nostre certezze

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“Il ranch era attraversato da un torrente che s’ingrossava in primavera, nutrendo una stretta striscia di salici ed erba verde anche nelle più torride settimane d’estate. Gli alci e i wapiti si fermavano a brucare sulle sponde, lasciando profonde impronte nel fango. Sam Innis era cresciuto lì insieme a sua madre. Suo padre era morto nella guerra del Vietnam. La donna si era aggrappata al sogno del marito, aveva preso in affitto un terreno a pascolo, allevava un pugno di vacche e dava lezioni di piano ai bambini di tutta la valle”.

Inizia così In un palmo d’acqua, ultima opera di Percival Everett pubblicata, come le precedenti, dalla casa editrice Nutrimenti. E’ il primo racconto di nove e si intitola Un po’ di fede. Fin dalle battute d’esordio siamo introdotti nel microcosmo sociale di una comunità insediata in un ‘census-designated place’ (forma di amministrazione non legalmente riconosciuta), contea di Fremont, stato del Wyoming, Stati Uniti d’America. Sono storie che si sviluppano tra pascoli e deserti, laghi d’altura e strade di campagna, ai margini di un sogno americano che, nel ventunesimo secolo, ha perso completamente la sua forza espansiva. Come da tradizione western, uomini e cavalli, pietre e serpenti, hanno la stessa dignità nell’economia della narrazione. L’anima del deserto è uno pneuma che soffia sui ranch e penetra i muri delle case. Tuttavia, nessuno di questi racconti può essere ridotto ad una connotazione di genere. E’ pura letteratura della contemporaneità, che si serve, semmai, di determinati canoni e codificazioni per creare uno stile inimitabile, complesso e stratificato.

Percival Everett è uno scrittore colto, appassionato di mitologia greca, studioso della grande epopea americana, capace di sperimentare molteplici filoni letterari (giallo, noir, western, thriller, commedia), per incrociarli e sovvertirli dall’interno. Come scrive Giorgio Vasta, in un’intervista all’autore pubblicata sul blog Cronache Letterarie, “il linguaggio non è usato come strumento per dare forma alla narrazione, ma viene percepito e convocato come una specie di personaggio: un personaggio sensibile, significativo, problematico” (http://cronacheletterarie.com/2015/02/17/conoscete-percival-everett/). Accade anche In un palmo d’acqua. Everett si pone in ascolto del territorio come un rabdomante, allo scopo di ricavarne un linguaggio, prodotto naturale di una comunità in cui i singoli protagonisti sono le ragioni sufficienti di un comune sentire tramutato in gesti, in idioma, in battute del discorso. Gli uomini, le donne, gli animali, si potrebbe dire ogni cosa naturale o artificiale, sono portatori di un messaggio invisibile, un segno nascosto che potrebbe rivelarsi da un momento all’altro nelle interazioni che essi hanno con gli altri o con l’ambiente circostante.

Il deserto non è né uno sfondo asettico nè un mero contenitore di storie, è piuttosto un personaggio autonomo, un’entità che si relaziona con i protagonisti in carne ed ossa per costituirne un tratto identitario ineliminabile. “Mancavano un paio d’ore al tramonto, e il sole conferiva alle rocce a ovest un riflesso bronzeo e sinistro. Il vento alzava e scuoteva nugoli di polvere. Non c’erano sentieri, né umani né di altro tipo. Si fermò ed esaminò un paio di cantucci strani, pensò che uno fosse il posto perfetto in cui un bambino poteva fermarsi a riposare. Poi si ricordò che spesso e volentieri gli uomini credono a ciò che vogliono credere”. I protagonisti dei racconti di Everett non attraversano il deserto o i vasti spazi aperti per dimenticare se stessi, perdersi, o essere sopraffatti dal proprio cupio dissolvi, ma per ritrovarsi nell’incanto di una rivelazione improvvisa che solo quel luogo specifico può dare.

Prendiamo Gerry di Gus Van Sant quale esempio paradigmatico delle narrazioni attorno al tema della scomparsa, un film in cui i personaggi “effettuano un tragitto senza direzione e senza motivazione alcuna in una zona desertica […], un percorso privo di giustificazioni contenutistiche che si conclude in un’abbagliante distesa di sale nella quale i due individui portano i loro corpi quasi a smaterializzarsi nel bianco e nel calore di un deserto mortifero che ovviamente allude alla loro condizione interiore” (M.G. De Bonis e O. Youdorovich, Paesaggio e figura umana. Un percorso tra cinema e arti visive in Cosa devo guardare, Postcart 2012); a confronto di un esito così palesemente nichilistico i racconti di Everett spiccano per la ricerca di un valore o di un evento significativo, in grado di illuminare i singoli cammini individuali e gli angoli bui dell’esistenza. Sam Iannis, il veterinario che si inoltra di sua volontà nei canyon per salvare Penny, una bambina indiana sorda allontanatasi dalla riserva sfruttando una disattenzione della madre, sperimenta nel suo viaggio verso il nulla una doppia incomunicabilità, quella della bambina, appunto, e quella dovuta al malfunzionamento dei walkie-talkie che, in mezzo alle rocce, non ricevono il segnale, rendendo impossibile qualunque contatto con il campo base della polizia. Morso da due serpenti a sonagli, Sam Iannis riesce comunque a salvare Penny e a riportarla a casa. La sosta nel deserto, l’accensione del fuoco per ripararsi dal freddo della notte e soprattutto la successiva visione sono punti di passaggio da un mondo ad un altro. Al veterinario, in preda alle allucinazioni, appare nel fuoco Dave Wednesday, “il membro più vecchio della riserva”, morto a 92 anni quella stessa mattina, che gli guarisce la mano ferita. E’ stato il veleno a produrre le visioni? Non lo sappiamo. Non è importante. Ciò che conta è l’accadere di qualcosa, un evento che non cerca spiegazioni scientifiche ma che sembra, piuttosto, essere alla base di successivi accadimenti, un nodo nella narrazione delle esperienze personali che vieppiù si intrecciano ai margini del vero e della magia.

In tutti i racconti, Everett sembra alla ricerca, nella migliore tradizione americana, di una frontiera, che, non potendo più essere pensata nei termini di est e di ovest, balugina tra le pieghe del tempo e dello spazio, alle radici di un mito che viene continuamente aggiornato e riscritto. Anche quando irrompe l’assurdo, come nel caso del racconto Vetro solubile, in cui un uomo decapitato va a recuperare la sua testa da una carrozzeria sotto gli occhi di un malcapitato meccanico, l’avvenimento insolito non è mai un mero coup de théâtre, rientra anzi nel registro del verosimile in quanto perfettamente legato ad un ambiente e ai fatti che lo hanno preceduto. Anche se sappiamo che nulla di quanto raccontato potrà verificarsi nella realtà, sentiamo che la realtà stessa è aperta a sviluppi appartenenti a infinite dimensioni parallele. Howard Gunther, lo sceriffo protagonista dello splendido Arriva il giorno, non incontra sulla sua strada eventi paranormali. Paradossalmente ma non troppo, è dall’eccessiva normalità della vita di provincia che emerge l’inaspettato, un fatto di cronaca nera che squarcia la monotonia e che ha la stessa valenza ontologica del luogo edenico e irreale de Un lago d’alta quota o del falso ricordo che la donna centenaria dell’ultimo racconto, Graham Greene, condivide con Jack Keene prima di morire. I confini tra vero e falso, tra ordinarietà e sortilegio svaniscono nel pulviscolo di orizzonti polverosi.

Everett liquida con la sua scrittura agile e intrigante le apparenti solidità di un continente che, a partire dalla sua stessa genesi, è frutto di una composizione sociale complessa, tuttora problematica, irrequieta, conflittuale. Sotto le ceneri del melting-pot americano cova la scintilla non sopita delle rimozioni storiche, in primis il destino dei pellerossa ed il ruolo dei neri nell’immaginario collettivo, nonché nella rappresentazione estetica e letteraria. Serpeggia, dalla prima all’ultima riga, una sottile irrequietezza, come se qualcosa dovesse rivelarsi prima o poi, da sé, nelle interazioni o nei dialoghi, anche a proposito dell’identità dei personaggi. Molti di loro, scopriamo, sono neri (come lo stesso Everett), ma la connotazione razziale – e vale spesso anche per gli indiani –, è un dato che emerge nelle parole altrui, per caso o incidentalmente. In questi racconti l’affioramento dell’appartenenza necessita sempre di un riconoscimento e di circostanze specifiche, non è mai un fatto naturale o scontato.  Il decentramento cognitivo è un aspetto importante della scrittura di Percival Everett. Gli altri, per i pellerossa, sono semplicementi i “non-indiani”. Viene così decostruita, intelligentemente, una rappresentazione edulcorata che risale alla tradizione hollywoodiana, – il grande ovest dei bianchi, i cowboy, la marginalità culturale delle minoranze etniche, il dualismo tra pionieri e resistenti autoctoni, la prevalenza numerica dei giovani e degli adulti -, quasi fosse uno standard indiscutibile al quale appendere la nostra idea di far west. I molteplici punti di vista sui quali i racconti de In un palmo d’acqua sono incardinati (compresa la prospettiva degli anziani e degli adolescenti), al contrario, creano un mondo multiverso e fluttuante, ironicamente confliggente con la solidità del panorama roccioso entro cui si articolano le storie narrate.

Vi sono molti modi per interpretare l’oppressione e indovinarne gli esiti. Recentemente lo scrittore e militante politico nero Ta-Nehisi Coates ha raccontato, sotto forma di lettera al figlio, il proprio vissuto esistenziale in Between the world and me (traduzione italiana: Tra me e il mondo, Codice Edizioni 2016), in cui l’identita è interpretata, hobbesianamente, come un “prendersi il corpo altrui” dei bianchi sui neri, in un gioco di forze che, astuzia crudele della storia, ha come esito ultimo la distruzione delle nostre stesse risorse. “E’ stato il cotone passato attraverso le nostre mani incatenate che ha inaugurato questa era”, dove per “era” si intende ovviamente quella centrata sulla rivoluzione industriale, periodo che molti scienziati ormai identificano con il termine ‘antropocene’. Percival Everett, autore sensibile alle evoluzioni politiche del proprio paese, accetta la tesi di una civiltà in lotta col proprio momento di declino, ma sembra suggerirci, nella filigrana dei racconti, un approccio differente ai problemi, una soluzione filosofica basata sull’ascolto della natura e sull’accettazione della diversità, una com-passione asciutta e lontana da facili pietismi. I personaggi di Everett, più che dei perdenti arrabbiati o persone alla ricerca di una consapevolezza sociale, sono esseri umani inquieti, visceralmente legati al territorio, incapaci di fughe altrove o di rivendicazioni collettive, appesi ad un misterioso filo che, una volta tirato, può innescare la miccia del riscatto o della dannazione.

E’ una visione dell’ambiente e dei rapporti tra uomini, animali e cose, questa di Everett, che si potrebbe accostare ad alcuni sviluppi della filosofia analitica americana degli ultimi anni, ben affrontati da Leonardo Caffo nel numero 251 de La Lettura in un articolo intitolato La natura oltre l’uomo, in cui l’autore recensisce il libro Dark Ecology di Timothy Morton ed in particolare il concetto di ‘coesistenza’: “Tutte le forme di vita sono sempre già implicate nell’ecologia, che non è mai qualcosa di cui ci si possa occupare oppure no rendendola paradossalmente un’attività antropocentrica, quanto piuttosto la condizione di possibilità del riconoscimento di una differenza coesistenziale per affrontare la catastrofe ambientale, che, secondo Morton, si è già verificata”. Nei racconti de In un palmo d’acqua, allo stesso modo, l’evento rivelatore è una soglia tracciata nel suo accadere, dove ogni cosa pare co-implicata alle altre in una sorta di cospirazione dell’avvenimento, epifania di verità nascoste.

La scrittura di Percival Everett interroga la nostra forma mentis, il nostro essere ripiegati su una interpretazione dualistica e restrittiva del rapporto tra cultura e natura, in virtù di una educazione scolastica che abbiamo introiettato da secoli (a differenza, non a caso, degli indiani d’America). L’immaginazione dello scrittore fa affiorare un mondo distante, vitale, enigmatico, una monade le cui porte sono costantemente aperte, una metafora che ci assorbe. Jack Keene, nel già citato Graham Greene, per effettuare la sua ricerca della persona scomparsa è costretto ad utilizzare Google, e parlando in prima persona afferma: “E come sempre mi sono sentito un po’ contaminato per il solo fatto di essere andato su internet”. Leggendo questi bellissimi racconti intuiamo che per l’autore il sostrato delle cose è poroso e che l’abitudine dei gesti è già una perfetta disposizione alla contaminazione, all’irruzione dell’ignoto. Basta un soffio di quotidianità per trovarci, improvvisamente, dall’altro lato dello specchio. Un demone, un incontro, una parola, un sogno, basta poco perché il deserto avanzi sopra le nostre certezze.

Alessandro Vergari

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