MIA HANSEN-LØVE

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Tra le cinematografie europee, quella francese continua ad essere probabilmente la più in forma. Prescindendo dai prodotti puramente da esportazione, alla Jeunet per intenderci (e che comunque stanno una spanna sopra agli omologhi italiani, Tornatore e Salvatores) il cinema francese riesce a essere convincente nel genere puro, dal noir all’horror, con tanto di periodiche migrazioni di cineasti verso Hollywood, oltre che ad offrire un panorama autorale di tutto rispetto, più o meno legato alla più gloriosa e antiaccademica delle tradizioni d’oltralpe (la nouvelle vague, impossibile non parlarne): c’è, per esempio, Mia Hansen-Løve, una giovane regista che, in poco meno di dieci anni (il suo esordio Tout est pardonné è del 2007) ha dato vita a un corpus filmico originale e compatto, attraversato da momenti di autentica bellezza e grazia e che trova il suo baricentro emotivo in quello che, a tuttoggi, può essere considerato il suo capolavoro, Eden, penultima pellicola licenziata nel 2015 (l’ultimissima, L’avenir, protagonista la sempre meravigliosa Isabelle Huppert è ancora inedita in Italia).

Eden racconta vent’anni di vita di due ragazzi, concentrandosi soprattutto sulle vicende di Paul (Felix de Givry, bravissimo), che negli anni 90 costituiscono un duo di musica elettronica ricalcato sui Daft Punk e gli Air. Quello che passa sotto i nostri occhi è l’affresco di una vita ordinaria in piena adesione con la propria vocazione artistica. Perché Paul vuole essere un musicista, e in questo non accetta compromessi. Scopriamo quindi che è puerile, inaffidabile, egoista ma anche capace di calore, generosità e slanci di altruismo. Personaggio prismatico, più vero del vero, in due ore di film che scorrono veloci conosciamo le donne di Paul, vere e proprie stazioni della sua vita come Louise (Pauline Etienne) che vive con lui gli anni del successo e poi il ritorno di fiamma negli anni bui dell’anonimato e della difficoltà economica, il bellissimo cameo di Greta Gerwig, amante americana e poi la femme fatale incarnata da Laura Smet, breve parentesi autodistruttiva. È straordinario il modo in cui la Hansen-Løve mette in scena vent’anni di vita occidentale riflessa nella sua musica (anzi in un solo genere, il garage house), come mostra i grandi riti collettivi, i rave e poi le radio e le etichette discografiche. Dalla spontaneità all’industria, insomma, senza ritorno e senza freni, in una narrazione libera e struggente, capace di ritagliarsi aperture renoiriane, come nella bellissima scena in piscina: l’inseguimento divertito di Paul e Louise, la breve lotta nell’acqua e poi l’abbraccio sempre più languido e appassionato. Un pezzo di cinema toccato dalla leggerezza e dalla grazia. Ma tutta la produzione della Hansen-Løve è attraversata da momenti come questo. In Un amore di gioventù c’è il segmento narrativo delle vacanze di Camille e Sullivan. Sono seduti agli estremi di un lungo tavolo. Lui è di cattivo umore, Camille lo raggiunge gattonando su una panca fino a chiudersi tra le sue braccia; è un momento lento, estatico, con la macchina da presa che finisce per chiudere sul volto di Camille che è quello, bellissimo, di Lola Creton, nello stesso anno musa anche per Olivier Assayas nel non meno bello Qualcosa nell’aria. E in Un amore di gioventù trova posto anche la rievocazione autobiografica della relazione che la Hansen-Løve ha avuto proprio con Assayas, alla cui figura qui allude quella di un maturo architetto.

Autobiografia e sentimento del tempo si rincorrono e si compenetrano nei film della regista francese. La messa in scena è aerea e sfumata ma, quando occorre, capace di ancorarsi agli oggetti come, per esempio, il cappello ereditato da Sullivan che nella bellissima scena finale viene casualmente abbandonato alla corrente di un fiume, mentre Camille nuota in direzione contraria: correllativo oggettivo perfetto e a suo modo lancinante della fine di un amore, anzi, della liberazione da un amore.

Stesso piglio autobiografico informa anche Il padre dei miei figli dove, con perfetta myse en abyme, ci viene raccontato di Arthur, un giovane regista in attesa di fare il suo primo film, bloccato dal suicidio del produttore che aveva creduto in lui, esattamente ciò che successe alla Hansen-Løve ai tempi di Tout est pardonné.

Il padre dei miei figli è anche un film sul cinema e la cineasta si pone nella compagine dei pessimisti. Se Truffaut raccontava in Effetto notte il caos e la gioia del set e Fellini in Otto e mezzo la tragedia ma anche l’euforia dell’ispirazione passando per le nevrosi di Fassbinder, gli scarti noir di Wenders e i ritratti duri e cinici di Ferrara e Eastwood, la Hansen-Løve si concentra sugli aspetti più pragmatici e stringenti del lavoro di produttore. La difficoltà di reperire i capitali, il fantasma della banca rotta, la gestione delle bizzarrie degli autori, le inevitabili e catastrofiche ricadute sulla vita famigliare.

Il produttore Gregoire Canvel (controfigura di Humbert Balsam, a quanto si dice mandato in rovina dalle pretese folli di Bela Tarr) è  interpretato da Louis-Do de Lencquesaing che attraversa il film con la sua performance quasi elettrica, mentre sua figlia, reale protagonista a partire dalla seconda parte del film è Alice, figlia anche nella vita dell’attore. Bellissime le sequenze tra Alice e Arthur, lui che va in giro col suo copione gelosamente custodito da un’inseparabile tracolla come fosse un tesoro.

Film sul cinema e sull’elaborazione del lutto, sulla ferocia del mondo e sull’inesorabilità del lavoro, Il padre dei miei figli è un poemetto accorato e severo di una regista che, ci sembra abbia tantissimo da dire e che, miracolosamente, ha raggiunto molto presto la sua maturità di racconto. È cinema bellissimo, insomma, che abbiamo il privilegio di vedere nel suo farsi.

Fabio Orrico

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