Marco Luppi, dalla parte della poesia

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È  un esordio sorprendente, questo di Marco Luppi, che con Dalla parte della radice, appena uscito per Eretica edizioni, colpisce come una delle voci tra le più originali degli ultimi tempi per il dettato delle sue poesie, essenziale – ma non scarno – e per altezza morale.

Tra indignazione civile e raccoglimento, tra azione e stasi (feconda) Luppi, che è nato a Guastalla nel 1976 e vive a Mantova, non abbandona neanche per un momento il suo “pensiero profondamente solidale con l’umano”, come sottolinea – a ragione – Pier Damiano Ori nella sua introduzione puntuale.

Non gli appartengono ancora, dice Luppi, “la lucidità e il disincanto” e perciò scrive

Della volgarità del bene

e della mediocrità del male.

Dell’odio che unisce

molto più di quanto l’amore riesca a fare

della pochezza sufficiente

a qualunque travestimento.

[…]

Della mancanza di limite

Che hanno certe facce.

Di chi vomita parole a spruzzo

E di chi non le smorza

Spingendole giù fino in fondo,

fino a imprimersele dentro.

Ché nel giorno di Natale

Ci si affeziona

Anche alle proprie inferriate. […]  (Non mi stupisco)

Luppi possiede padronanza della parola già matura nel versificare, anche nei solo apparenti jeux de mots di ricercata, voluta e ottenuta musicalità

Dell’orditura incostante

Dell’orologio fermo

Di luce lacrima

L’occhio prosciugato  (Lo specchio vuoto)

Oppure

Sono per il non detto, per lo spazio in difetto (Nel poco)

E ancora

Nello scrivere a vento di frassino

Tasto in rilevo muto ma non sordo

Medaglioni in cerci d’albero al centro,

io lì solo sogno dove non sono

semantica ma apocrifo argano

semina di vecchio, gnostico grano. (Melville in Braille)

Fino a far incontrare Vladímir Vladímirovič Majakóvskij con Gesualdo Bufalino

Nemmeno un capello bianco

Su questo cuore di carta velina,

che sanguina per niente, come la pelle dei vecchi.

Con la consapevolezza che

la poesia contemporanea

È un ossimoro. (Duepuntozero)

Ciononostante, non si arrende, Marco Luppi, e in tensione perfetta a scendere, passa dalle composizioni più ariose a un’asciutta, densissima essenzialità in condensazione di significato: nelle poesie delle ultime pagine le parole raggiungono una limitatezza numerica estrema, in un acutizzarsi dell’angolo percettivo da cui osserva e penetra il mondo. Come questa raccolta d’esordio fosse in sé percorso di formazione per il poeta, che qui chiude in perfezione il cerchio ma in potenza, è chiaro, ha ancora molto da dire.

Noi aspettiamo fiduciosi.

Anna Vallerugo

 

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