Robert Eggers: The witch

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Ha fatto capolino sul finire della stagione e forse da qualche parte è ancora possibile vederlo su grande schermo: The witch è l’opera prima dell’americano Robert Eggers, formalmente un horror ma di quella categoria capace di spingersi oltre i confini del genere. Non per un qualche complesso di superiorità autorale ma per naturale, organica ambizione del discorso.

Ambientato intorno al 1630, il film racconta di un nucleo familiare composto da padre, madre e cinque figli (l’adolescente e primogenita Thomasin, Caleb di poco più giovane e poi due gemellini e infine un neonato) banditi dalla colonia in cui abitavano per un motivo che, con intelligente scelta drammaturgica, non conosceremo mai con precisione. Ci basti sapere che il pater familias interpreta le sacre scritture in modo troppo personale o almeno questo è quanto gli viene contestato. La famiglia si stanzia di fronte a un bosco, costruisce una casa e coltiva un campo, poi accade l’inaspettato: Thomasin esce con il suo fratellino neonato che, all’improvviso, sparisce sotto i suoi occhi. Unica testimone della sparizione è la foresta, silenziosa e spettrale. Da allora l’irreparabile: le colture marciscono, la quiete familiare si spezza fino a minare le sue gerarchie interne e un inquietante caprone nero comincia a farsi vedere intorno alla fattoria, ossessivamente stuzzicato dai due gemelli.

Non accade molto altro in The witch, salvo l’impennarsi di una tensione sempre più densa e vischiosa. Ma a rendere unico questo film eccezionale sono le traiettorie spaziali e formali create da Eggers, il suo linguaggio visivo estremamente colto, con ascendenze tarkovskiane, un senso del ritmo pacato e quasi ipnotico, la virtuosistica valorizzazione degli interpreti, guidati con maestria e spinti a un’espressività da cinema muto. E poi il sottotesto sessuale che percorre il film. Da subito Eggers mette al centro della narrazione il nascere del desiderio di Caleb per Thomasin, lo fa per piccoli tocchi, allusioni e dettagli ma squadernando il centro tematico della sua opera: il sesso e il manifestarsi delle prime pulsioni in un contesto di isolamento, superstizione e integralismo. E poi, altro tema base: il pionierismo. In più di un dialogo si rammenta l’Inghilterra, la patria dei pellegrini protagonisti, deprecando la malasorte che li ha spinti ad abitare il nuovo mondo. The witch è anche un racconto delle origini, un poema fondativo sulla nascita di una nazione, un regesto profondamente americano in cui si incontrano i fantasmi di Nathaniel Hawthorne e Emily Dickinson.

Quest’ultima direzione tematica, a ben guardare, è profondamente connessa col cinema americano e la sua tradizione. Dal western classico all’horror più estremo fiorito negli anni 70 abbiamo a che fare con un immaginario che rimanda direttamente all’antico testamento. Storie di violazioni e vendette su uno sfondo primordiale. La scoperta della sessualità poi diventa un sottofondo morale di tanto horror, anche il più effimero e seriale: si veda l’infinita saga dei Venerdì 13 dove  a fare le spese della furia omicida del mostro Jason Voorhees sono soprattutto coppiette adolescenti desiderose di scrollarsi di dosso la verginità. Eggers compie quindi una bella sintesi di tendenze endemiche, filtrandola attraverso un’ottica moderna e femminista. The witch si chiude in modo potente e liberatorio, con uno degli elogi più belli della donna che si siano visti sullo schermo e insieme una delle più acute e geniali metafore dell’orgasmo. Ancora una volta abbiamo prova di come il cinema di genere possa essere uno specchio fedele della realtà e come, addirittura, possa proporre una sua eversiva idea di cambiamento. In questo senso il giovane Eggers, seppure più colto e ambizioso, è la parte terminale di una parabola visionaria che ci ha dato Tod Browning e Roger Corman, Wes Craven e George Romero, con tutto che la sua densità di sguardo non può non essersi abbeverata alla scuola del già citato Tarkovskij e del Dreyer di Dies Irae. Giunto alla fine di The witch c’è un altro nome che mi è venuto in mente ed è quello di Marco Bellocchio. Il cineasta piacentino già una ventina d’anni fa con La visione del sabba e più recentemente nel capolavoro Sangue del mio sangue ha usato la figura della strega come metafora di una donna perseguitata ma alla fine trionfante (e in effetti, ma rischiamo di andare fuori tema, tutto il cinema di Bellocchio è abitato da streghe e un altro film sottilmente stregonesco e doppio è il dimenticato e prezioso Gli occhi la bocca). Probabilmente è qualcosa di introiettato al cinema del nostro tempo, una celebrazione del femminile come forza demoniaca di rinnovamento e caos e sarebbe divertente tentare una breve antologia (ipotizzando un sottogenere, indicherei il capostipite nel bellissimo Holy smoke di Jane Campion, remake al contrario de L’esorcista).

Insomma, mi piace pensare a The witch, come a un cinema posseduto e come per tutto il grande cinema anche per la pellicola di Eggers non esiste esorcismo che tenga.

Fabio Orrico

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