Cattet e Forzani: il nuovo cinema belga

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(Film: Amer,   Lacrime di sangue)

Infinite e non sempre comprensibili sono le vie della distribuzione: non è quindi così raro che film fondamentali disertino le nostre sale ma, se siamo fortunati, ce li ritroviamo sugli scaffali delle videoteche. È questo il caso di Amer e Lacrime di sangue, opera prima e seconda della coppia di cineasti belgi Helene Cattet e Bruno Forzani, riuniti in un unico, lussuoso cofanetto da Koch media.

Usciti rispettivamente nel 2009 e nel 2014, accolti con successo in svariati festival non solo tematici, i due film si sono costruiti, a ragione, fama di cult movies. Secondo chi scrive si tratta di una delle esperienze visive più totalizzanti degli ultimi anni. Di che si tratta? Prima di tutto di un omaggio sincero, appassionato e coltissimo al thriller italiano, in particolare a quello che ha in Dario Argento il suo capofila e che, nei primi anni 70, ha visto fiorire una lunga lista di epigoni dal valore a volte non minore dei prototipi. Le linee guida stilistiche erano facilmente individuabili (e un po’ meno facilmente replicabili): rappresentazione sfacciata e barocca della violenza, dilatazione dei tempi, uso fortemente espressivo della colonna sonora (e in questo Argento accoglieva puntualmente la lezione di Sergio Leone, cui era stato collaboratore per il soggetto di C’era una volta il West) e molto spesso massicce dosi di erotismo. Se non è possibile non citare il magistero argentiano, è altrettanto impossibile non notare come Cattet e Forzani guardino con precisione e riverenza a un altro cineasta, piccolo maestro del nostro cinema della paura: Sergio Martino col  suo ciclo di thriller interpretato da Edwige Fenech: il film più bello di Martino, Tutti i colori del buio, è puntualmente citato in Lacrime di sangue (il cui titolo originale peraltro suona L’etrange couleur des larmes de ton corps in continuità con la delirante esuberanza verbale di altri titoli martiniani, uno per tutti Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave). Amer e Lacrime di sangue sono dunque due thriller? Anche. E non solo. Perché il lavoro che Cattet e Forzani compiono sul genere può essere paragonato, per capirci, a quello che in letteratura ha fatto Peter Handke scrivendo L’ambulante a partire dalle strutture base del noir. Il giallo italiano ha insomma una serie di figure retoriche formali e topoi narrativi che Cattet e Forzani usano per comporre due straordinarie sinfonie visive, al netto della psicologia dei personaggi e riducendo al minimo la traccia narrativa, labilissima ed eminentemente evocativa.

Amer è strutturato in tre parti distinte e racconta infanzia, adolescenza e maturità di Ana, focalizzandosi con meccanismo di sineddoche su tre momenti esemplari e traumatici della vita della protagonista.

Lacrime di sangue invece è la storia di un uomo che torna a casa da un viaggio di lavoro e si accorge che sua moglie (il cui nome, Edwige è ancora una volta omaggio al ciclo martiniano) è scomparsa: il film mostra come, nel tentativo di ritrovare la propria compagna, l’uomo si trovi invischiato in un complotto il cui fine sembra essere quello di porlo di fronte ai suoi fantasmi più segreti.

Il trattamento che i due cineasti fanno di questa materia ha qualcosa di cubista. Il montaggio frantuma le coordinate spaziali e temporali e colloca i film sul crinale di altre forme. Entrambe le opere sembrano a tratti sconfinare nella video arte e la loro fruizione potrebbe persino essere slegata da una visione in un unica seduta. E anche il fumetto viene chiamato in causa: l’episodio centrale di Amer, l’adolescenza di Ana e la sua personale scoperta della sessualità durante una vacanza in una località di mare (e in particolare durante un unica, lunga passeggiata) ricorda la grammatica del primo Guido Crepax, coi suoi tagli d’inquadratura sghembi ma definitivi. Ma in generale, e estendendo il discorso anche all’altra pellicola, tutto ciò che stilisticamente è possibile osare, i due registi lo osano. Jump cut, split screen, illuminazione di volta in volta monocroma e non realista, è come se un preciso sentimento del cinema fosse evocato e messo in scena. Tutto questo può far pensare a un lavoro estremamente freddo, riepilogativo e risolto solo sul piano dello stile ma non è così. Seppure la forma è il primo pensiero di Cattet e Forzani, questo non fa di loro soltanto dei formalisti. Siamo semplicemente in un territorio in cui la forma si identifica del tutto col contenuto, in cui è lo stile a diventare strumento e quindi argomento di narrazione. Anche se il loro immaginario è riconoscibile e sedimentato, i due autori sono talmente bravi da reinventarlo e riproporlo come novità assoluta e fanno venire in mente l’ambizione di Werner Herzog di catturare l’immagine mai mostrata.

Amer e Lacrime di sangue, vedere per credere, contengono alcune delle immagini più belle del cinema recente, momenti infernali e/o angelici, come il riflesso di un abito di paillettes su una pupilla umana o l’esibizione grafica di gocce di sangue come minuscoli gioielli. Consapevoli di quanto il proprio cinema abiti uno spazio “altro”, Cattet e Forzani decontestualizzano anche la colonna sonora: il tema de La polizia chiede aiuto composto da Stelvio Cipriani, pur pensato per un poliziesco, è così indovinato per Amer da sembrare inscindibile dal film. Nulla di nuovo, per carità (Tarantino docet), ma riproposto a un livello di diabolica intelligenza.

Insomma Helene Cattet e Bruno Forzani, prendendo le mosse da materiali a volte persino deteriori, diventano veri e propri creatori di forme, aprendo la loro opera a potentissime suggestioni metaforiche e tutto questo partendo dal cinema e al cinema tornando come definitivo (e bellissimo) approdo.

Fabio Orrico

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