Michael Cimino: I cancelli del cielo

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Torna in sala, a un paio di mesi dalla morte del suo autore, Michael Cimino e con distribuzione limitata ai circuiti d’essai, I cancelli del cielo. Opera rapsodica, programmaticamente smisurata e maniacalmente cesellata, è rimasta in modo involontario e traumatico il testamento di un regista che dal 1980 è stato, in pratica, ridotto al silenzio (solo quattro film, peraltro tutti notevoli, fino al 1996 e poi una ventennale astinenza dalla macchina da presa, interrotta da un corto dell’antologico Chacun son cinema).

Rivedere adesso I cancelli del cielo non può non spingere ad interrogarsi su cosa sia rimasto nel cinema americano contemporaneo del lascito di Cimino, regista personalissimo e idiosincratico fino all’autolesionismo ma allo stesso tempo orgogliosamente inserito in una tradizione molto statunitense che colloca il proprio baricentro emotivo nel racconto della frontiera. Cimino questa frontiera non si è accontentato di esplorarla col genere più consono, il western, ma ha saputo declinarla mettendo in scena l’attualità e la guerra (il Vietnam de Il cacciatore e le sue risposte interne L’anno del Dragone e Verso il sole) e paesaggi astratti e fantastici (la Sicilia sognata e sognante de Il siciliano, metaforica controfigura dell’ovest più selvaggio).

Ma tornando alla domanda precedente: cosa è rimasto di Cimino, a parte ovviamente i suoi film? Poco, si direbbe. Oggi, il cinema americano che conta sembra essere quello autoironico, azzimato e citazionista che ha nei Coen il suo modello alto e in Soderbergh il suo referente più pedante e indigesto. Leggendo le corrispondenze dei critici, anche i più blasonati, di oltreoceano, mi è sempre sembrato di scorgere una sorta di complesso d’inferiorità verso altre cinematografie. Il complesso di cui parlo si traduce nel magnificare spesso acriticamente un artista che fa dire ai suoi personaggi quanto sia grande Tolstoj (da Woody Allen in giù) a scapito magari di un altro capace di licenziare un’opera realmente tolstojana (tale è I cancelli del cielo). Questo probabilmente è uno dei motivi del sorprendente unanimismo con cui il film venne stroncato alla sua uscita; trattamento critico, al netto delle polemiche ideologiche, del tutto speculare e contrario a quello rivolto al film precedente, Il cacciatore, la qual cosa non può non sorprendere visto che parliamo di due film che, con grande evidenza, nascono dalla stessa ispirazione. E poi c’è l’intima personalità dell’opera, contraddittoria e quasi blasfema. I cancelli del cielo racconta la cosiddetta guerra di Johnson County, un massacro di immigrati sollecitato e quindi autorizzato dalla stessa amministrazione USA nel 1890 e evento storico molto malvolentieri ricordato in patria. La vocazione controstorica d’altra parte non era cosa nuova nel cinema americano di quegli anni. I compari di Robert Altman e Piccolo grande uomo di Arthur Penn si erano già presi la briga di ribaltare generi e mitologie e anche un vecchio maestro come Mankiewicz con Uomini e cobra aveva tentato la satira, perdipiù mettendo in scena vere e proprie icone come Kirk Douglas e Henry Fonda. Ho l’impressione che il peccato originale di Cimino sia consistito nell’aver riesumato una pagina oscura della storia statunitense (e, per inciso, il 1890 fu anche l’anno di Wounded Knee, una specie di significante fuori campo) salvaguardando però l’epos. Quando ne I cancelli del cielo vediamo la bandiera americana sventolare non c’è mai sottolineatura ironica o distacco critico ma lo stesso sguardo solenne che cogliamo, per esempio, nella trilogia sulla cavalleria di John Ford. Questo atteggiamento fa di Cimino un unicum del cinema del suo tempo e del suo paese e un discreto bastian contrario negli anni della grande crisi crisi degli Studios e di massimo desiderio di rinnovamento. Anche i film che girerà nel corso degli anni 80 e 90 saranno film della crisi, narrazioni con un cuore che sembra pulsare da lontano, da un altro tempo ma di spiazzante modernità. Pochi altri registi hanno vissuto, come Cimino, l’ossessione del proprio paese, tanto da farne continuamente argomento di conversazione dei suoi personaggi: si veda, ne L’anno del Dragone, le tirate razziste del poliziotto Mickey Rourke, imbarazzato dalle proprie origini polacche e che, in un dialogo con la sua amante, racconta di come la ferrovia americana sia interamente opera di (rinnegate) maestranze cinesi. E ancora: Rourke ridotto al silenzio da un giovane poliziotto cinese che gli ricorda quanto la cultura del suo popolo sia grande e antica, salvo poi ritrovare la parola e l’arroganza per invitare i capi delle triadi ad abituarsi a vivere in una nazione che “ha solo 200 anni”.

L’ossessione di Cimino è tutta nell’America e nelle mille razze che la compongono e questo il suo cinema lo ha raccontato in ogni modo possibile insieme alle differenze di classe, altro tema tabù al centro della sua riflessione. Tutta questa complessità di temi e ossessioni, al tramonto della New Hollywood, era forse troppo e di un film che metteva le mani nel sangue della storia in modo così esplicito nessuno sapeva cosa farsene.

Curioso che all’alba degli anni 80, oltre a Cimino, altri autori fortunati e importanti tendano a firmare le loro opere più estreme e autodistruttive come Friedkin col suo contestatissimo thriller Cruising o Penn con lo struggente affresco de Gli amici di Georgia, film magnifici che impattano rovinosamente contro la restaurazione dello Studio system che la linea nascente (e vincente) Spielberg / Lucas andava a imporre. In un simile panorama Cimino, che nella pratica di cinema e montaggio ha sempre perseguito l’accumulo e non la sintesi, resterà simbolo di un cinema di epifanie e folgorazioni, magnifica ossessione vissuta nei suoi caratteristici tic visivi: il sacro e il profano del rito (quanti luoghi di culto nei suoi film), le maestose scene di ballo che contrappuntano le sue storie (e il valzer tra Kristofferson e la Huppert resta per scrive la più bella scena d’amore di sempre), il paesaggio filmato come un autentico personaggio tragico, lo smarrimento di eroi dolorosamente consapevoli del paese in cui vivono, soffrono e muoiono, così come consapevole del suo paese è stato Cimino, tanto da non poterlo più raccontare.

Fabio Orrico

 

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