I minimalisti americani degli anni ’80

Ellis e...

(una veloce mappatura)

Negli anni Ottanta c’è stato un gruppo di scrittori americani che Fernanda Pivano etichettò come “minimalisti e postminimalisti hemingwayani”, o anche “nuova generazione perduta”, un gruppo eterogeneo in verità, ma che aveva una sorta di filo conduttore che li legava ed era la ritrovata, rinnovata, voglia di raccontare delle storie, magari anche minime, ma con un linguaggio che dava nuova linfa alla narrativa, con un rifiorito interesse, anche, per il racconto, la short story. E a questo riguardo non si può che partire da quello che possiamo tranquillamente considerare un padre nobile di questa scena letteraria, Raymond Carver, e in modo particolare con due libri, il primo quasi un “manifesto” di un genere, “Cattedrale”, e poi un libro dove il racconto si fa scarnificato, ridotto all’osso, no, di più, al midollo, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”.

Un altro libro di racconti minimali e nostalgici e ogni tanto “distaccati” è “Ballo di famiglia” di David Leavitt, un libro che tutti i giovani scrittori dovrebbero leggere.

Altro libro di racconti perfetti è “Enormi cambiamenti all’ultimo momento” di Grace Paley, e se Raymond Carver era il padre dei minimalisti, Grace Paley era sicuramente la madre.

Di quel periodo è anche “Ragioni di vivere” di Amy Hempel un libro seducente e ferocissimo.

“In un modo o nell’altro” è invece il primo libro di Peter Cameron con i suoi racconti glaciali ed emotivi insieme.

Per quanto riguarda i romanzi due libri fondamentali, forse i più importanti dell’intero gruppo, ma anche della storia della letteratura americana in generale: Jay McInerney e le sue grandiose “Mille luci di New York”, un libro perfetto, che ha fotografato con una scrittura cristallina e pulita un momento e un luogo, New York, come pochi altri; e Brett Easton Ellis con il suo salingeriano “Meno di zero”: un “giovane Holden” sparato negli incasinati anni Ottanta in una Los Angeles in veloce decadenza: due autori molto imitati negli anni a venire e che all’epoca erano anche amici inseparabili.

Sodale delle pagine culturali e mondane dei giornali e delle notti newyorkesi di Ellis e McInerney era Tama Janowitz che narrava nel suo libro di racconti “Schiavi di New York” la Manhattan di personaggi alternativi (artisti o anche solo presunti tali).

Ancora racconti nel libro  “Tutto da sola” di Lorrie Moore e le sue storie agrodolci e ironiche e impeccabili.

E poi il romanzo minimale e geniale di Susan Minot “Scimmie”, un ingranaggio ben oliato, dove tutte le parole scelte, con cura, sono importanti.

E ancora Mary Gaitskill e i suoi personaggi metropolitani del libro “Cattiva condotta”.

E per finire due romanzi, il libro magnifico ed affascinante nello stile di Michael Chabon “I misteri di Pittsburgh”, e “Notti newyorkesi” di Jonathan Ames un romanzo forte e potentissimo che in qualche modo sancisce la fine degli anni Ottanta, e forse, anche, di un fenomeno letterario.

Roberto Saporito

 

(Foto: Jay McInerney, Tama Janowitz e Bret Easton Ellis.)

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