In memoria di una testa tagliata

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«Gioventù, bellezza, morte – questi sono i temi che caratterizzano gli scritti di Mishima. Le sue ossessioni potremmo chiamarle. Tipiche, potremmo dire, anche dei poeti occidentali, almeno di quelli romantici. Nel nome di tale trinità Mishima crocifisse se stesso: un martire, proprio come lo furono i primi cristiani».

Leggere a più di quarant’anni di distanza questo piccolo saggio di Henry Miller su Yukio Mishima è un esercizio che colpisce al cuore. Il Giappone attualmente governato da Abe sta attraversando una fase di profondo cambiamento politico, segnata dalla volontà di cambiare la Costituzione, smontando uno dei presupposti della politica post-bellica, ovvero l’impossibilità di intervenire militarmente all’estero, fosse anche per riportare l’ordine o la pace sotto l’egida di missioni internazionali.

Il suicidio dello scrittore giapponese, compiuto il 25 novembre 1970, fu un gesto eclatante. Occorre riportare una parte del celebre proclama pubblicamente pronunciato dallo stesso Mishima, che precedette il seppuku (composto dalla fase dello squarciamento del petto e dal correlato taglio della testa da parte di un compagno), per inquadrarne il senso e valutarne la bruciante e intollerabile purezza:

«L’idea fondamentale della nostra associazione è il sacrifìcio delle nostre vite unicamente al fine che l’Esercito di difesa si desti, e si trasformi in un glorioso Esercito nazionale. Se in questo regime parlamentare non è più possibile riformare la Costituzione, la creazione di un movimento che riporti ordine e sicurezza è l’unica possibilità rimasta: abbiamo deciso di sacrificare la vita come avanguardia di tale movimento, di essere la pietra su cui sarà edificato l’Esercito nazionale. Ѐ dovere dell’esercito proteggere la nazione, mentre alla polizia spetta il compito di difendere la politica. Quando la polizia non è più in grado di difendere la politica, spetta inequivocabilmente all’esercito muoversi in difesa della patria, riacquistando in tal modo il suo significato originario. Il principio fondamentale dell’esercito giapponese non può essere altro che: “proteggere la storia, la cultura, le tradizioni del Giappone fondate sul suo Imperatore”. Siamo pochi, ma determinati, ed offriamo le nostre vite nella missione di raddrizzare le basi distorte della nazione» (Yukio Mishima, Proclama, in Lezioni spirituali per giovani samurai, Feltrinelli 2006).

Chi era Mishima? Un nazionalista folle? Un esteta affascinato dal sangue e dalla morte? Un fascista votato all’autodistruzione? Miller non accetta l’ipotesi del fanatismo, soprattutto se con questo termine intendiamo il delirio irrazionale tipico di un Adolf Hitler. Piuttosto, suggerisce lo scrittore americano, potremmo pensare allo stesso fervore di un san Paolo, allo scoccare di una scintilla interiore che tutto brucia perchè ha trovato materiale da ardere, un soffio vitale talmente forte, ed estremo, da s-confinare nel suo contrario, la morte che tutto dissolve. Mishima preparò con largo anticipo il gesto finale, scelse il modo di morire dopo aver plasmato la sua vita nel segno dell’arte, non accettò di decadere fisicamente e si uccise, come scrive Miller, “nel fiore dell’esistenza,  mentre era ancora bello, vigoroso nel corpo, e all’apice della sua vicenda artistica”. Vi è qualcosa di antico, di greco-romano, di stoico in questa decisione ponderata, vi è qualcosa, allo stesso tempo, di autenticamente giapponese.

Mishima, scrive Miller, voleva rivitalizzare, prima con la sua letteratura e poi con il taglio mortale inferto a se stesso, un’intera tradizione, offesa dall’imperialismo economico e culturale americano, dalla perdita dei valori nipponici originari e dall’efficientismo capitalistico. Il controverso scrittore giapponese avrebbe voluto ripristinare una diversità, una specificità andata in pezzi sull’onda della globalizzazione successiva alla seconda guerra mondiale, da cui il Paese nipponico uscì gravemente compromesso sotto tutti i punti di vista.

Secondo Miller, l’esistenza di Mishima sarebbe stata segnata da una esigenza indifferibile, quella di “far rivivere i costumi dei suoi avi”, non in nome di uno spirito reazionario legato ad una visione antiquaria della storia, bensì in virtù di un acuto sentimento della tradizione, nutrito di iconoclastia,  atto a “ristabilire la dignità, il rispetto e la fiducia in se stessi, l’autentico cameratismo, l’amore per la natura e non l’efficienza, l’amore di patria e non lo sciovinismo, l’imperatore quale simbolo di capacità di comando in opposizione a un gregge senza volto e senza anima obbediente a ideologie mutevoli, i cui valori sono stabiliti dai teorici della politica”.

Miller si chiede se l’esercito messo in piedi da Mishima avesse obettivi reali e si risponde negativamente. Tuttavia, il valore simbolico dell’operazione non mina affatto l’importanza storica del tentativo, finalizzato a “far aprire gli occhi ai suoi connazionali sui pericoli che li minacciavano”, pericoli riassumibili nel progressivo svanire di una identità tipica, vieppiù schiacciata da un integralismo socio-economico massificante.

Lo scrittore giapponese, nell’interpretazione qui offerta, sembrerebbe attingere addirittura ad una vena importante della nostra cultura occidentale, risalente alla speculazione machiavelliana sull’unità indissolubile tra popolo ed esercito quale matrice unica della libertà politica e antidoto alla schiavitù provocata dall’incedere di forze militari, e ideologiche, superiori.

«E per esperienzia si vede a’ principi soli e republiche armate fare progressi grandissimi, e alle armi mercenarie non fare mai se non danno […] Stettono Roma e Sparta molti secoli armate e libere. E’ Svizzeri sono armatissimi e liberissimi». (Machiavelli, Il Principe, XII, Feltrinelli 1979)

Mercenari, in questo caso, sarebbero le generazioni nipponiche successive alla fine della guerra, colpevoli di aver venduto la propria creatività e la propria forza-lavoro al nemico, all’occupante, al moloch della produzione capitalistica e dell’omologazione culturale.

Ne risulta, complessivamente, una figura di autentico “partigiano”, nell’accezione schmittiana del termine, “tellurico” in quanto situato qui e ora su una porzione di suolo da difendere dal potere alienante, dal nichilismo dei valori, per riaffermare una posizione, poiché “egli è una delle ultime sentinelle della terra, elemento della storia universale non ancora completamente distrutto”, e poi: “il partigiano ha dunque un vero nemico, ma non un nemico assoluto. La cosa deriva dal suo carattere politico. Un altro limite della inimicizia consegue poi dal carattere tellurico del partigiano. Egli difende un pezzo di terra col quale ha un rapporto autoctono” (Carl Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi 2005).

Henry Miller sottolinea come, in tutte le opere dello scrittore giapponese da lui conosciute, manchi completamente il senso dell’umorismo, un aspetto non secondario anche della sua parabola esistenziale. Come si chiede retoricamente lo stesso Miller, “fu la sua assoluta serietà che indusse in Mishima la sensazione di avere esaurito le proprie risorse all’età di quarantacinque anni?” Possiamo ipotizzare di sì. Ed ha ragione, l’autore de il Tropico del Cancro, ad affermare che “più efficace della spada del samurai o del pugnale per il seppuku, è l’umorismo swiftiano che non si ferma dinanzi a nulla”. Tuttavia la morte ritualizzata e spettacolarizzata di Mishima è un’efficace specchio delle contraddizioni della politica terroristica odierna, del fare opposizione ad un Sistema che non mostra più il suo volto e le cui volontà sono pilotate dall’alto, poco cambia che si tratti di droni ‘intelligenti’ telecomandati da una postazione nascosta o di bombe umane lanciate in mezzo alla folla. Chi aveva di fronte a sé Mishima, se non un Potere imperscrutabile che eleva la vita a fine ultimo per poi profanarla in infinite maniere e con dovizia di tecniche di tortura? Quale ironia può levarsi vittoriosamente contro il mostro onnivoro?

«Insorgeremo insieme ed insieme moriremo per l’onore. Ma prima di morire ridoneremo al Giappone il suo autentico volto. Avete tanto cara l’esistenza da sacrificarle l’esistenza dello spirito? Che sorta di esercito è mai questo, che non concepisce valore più nobile della vita?» (Yukio Mishima, Proclama, cit.).

Oltre la vita, nell’appello ultimo di Mishima, vi è posto per valori non negoziabili. Il dominio della biopolitica, nell’insegnamento che Foucault ci ha lasciato in eredità, postula che laddove la vita è tematizzata come unica voce valida nel catalogo dei beni morali, ecco sorgere l’istanza di guerre umanitarie ‘democratizzanti’ e interventi tecnoestremi che sovvertono bellezza, libertà e dignità della vita stessa.

Un reportage sui jihadisti francesi di seconda generazione recentemente pubblicato su L’Espresso, basato sulla testimonianza diretta di un infiltrato (reperibile online a questo indirizzo: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/07/28/news/io-infiltrato-in-una-cellula-del-califfo-1.278747), ha messo in luce il forte legame tra terrorismo e desiderio consumistico, portato fino a una deriva parossistica (in primis pulsioni sessuali represse e soddisfatte con forti dosi di pornografia), dove il grido ‘Allahu Akbar’ non sarebbe altro che il mascheramento collettivo di un individualismo e di una tensione verso la vita terrena ridotta a pura variabile di consumo. Il massacro, lo sgozzamento del prossimo, compiuto per rivendicare una presunta superiorità spirituale contro il materialismo occidentale, nasconderebbe una negazione dei presupposti dell’atto stesso. Se questo fosse vero, troverebbe conferma una sinistra profezia di Ernst Jünger, il quale ne Il trattato del ribelle (Adelphi, 1990) sottolinea il legame stretto tra civiltà e paura: “l’hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, l’automatismo con la catastrofe che prende l’aspetto di un incidente stradale”. O di un atto di puro terrore inneggiante ad una premodernità brutale che tutto inghiotterebbe in sé, fornendo ai propri militanti il simulacro di quella pulsione alla terra preconizzata nelle opere di Schmitt, sotto forma di Stato Islamico.

Viviamo in un tempo malato. Le nostre esistenze sono vincolate ad un principio di eguaglianza distorto dallo strapotere dell’economia e della finanza. Il terrore ci assedia, materialmente e prima ancora psicologicamente. Mishima è associabile ad altri grandi demistificatori dei principi democratici, quali, per citare autori ‘maledetti’ a noi vicini, Pier Paolo Pasolini e Carmelo Bene. Ciò che è stato reso disponibile indiscriminatamente a tutti è il prodotto di consumo, variabile, suadente, bisogno indotto a cui siamo votati quale unica ragione di vita. La nostra libertà è schiava del marketing, incluso quello politico. Non possiamo accettare fino in fondo la critica ai valori liberali, che pure sono l’ossatura della nostra società, eppure dovremmo sentire il peso di una denuncia radicale, se intendiamo ricostruire un tessuto di convivenza civile, oltre gli orrori della violenza odierna. Scrive Henry Miller: “Io sono colpevole quanto te, caro Mishima, nel tentativo di rendere il mondo un luogo migliore per viverci. O almeno io ho iniziato con questa speranza”.

Come Miller e come Mishima, assistiamo giorno dopo giorno al “funerale dei nostri compatrioti”. Lo scrittore giapponese accetterebbe la riforma di Abe? Lo sosterrebbe? Probabilmente no. Il paese del Sol Levante prosegue nella sua parabola neoliberista, mentre noi, allo stesso modo, non cambiamo passo, mancando di difenderci “telluricamente” contro la violazione sistematica delle nostre fragili vite. Così, le nostre debolezze gridano e reclamano l’urgenza di nuovi valori e nuovi partigiani. Teste pensanti, non tagliate.

Alessandro Vergari

 Henry Miller,  Riflessioni sulla morte di Mishima,  ( pagine 46, euro 6,50 Feltrinelli, 2016)

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