Filippo Paradiso e la poesia nuda

filippo

 

(Filippo Paradiso era un bravo poeta. Qualche giorno fa è venuto a mancare dopo aver passato parte della sua vita immobilizzato a letto per una malattia.
In tutti questi anni non ha mai smesso di comunicare con il mondo e lo ha fatto con la sua poesia nuda e vera.
Oggi ripropongo la recensione che scrissi nel 2002 a “Sommersioni notturne”, che considero il suo libro più bello.)

La poesia è un incontro con se stessi,  coinvolge la natura umana in  una  particolare atmosfera di colloquio interiore sulle cose della vita e del mondo.

Così il tempo, la solitudine, le occasioni , le esperienze diventano per il poeta parte integrante di un colloquio con le ombre, una riflessione attenta e meticolosa che incontra nella sensibilità  alta di un momento di solitudine il proprio approdo esistenziale.

Nel percorso essenziale  di Sommersioni notturne (Nicola Calabria editore), la raccolta di Filippo Paradiso gli elementi identitari di una poesia  che nasce  da una solitudine intensa vissuta nella lacerante meditazione del dolore privato trova una  suggestiva rivelazione.

Il nostro poeta, nella solitudine, sceglie la pace notturna come amica alla quale confidare le proprie ansie, le personali inquietudini .

Paradiso si inabissa nel silenzio della notte , e come un naufrago della vita cerca nella verità  della sua voce l’approdo all’isola felice(Scavami/Nel sonno uno spiraglio,/Notte,/Se di me pietà ti prende:/Sono un tronco imerso/Che acqua scorteccia e annuda/In questa quiete d’inganno/Ignoto e stelle).

Nella notte  il poeta incontra  la propria solitudine, riesce a soffrire e alla stesso tempo a gioire con essa. Nella notte il cosmo, gli appare più vero e abitabile , l’insonnia diventa un dono dell’anima che aiuta a catturare  la bellezza del silenzio decontaminato dai rumori assordanti del caos ordinario e quotidiano.

Nei suoi versi, Paradiso, naufraga nella notte con gli occhi del cuore  nella speranza  che  le ombre  caste del buio colmino il vuoto  lacerante del pathos della distanza  degli uomini dall’Universo(Le cerco  nel buio/Le mie ombre/Per non infastidire la luce./Le parole che noi ci dicemmo/Dagli altri furono intese/Come sterile tacere./Ma noi sapevamo/Che il nostro silenzio/Era casta nudità,/Perché vedemmo il nostro abbecedario/Per un più puro sorriso).

Tutto si gioca nella frequentazione  intima del codice segreto notturno, nel quale il poeta  si immerge , scava  nell’esperienza personale del dolore  in cerca  dell’estrema parola, ascolta il cuore , la cui voce  non smette di  predicare agli uomini  la necessità di comprendere la grazia nuda della purezza dei sentimenti.

La notte, amica e sorella, alla quale affidare  la precarietà dei pensieri sospesi,  nel suo cosmico silenzio, esplorare  le ragioni profonde dello sterile tacere dell’uomo  di fronte  ai drammi che la luce del giorno  gli rende tragicamente visibili e ai quali lui risponde con una indifferenza  pericolosa e devastante.

“In questo straniero cosmo/Di stelle e solitudine/Io mi smarrisco/In cerca della mia eclissi”. Così scrive  il poeta che  deciso  di vigilare  nel cuore della notte  sulla sorte cieca del destino degli uomini .

L’intima sommersione  ad occhi aperti,  nell’assenza di luce del cuore della notte,  si rivela un viaggio  interiore  in cerca di un approdo. Con la voce della poesia  possiamo certamente affermare  che  lo scenario  d’ombre di una notte  carica di silenzi, in attesa  di essere ascoltati,  disegnano cerchi di luce  che irrompono  nel sogno,  eterni  a suggerire  una voce al rumore assordante dei pensieri anonimi  ammutoliti  dal freddo perenne  della luce del giorno, nella quale spesso  ci rincorriamo senza preoccuparci di ridurre le distanze.

Nicola Vacca

 

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