Giuseppe Berto e il male oscuro

BERTO

Avete presenti i sogni? Quando vi sembra di cadere in un pozzo senza fine, in una spirale che vi trascina nel fondo delle vostre angosce?

E’ il male oscuro. Un male individuale di cui non conosci l’origine, la natura, ma ne vivi le conseguenze, si affaccia alla tua vita quando meno te l’aspetti e ti impedisce di vivere, di amare, di inseguire i traguardi che ti sei posto. E diventa carne e sangue, malattia inspiegabile, dolore fisico, sintomi ai quali i medici, alla luce della loro dottrina razionale, non sanno attribuire né un senso né un’origine.

E’ “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, un romanzo pubblicato dallo scrittore trevigiano nel 1964, nel quale l’autore sviscera la nevrosi che l’ha colpito alla soglia dei quarant’anni raccontando con sprazzi di amara ironia, a volte sarcasmo, le sue vicissitudini, i rapporti con il padre e con la madre, con il sesso, con le sue ambizioni di scrittore, le idiosincrasie, l’avversione verso un mondo letterario che lo teneva ai margini (“Mi indigna il suo strapotere, che io credo dannoso per l’Italia”, disse una volta a proposito di Alberto Moravia). E sarà grazie alla psicanalisi che scoprirà quanto il “male oscuro” che lo opprime abbia origine non da malattie del corpo bensì da sensi di colpa e da rimorsi creati dal suo inconscio, in una lotta impari tra l’essere e il dover essere, tra il senso di realtà e il senso del dovere, tra l’ammirazione per l’Autorità e i suoi Valori indiscutibili (il padre carabiniere, la patria) e il loro mostrarsi per quello che sono, icone che al primo soffio di vento svelano tutta la loro fragilità.

Detto così può sembrare una rivisitazione della “Coscienza di Zeno” di Italo Svevo o della “Cognizione del dolore” di Gadda, ma quello che trascina nella lettura de “Il male oscuro” è lo stile, decisamente rivoluzionario. E’ dalla scrittura infatti che scaturisce l’inquietudine, il disagio psichico del protagonista (che è l’autore stesso), il romanzo è uno scorrere di pensieri concatenati non in uno schema classico di piani temporali successivi ma per analogie, esattamente come nei sogni, e come nelle sedute psicanalitiche, un flusso continuo a tratti quasi onirico strutturato in gorghi ricorrenti che girano vorticosamente su se stessi, in ossessivi ritorni sui temi che hanno scardinato la psiche dell’autore: la morte del padre, la sua figura autoritaria troppo presto ridotta alla sua mediocre dimensione, l’ambizione impossibile di scrivere il Capolavoro che avrebbe dovuto consacrarlo  alla Gloria, il girovagare tra un medico e l’altro alla ricerca disperata di un rimedio per le sue presunte malattie, la famiglia, la sessualità. E’ una prosa, quella di Berto, che scorre via quasi senza virgole e punti, capace di riprodurre, e letteralmente far percepire alla mente e alla pancia del lettore, le angosce della nevrosi che ha caratterizzato un decennio di vita dell’autore, culminato in una presa di coscienza finale tanto semplice quanto profonda:

“[…] insomma ciò che importa raggiungere è una serena valutazione di se stesso nei confronti della realtà, cosa tuttavia più facile da dire che da fare dato che velocemente cambiamo noi e insieme ovverosia contemporaneamente cambia anche la realtà la quale poi è costituita da infinite cose in perenne mutamento e inoltre da alcuni milioni o miliardi di individui ognuno in rapida trasformazione e impegnato nel correre dietro per conto suo alla mutevole realtà, sicché questo mondo sarebbe proprio una bella girandola da matti se non intervenisse l’arte del compromesso che sarebbe poi la rinuncia alla pretesa di fare cose perfette che com’è noto non sono di questo mondo e facilmente neppure dell’altro […]”

Un romanzo attualissimo, per contenuti e forma, che per questo continua a interessare schiere di lettori. O almeno così dovrebbe essere, in un mondo editoriale che non fosse contraddistinto da tanta, troppa spazzatura.

Alessandro Bastasi

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore teatrale, a Venezia ha recitato al teatro Ridotto con il mitico Gino Cavalieri, ha continuato in seguito a calcare le scene fino all’ultima partecipazione nell’atto unico Virginia (2010) di Giuseppe Battarino e altri. Nella seconda metà degli anni ’70 ha scritto numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore (“Sipario”, “La Ribalta”). Tra il 1990 e il 1993 ha vissuto a Mosca. Gli avvenimenti di quegli anni – di passaggio dall’URSS alla nuova Russia – gli hanno dato materia per il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008 e ambientato nella capitale russa. In seguito ha dato alle stampe: La gabbia criminale (romanzo, Eclissi Editrice 2010), Città contro (romanzo, Eclissi Editrice 2011), Ologrammi (racconto, MilanoNera Edizioni 2012), La caduta dello status (racconto pubblicato sul quotidiano “Il Manifesto” 2012), Cronaca di un’apocalisse annunciata (racconto, nell’antologia Cronache dalla fine del mondo, Historica Edizioni 2012), La scelta di Lazzaro (romanzo, Meme Publishers editore 2013), Milan by night (racconto, nell’antologia Una notte a Milano, Novecento Editore 2014). Altri racconti sono presenti in vari siti letterari.

Il suo ultimo romanzo è uscito nei primi mesi dell’anno : Era la milano da bere (Fratelli Frilli editori)

 

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